Faltognano

ozioso
arroccato al poggio
dove
sui terrazzi
gli olivi
s’aprono al sole.
Spira un venticello
nei ceppi incavati
s’infiltra
a risuonar
d’armonica.
Casette di pietra
coi gerani alle porte
e lillà negli orti.
Si va
per sentieri odorosi
di nipitella
intricati
di corbezzoli e ginestre.
Sui muretti
guizza
la lucertola
le api
s’insinuano
in garofani fuxia.
Oltre…
il bosco
a criniera
del monte.

Graziella Cappelli

L’amore addormentato

Là reposait l’Amour, et sur sa joue en fleur
D’une pomme brillante éclatait la couleur.
Je vis, dès que j’entrai sous cet épais bocage,
Son arc et son carquois suspendus an feuillage.
Sur des monceaux de rose au calice embaumé
Il dormait. Un souris sur sa bouche formé
L’entr’ouvrait mollement, et de jeunes abeilles
Venaient cueillir le miel de ses lèvres vermeilles.

 §

Là riposava l’Amore, e sulla sua guancia in fiore

divampava il colore di una mela brillante.

Io vidi,  entrando sotto la fitta boscaglia

il suo arco e la faretra appesi al fogliame.

Dormiva su mucchi di rose dai calici profumati.

La forma di un sorriso gli apriva pigramente la bocca

e giovani api venivano a raccogliere il miele dalle sue vermiglie labbra.

ANDRÉ CHÉNIER

E tutto è d’oro

 
Api fiori libellule
farfalle foglie falene
cetonie: sfolgora tutto
un vivo colore nell’aria
d’oro tremolando
si spegne, laggiù,
incerto e soave.
.
E tutto è d’oro,
palpitanteacceso:
il sole i campi,
la magionetta bianca…
la mia anima
sonnolenza dell’ora meridiana
in caldo d’oro di festosità…
.
I fiori languidiscon
sull’altàna: campanule
garofani, peonie, bianche
orchidee che vengon
dall’oriente…ronzare
ininterrotto di cetonie.
.
Le rane s’addormentano
in brughiera, sul rododendro
sgocciola una secchia.
.
Assopimento all’ora
meridiana. Sognano i fiori
fresca acqua piovana.

Paolo Santangelo

Profumo nel correre del tempo

 
Profumo
variegato d’ogni tipo
di pollini da iridescenti  fiori,
verso l’aperto azzurro
mare immenso,
discende a valle in murmuri
ruscelli.
.
Api, a milioni,
il nettare han succhiato
e trasformato in miele
l’ oro biondo.
.
Ora.
Profumo
di miele è quell’effluvio
intenso, che si sente,
quale nuovo Re Mida,
per decorso alveare sacrificio:
tutto ciò che imbibisce
oro diventa.
.
Ma anche quel
profumo
forte,  fragrante,  appassionato,  intenso
lentamente
si evapora,  sparisce.
.
Entra nel Nulla,
per l’incessante correre
del Tempo.

Paolo Santangelo

Published in: on luglio 8, 2011 at 06:56  Comments (9)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Vacca

VACA

Se tendió la vaca herida;

Árboles y arroyos trepaban por sus cuernos.

Su hocico sangraba en el cielo.

Su hocico de abejas

bajo el bigote lento de la baba.

Un alarido blanco puso en pie la mañana.

Las vacas muertas y las vivas,

rubor de luz o miel de establo,

balaban con los ojos entornados.

Que se enteren las raíces

y aquel niño que afila su navaja

de que ya se pueden comer la vaca.

Arriba palidecen

luces y yugulares.

Cuatro pezuñas tiemblan en el aire.

Que se entere la luna

y esa noche de rocas amarillas:

que ya se fue la vaca de ceniza.

Que ya se fue balando

por el derribo de los cielos yertos

donde meriendan muerte los borrachos.

 §

Si accovacciò la vacca ferita.

Alberi e ruscelli s’arrampicavano sulle sue corna.

Il muso sanguinava nel cielo.

Il suo muso d’api,

sotto il baffo lento della bava.

Un urlo bianco alzò la mattina.

Le vacche morte e le vive,

rossore di luce o miele di stalla,

muggivano con gli occhi socchiusi.

Lo sappiano le radici

e quel bambino che affila il suo temperino

che ormai si possono mangiare la vacca.

In alto impallidiscono

lune e giugulari.

Quattro zampe tremano nel vento.

Lo sappia la luna

e questa notte di rocce gialle:

che ormai se n’è andata la vacca di cenere.

Che se n’andò muggendo

nella rovina dei cieli rigidi

dove mangiano morte gli ubriachi.

FEDERICO GARCIA LORCA

Fiori d’arancio

Come un preludio peccaminoso è marzo
la nudità che vuole l’artista,
il suo chimono,
fatto di luce e tempo sospeso.
In sponde opposte
è questo svilimento di arance a farci giorno
l’assenza delle onde
il labbro che si spacca: tributo passeggero
alla santità d’inverno.
Ci spiumano traversi dei fiocchi, a pieno viso
l’aridità del vento in pianura
muore l’erba, le mani nelle tasche
le isole felici.
Così procede, alterno a singhiozzi
il passo d’api
il fragile ricamo d’uccellagione insorta.
I vetri fanno mille e più crepe alla memoria
mille e più te riflessa
aggrappata alla mia schiena;
germogli che affamati succhiavano la vita.

Massimo Botturi

Dove sei…?


Dove sei
i miei occhi non riconoscono i tuoi colori
le mie mani un tempo prensili
ora sono di neve,
dove sei
sopra la mia vita c’è il sole
ma non riscalda non illumina
sembra la predica di un prete
la domenica,
buona per pochi minuti di devozione
e poi di nuovo fuori
nell’abisso dell’orrore,
insieme a gente che si mette in fila con me
regge sulle spalle la fatica
che rinnova la sua, gente che sale
e scende scale e sbaglia stazione
e mette le mani dove vuole
e non si commuove
e non mi commuove
e tu dove sei.
Io ho orecchie che sentono falsi suoni
mi invitano a feste ma non ho più compleanni,
se ti muovi a scatti è difficile che ti prenda,
se mi mandi fiori è possibile che non ne sappia i nomi,
dove sei.
Guardo sempre sulle fermate dei Bus
di auto tue non ne servono al traffico
al brusio delle api
davamo più ascolto
ma era altro tempo,
era altra vita, adesso mi scrivo i discorsi da farti
e sbaglio tutte le parole,
forse per quello che vorrei dirti nemmeno esistono
ma almeno chiederti, dove sei?

Maria Attanasio

Per Teosseno di Tenedo

Al momento opportuno dovevi, animo mio,

coglier l’amore, in giovinezza.

Ma guardando i raggi

che dagli occhi di Teosseno balenano,

chi non trabocca di desiderio, ha il cuore nero

temprato nell’acciaio o nel ferro

con gelida fiamma. Disprezzato

da Afrodite pupille vivaci,

o soffre pene violente per ottenere guadagni,

o, servo di tracotanza femminile,

freddo percorre ogni sentiero.

Ma io, a causa di lei, come la cera delle api sacre

morsa dal calore, mi consumo, quando guardo

la giovinezza degli adolescenti dalle membra floride.

In Tenedo, certo,

Peito e Grazia abitano

nel figlio di Agesilas.

PINDARO

Nella pioggia con Emily

Quel giorno di marzo
la pioggia ci chiamava
all’albero segreto,
dietro il cielo stava
l’inverno straripato,
il prato faceva l’amore
con la pelle degli innamorati,
il fiume ammalato
piangeva il bel tempo
dei ragazzi sugli argini in fiore.
Emily aveva collane di ranuncoli,
poesie di api e rondini
e da bere tramonti nelle tazze,
metteva ramoscelli di menta
e rosmarino ai fianchi,
si ballava con l’erbe dei campi,
si cantava la gioia delle nuvole.
Il temporale ci accompagnava
con l’antico suono della pioggia sul tetto,
concerto d’acqua sui tratturi grigi
dai bagnati carri stanchi.
Io capivo che dovevo scrivere
lettere d’amore alle mie terre
che mi avevan vista nascere
e poi un qualsiasi giorno anche morire.
Difendevo il sole e i versi di Emily
e i nostri due cuori
nel gioco giallo del tramonto
parevan due stelle impigliate
all’albero nuovo di foglie scherzose
venute al vetro della casa
a battere gocce d’amore.

barche di carta

L’armadio

nelle scansie degli intenti
falliti
capi stanchi sulle grucce
appesi
ciondoloni o coi risvolti lisi
piangono rosari
e cristi mai risorti

lacrime e bestemmie -misura unica –
mi stringono la vita
e mia madre un nuovo santo
da pregare.

Io non ho santi né padroni
e ho smesso di contare i giorni
osservo le Tineidi sbrindellare stoffe
di cheratina ingorde
e allora faccio scorte di pensieri buoni
chè la fame non abbia
il brontolio di pancia a pezzi.

Beatrice Zanini