Le golose

Io sono innamorato di tutte le Signore
che mangiano le paste nelle confetterie

Signore e signorine
le dita senza guanto
scelgon la pasta; Quanto
ritornan bambine!

Perchè niun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divoran la preda.

C’è quella che s’informa pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L’una pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra con bell’arte,
sugge la punta estrema
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una senz’abbadare
a giovine che adocchi
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, un supremo annunzio,
non crema e cioccolate,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio

fra quegli aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro e di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome
oh le signore come
ritornano bambine!

Perchè non m’è concesso
o legge inopportuna!
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di creme e cioccolatte?

GUIDO GOZZANO

Estate

 
Amo tuffarmi nell’aria dorata
nel sole che al mattino mi accoglie
come una serenata;  anche se brucia
e arroventa i pensieri, ma poi stana
rimosse voglie e il corpo fino a ieri
appassito, d’improvviso germoglia.
L’amo e subisco languida la strana
fatata spossatezza del meriggio
ogni ora mi piace; anche il tramonto
della tristezza propria si dispoglia e
di rosso accende la mia fantasia.
Quanto erotismo c’è nella carezza
di questa brezza che dolce s’insinua
sotto le vesti e d intorno spande
gl’inebrianti aromi
della magnolia e ancor del gelsomino!
Non averti vicino è un gran peccato!
Sì tanto amo questo luglio assolato
che vorrei fosse eterno e…….in cambio
io potrei rinunciare anche…….all’inverno!

Viviana Santandrea

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Perchè questa notte m’inquieta?

 
Perché questa notte m’inquieta?
C’è un viavai di pensieri
aquiloni che non posso afferrare;
è colpevole forse il pitosforo
già fiorito di aromi nostalgici?
In fondo che voglio?
So che ancora domani
tufferò le mie dita tra i fini granelli
della sabbia stregata dal sole
e godrò la carezza dell’onda
che va e incessante ritorna
sul piede che affonda.
Scalderò il tuo caffè
mentre fai l’imbronciato
e mi dici:
“Ma…il bacino, me l’hai dato?”

Viviana Santandrea

Published in: on giugno 18, 2011 at 07:32  Comments (3)  
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Lungo la nuda terra del cammino

En la desnuda tierra del camino

la hora florida brota,

espino solitario,

del valle humilde en la revuelta umbrosa.

El salmo verdadero

de tenue voz hoy torna al corazòn, y al labio,

la palabra quebrada y temblorosa.

Mis viejos mares duermen; se apagaron sus

espumas sonoras

sobre la playa estéril. La tormenta

camina lejos en la nube torva.

Vuelve la paz al cielo;

la brisa tutelar esparce aromas

otra vez sobre el campo, y aparece,

en la bendita soledad, tu sombra.

§

Lungo la nuda terra del cammino

sboccia l’ora fiorita,

biancospino solingo,

d’umile valle nella svolta ombrosa.

Il salmo vero torna

oggi con voce tenue

al cuore, e sulle labbra

la parola interrotta e trepidante.

Dormono i vecchi mari miei; si smorza

il suono delle spume

sopra la spiaggia sterile.

Lontano va la bufera nella nube torva.

Torna la pace in cielo;

la brezza tutelare ancora aromi

sparge sui campi, e nella benedetta

solitudine appare la tua ombra.

ANTONIO MACHADO Y RUIZ

Il Primo Creatore


A fronte il mare olezzante
di aromi e di viole,
intorno su chi sente il vento
pesare la morte nel cuore:
invernale malinconia
pénetra nell’anima smarrita,
dopo una terribile
burrasca. Dipoi, calmo,
sulla spiaggia torna il mare.

Con il nuovo effluvio
fanno ritorno i versi
in fitta schiera
dalle rime d’oro
spinti dal tacito aleggiar
del vento. L’anima mia
vorrebbe andare dal  Primo
Creatore: Lo avverte, Lo sente.
Ché qui non sa che cosa sia la pace.

Paolo Santangelo

Scuote gli alberi il vento d’autunno

Der Herbstwind rüttelt die Bäume,

Die Nacht ist feucht und kalt;

Gehüllt im grauen Mantel

Reite ich einsam, einsam im Wald.

Und wie ich reite, so reiten

Mir die Gedanken voraus;

Sie tragen mich leicht und luftig

Nach meiner Liebsten Haus.

Die Hunde bellen, die Diener

Erscheinen mit Kerzengeflirr;

Die Wendeltreppe stürm’ ich

Hinauf mit Sporengeklirr.

Im leuchtenden Teppich gemache,

Da ist es so duftig und warm,

Da harret meiner die Holde,

Ich fliege in ihren Arm!

Es säuselt der Wind in den Blättern,

Es spricht der Eichenbaum:

«Was willst Du, törichter Reiter,

Mit Deinem törichten Traum?»

§

Scuote gli alberi il vento d’autunno,

nella notte umida e gelida;

avvolto nel mio grigio mantello,

cavalco tutto solo nel bosco.

Mentre cavalco, io vedo in frotta

cavalcare con me i miei pensieri;

come il vento mi portan leggeri

a casa della mia diletta.

I cani abbaiano e la servitù

accorre con le fiaccole in mano;

salgo con furia su per le scale

facendo risuonar gli speroni.

La sala splendida degli arazzi,

è pervasa di aromi e calore,

lì m’attende il dolce mio amore…

mi precipito tra le sue braccia.

Il vento mormora tra ‘l fogliame,

e si sente la quercia parlare:

<< Cosa vuoi, folle cavaliere,

con questo tuo folle sognare ?>>

HEINRICH HEINE

Bianco ciliegio

 

Non sprofondi l’anima,
s’un trono sultano
in damasco di seta,
ma su madidi passi
adagi il tuo cuore.

Non insegui
aromi abbaglianti
d’un vuoto che erompe.

Non condizioni riflessi
all’amore che vivi,
e non usi pupille,
vetrine sgranate
per sfoggiare il tuo Io

Eccoti,
eremo,
d’aromi antico,
cimelio
di suono smarrito.

Spirito odierno,
stupendo di vita.

Ora germogli

Flavio Zago

Published in: on dicembre 27, 2009 at 07:43  Comments (4)  
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