Un a solo

Primizia della mente
frutti tropicali
i pensieri arditi

idee cavalcano il tempo
domandolo
nell’immoto ricordo

quotidiano vivere
sospendo il sospiro
in quel sogno
rapito

un a solo
come aquilone
sfuggito

Maristella Angeli

Published in: on luglio 7, 2012 at 07:43  Comments (10)  
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Un a solo

Primizia della mente
frutti tropicali
i pensieri arditi

idee cavalcano il tempo
domandolo
nell’immoto ricordo

quotidiano vivere
sospendo il sospiro
in quel sogno
rapito

un a solo
come aquilone
sfuggito

Maristella Angeli

Published in: on Mag 18, 2012 at 07:14  Comments (14)  
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Inconcludenze

Ho liberato un aquilone stamane,
se n’è andato fremendo
giocando col vento
frantumandosi a terra.

Ho visto spessori
di nebbia grigiastra
costruire castelli
su rocce impossibili.

Ho sentito prepotenza
sul fiore di schiuma
che dissolve le onde
in salsa piccante.

Ho passato la mano
per non rigirare
questa triste canzone
nel suo ritornello.

Lorenzo Poggi

Il filo dell’amore

ascolta
c’è ancora
un battito

tra me e te
ali e respiri
uniscono cuori

il filo in volo
un aquilone nel cielo
tra le mani la vita

un dono prezioso
pulsa nel ventre
mentre mi scegli.

astrofelia franca donà

Published in: on febbraio 23, 2012 at 07:07  Comments (5)  
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XII° Trionfo: l’Appeso

 
Passaggio a livello
.
Ghigliottina di un volo,
decollato col fischio
del Capostazione.
La gola non scorda
quell’ultimo afflato,
le bustine di fiele
nel caffè del mattino.
.
Resta solo un nonnulla,
un rimpianto inghiottito
di chi senza dire
è già corso via.
.
E un’immagine muta
io e te, lungo il fiume
seduti sull’alba
intorno noi stessi,
a domandarci frammenti
di una vita ignorante,
che non sapeva
e che ancora non sa.
.
Ora in tasca ho trovato
un tuo sogno spezzato
che una notte distratta
devi avermi prestato.
Vedi, è un po’ stropicciato.
Senza me non vivrebbe.
Ma prima che perda
del tutto i colori,
ne seguo i contorni
di bizzarro aquilone,
mi lego al suo volo
e ti vengo a cercare;
e sarà il nuovo seme,
e sarà ancora il sogno
che tra le tue dita
riposerò.

Flavio Zago

Cometa

 
Tu,  fluorescente strale,
aquilone infuocato
trafiggevi la notte
punteggiata di luci
e con essa gli sguardi;
gli sguardi a noi che
attoniti, c’incollavamo
a quei tubi cilindrici
per carpirti il mistero.
Noi,  folla d’ignari
Ch’entro gl’immensi e ristretti confini
Del nostro tempo,
per binari terreni
e cieche orbite
costellate di ostacoli
il vero andiam cercando;
(unico propulsore: la speranza!)
Tu di certo la meta
Raggiungere saprai
Bella cometa – tu!
Noi… come boomerang
Spesso ricacciati
Torniamo spenti
Al punto di partenza
Per riprender la danza,
come un moto perpetuo
tra desiderio e noia
tra memoria ed oblio.
Già la tua ellissi sfugge
i nostri assilli;
le nostre notti
più non ingioielli,
e…per noi,
marionette presuntuose
inesorabilmente più remoto
diviene
il palesarsi dei misteri.

Viviana Santandrea

Quando le mie dita suonavano un invisibile pianoforte

talvolta mi abbandona la forza
e la disperazione prende il sopravvento
sovrapponendosi a tutte le voci, a tutti i suoni.

allora mi chiudo schiudendomi in un vecchio sogno
attraversato da un fiume e tanti alberi
e c’è un’orchestra che mi affretto
di raggiungere
prima che diventino eco le quattro note
della quinta e mi trovi impreparata
           ” il destino che bussa alla porta”

la mia anima si smuove e lacrima cieli
grati e infiniti
sugli spartiti sparpagliati come semi incerti
mentre ancora in volo non sanno che cadendo
sul pavimento del mondo tracceranno il suo
destino

e c’è un fiero principio di Eroica
un coro maestoso che sublima la gioia
sul finire

applaudiscono con margherite i prati
il cielo con cicogne e bianche colombe

io tremo come il fazzoletto che sventolo
per poi lanciarlo come un aquilone nel cielo
e li da qualche parte sta e ovunque Beethoven
che scalza mi trova di parole la sua grandezza

” Amici non questi toni!

Un canto più grato leviamo al cielo
                  di Gioia
                            di Gioia!”

e la mia mano sul foglio sapeva d’urgenza e aveva
la sete rara che spegnendola di più t’infiamma
perché infinita è l’acqua che scorre dalla fonte
della Vita.

io vivo qui, rido di follia, accartocciata
su qualche scritto
o distesa sull’erba sono il libro che il vento
sfoglia.

io che non avrei saputo d’essere se non fosse stato
per quelle minuscole lettere voltate spesso
a sinistra o le i a mezza/luna con sopra
un cielo/in(n)o/in(n)o

e mi canta dentro l’inno della Gioia

e scrivo, scrivo
non perché continui a vivere tra le mie parole
ma perché scrivere mi da certezza.
la certezza di aver vissuto.

quando le mie dita suonavano un’invisibile pianoforte
ed era un concerto di equilibri, la pace.

Anileda Xeka

Canzone d’autunno

Camminare ogni giorno, girovagare pensando,
osservare, paragonare, riflettere, incontrare gente,
parlare con loro, parlare da solo.
Entrare in un bar, uscire dal bar
bevendo da una lattina, alberi che si spogliano,
foglie ingiallite che volteggiano,
e sedersi in terra e pensare.

Una mamma, una carrozzina, un bimbo che piange,
un aquilone appeso ad un filo,
un pallone che rotola, ragazzini che si rincorrono
mentre un vecchio seduto li osserva e sorride,
due cani giocano fra loro abbaiando,
ed io continuo a pensare.

Cerco e trovo nella memoria la sua immagine,
il suo sorriso; quello sguardo gentile,
ironico e sensuale, che tanto mi manca
per vivere e sperare, per gridare e ridere
e baciare le sue labbra perdutamente.

Marcello Plavier

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

La canzone di Marinella

Questa di Marinella è la storia vera
che scivolò nel fiume a primavera
ma il vento che la vide così bella
dal fiume la portò sopra a una stella

sola senza il ricordo di un dolore
vivevi senza il sogno di un amore
ma un re senza corona e senza scorta
bussò tre volte un giorno alla sua porta

bianco come la luna il suo cappello
come l’amore rosso il suo mantello
tu lo seguisti senza una ragione
come un ragazzo segue un aquilone

e c’era il sole e avevi gli occhi belli
lui ti baciò le labbra ed i capelli
c’era la luna e avevi gli occhi stanchi
lui pose la mano sui tuoi fianchi

furono baci furono sorrisi
poi furono soltanto i fiordalisi
che videro con gli occhi delle stelle
fremere al vento e ai baci la tua pelle

dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò cent’anni ancora alla tua porta

questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno , come le rose

e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.

FABRIZIO DE ANDRÉ