Inevitabile incastro

Non sento redenzione in altra forma
che d’arte non sia quella di danza,
amatoria, fino a schiena e reni in arco
a trovare braccia come virile appiglio.
Impulsiva una scossa dietro l’altra
viscerali fino al punto d’impazzire.
Ogni tanto recupero il mio corpo
tra una resa, una seconda ed ancora…
non c’è verso d’affrancarlo, è tuo
e tu non frani che tra i capelli miei.
Oltre la vita scesi,  lunghi sui lombi,
scarmigliati dal ritmo incalzante.
Contatti ed adesioni combacianti, poi,
del mosaico l’inevitabile incastro,
la perfezione fatta donna / uomo, noi.
Avverto le tue mani possessive
andarmi sopra, gelose come di me
e d’impeto riscattare la spossante
aspettativa della rinuncia mia a lottare…
E’ apogeo!
Del piacere riscuoti il vertice,
apice smaniante di quel bene attirato,
quanto sognato, che ora s’incarna
e diviene amplesso… mentre m’arrendo
docile per a te capitolare paga.

Daniela Procida

Incontrare l’amor tra giochi e risa

 
In una gioia spumeggiante come
sprizzo: non conoscesti che amore,
la più divina e tremenda delle
nostre tristezze, ché la felicità
più completa sgorga da un apogèo
di sofferenza.
.
Lenta nel cammino, Tu andasti oltre ..
e di Te non vidi più che penombra,
crescere a dismisura sul deserto.
Mentre l’ultimo sole a te spariva:
Tu partivi per sempre. Dato ho tutte,
intiere le spighe.
.
Del mio campo, le più care ricchezze:
incontrare l’Amor tra giochi e risa.
Al lume delle stelle, spigolo il  resto
che hai lasciato per me, non hai raccolto
nel mio povero sito, abbandonate
cadùche dietro Te.
Paolo Santangelo
 

L’aquilone


Al primo volo d’ondeggiato passo
il guardo volge all’apogeo più ardito
per transitar la strada di Parnasso
e navigar nell’oltre l’infinito. 

Nell’aere spande effluvi d’emozione
all’esplorar l’immenso del creato
s’illude d’esser corpo d’un eone
e ringrazia il Divin per l’esser nato.

Ma poi s’avvede che più non riesce
s’arrotola saetta disperato
fuor d’acqua si dimena come pesce
da un filo d’egoismo catturato.

Lo trattien seco tal vile guinzaglio
a limitato sguardo lo condanna
la genitrice mano per l’incaglio
tira la fune e fa serrata spanna.

Mentre prostrato volge la planata
ode la brezza amica che l’avvisa
liberato sarà da gran folata
d’un Eolo già deciso per tal guisa.

Audace allor s’inerpica sereno
poi ch’el soffio potente s’è avverato
brama d’attraversar l’arcobaleno
e uscir cangiantemente pitturato.

Gian Franco D’Andrea