L’après Verlaine

Amore in sordina
silenzio profondo

l’unione d’anime
estasiate da presenze
laceranti
rumorose
per la loro assenza

[MA]

il canto
si vestirà
di pentagramma
nell’olocausto
d’amore
sconosciuto
da sollievi
che non osano
indossare verità
d’identità

[apparenti
per “sbaglio”].

Glò

Published in: on gennaio 22, 2012 at 07:26  Comments (5)  
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Risalire il cielo

 
Risalire il cielo
tra pietre e unghie,
l’azzurro mi fa morire
d’amore,
e l’acqua
come un cristallo di lacrime
raccolte e regalate
per una carezza
.
Poter dire il sudore
fino agli occhi più verdi
che la voglia di essere felice
è già tutta li,
nei nostri occhi di neve.
Poi si avrà tempo fine
e l’assenza rude
per innamorarmi ancora
della stessa poesia.
.
E scrivere i capelli
per un bacio,
leggere le orme sulla sabbia
fino al volo degli albatros
per un boccone di forse.
E a memoria
scorrere il profilo
fino alla foce
del colostro.

Stefano Lovecchio

Promessa e speranza

Un giorno promisi al vento
che non mi sarei più lasciato
portar via con le foglie d’autunno.
Scesi a patti col tempo
che mi lasciasse assaporare finalmente
il gusto di una vita senza pianto.
La regina della notte
splendeva di luce bianca nel cielo
mentre riponevo i miei ricordi
in una scatola di nebbia chiusa a chiave.
Alla fine salii in groppa ad un cavallo di nome futuro
e galoppai verso i confini della fantasia.
Ora vorrei chiedere a mamma Natura
di non avere più pelle nè occhi,
né mani nè bocca,
né testa nè gambe,
ma solo anima,
e un cuore da riempire con il tuo amore
e con la tua essenza.
Ti avrò così anche quando non ti tocco,
ti amerò anche quando non ti sfioro,
potrò baciarti anche quando non ci sei,
abbracciarti col pensiero,
e tenerti sempre stretta a me.
Ti percepirò anche e soprattutto
nel silenzio sospeso della tua assenza,
sprofondando in te,
nella certezza e nel calore
della tua esistenza.

Sandro Orlandi

Una forgia e una falce

A FORGE, AND A SCYTHE

One minute I had the windows open
and the sun was out. Warm breezes
blew through the room.
(I remarked on this in a letter.)
Then, while I watched, it grew dark.
The water began whitecapping.
All the sport-fishing boats turned
and headed in, a little fleet.
Those wind-chimes on the porch
blew down. The tops of our trees shook.
The stove pipe squeaked and rattled
around in its moorings.
I said, “A forge, and a scythe.”
I talk to myself like this.
Saying the names of things –
capstan, hawser, loam, leaf, furnace.
Your face, your mouth, your shoulder
inconceivable to me now!
Where did they go? It’s like
I dreamed them. The stones we brought
home from the beach lie face up
on the windowsill, cooling.
Come home. Do you hear?
My lungs are thick with the smoke
of your absence.

§

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. Le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? E’come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

RAYMOND CARVER

Non sempre verde è il colore dell’infanzia

Quando lasci il dolore affondare
le brulle sue radici nell’iride innocente,
nell’assenza, tradisci te stesso,
quello che fosti ed il fanciullo che fuggi.
Divieni fumo di fiamma che muore
candela cui la luce flebile s’estingue
tra dita insensibili con l’ultimo baleno.
Eludi un’anima implorante, soltanto,
che le si tinga la nemica trasparenza.
Le frusti la vita se la vedi e l’ignori
ma se ascolti il coraggio d’amare
capirai il rintocco lungo
e lo sgranarsi orribile delle sue palpebre
in lontana solitudine.
Udrai bruciare le sue ciglia
ed il tonfo cupo della cenere franata
dal suo pianto in umile silenzio
al sorriso umano che le avrai spiegato.
Non è di semplici occhi quell’iride
che nulla sa dell’ipocrita notte,
nulla della tua mano incurante
che la scrolla come polvere molesta.
Occhi ignari di saper volare alto
scuotendo voci distratte o riluttanti
con la sferza dei rifiuti subìti
con il ricordo della tua indifferenza.
Ombrose non solo, slargate pupille,
cave di marmo pregiato esistono
per provare il tuo impegno,
scolpire, plasmare la tua benevolenza.
Così vagano quelle rare preziosità
e nel nostro mondo restano o
troppo spesso partono per l’Altro
confinate in tristi castoni
senza alcuno di sana volontà
ad estirpare il prisma grigio-bruno
che di tanta, infelice pochezza
è grave riflesso.

Daniela Procida

Sulla tua soglia

Sulla tua soglia proibita
vorrei sostare un dì
prima che scenda l’ombra
e sul tuo muto sguardo
dolcemente indugiare
Credimi non è peccato
salire alla tua volta serena
e dall’ultimo spicchio di sole
lasciarsi lento inondare
prima che sia ricordo il gioco
e gioventù remota assenza
Cosa importa se sei un sogno
o solo un mendace fantasma
Anche se tu fossi veleno
vorrei assaggiarti un poco
e su di te felice morire
stasera un poco soltanto

Fabio Sangiorgio

Published in: on dicembre 20, 2011 at 06:53  Comments (5)  
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L’arte della polvere

 
Fino al vespro
le nostre biglie,
rotolavano tra i seni
dell’incanto
sfidando precipizi
acerrimi.
.
Imparavamo incauti
l’arte della polvere
che corteggiava
i respiri di gioco
o disegnava l’aria ferita
nell’assenza di una mano,
di uno straccio di amore
con cui lenire le patine
sul legno nodoso.
.
Fino al vespro
le nostre biglie coriandolo
si pizzicavano,
e urtandosi l’un l’altra
deviavano l’attesa
restando ferma la meta.
E imparammo
a puntare le ginocchia
in terra
facendo callo al dolore.
.
Saliva al cielo,
ricordo,
dai nostri passi bimbi
la polvere di gioco,
e tornavamo a casa
preghiera.

Stefano Lovecchio

Mentre ancora raccolgo le mimose

 
Languida tenerezza, il tramonto,                                     
nel lesto suo nostalgico imbrunire                                    
e non m’accorgo di quel buio tetro                              
che spegnerà domani occhi al sole.
Mentre ancora raccolgo le mimose
del mio esser donna in questa vita,
mi prodigo ad infornare il pane                          
per chi mi amerà pur nell’ assenza.
Silenzio che ricorderà il profumo  
del lievito fermento di ogni vita,
inestinguibile del cuor la mensa   
mio costante e imperituro dono.
Perpetuerò l’amore che va oltre          
ogni confine, oltre l’orizzonte            
dove del sole il morire appare
ma è vitale l’eterno suo calore.

Elide Colombo

Torna

Torna alla tua casa che senza te è vuota
e mute sono le stanze senza i tuoi passi.
Di te e del tuo canto sento il bisogno,
le tue foto ora accarezzo, a loro parlo
lontano da chi folle vedermi vorrebbe.
A quella tua essenziale presenza
non diedi importanza come se giusta
fosse per diritto e non per merito.
Quanto grande eri lo dice la tua assenza,
quanta musica ci fosse lo dice il silenzio.
Non c’era spazio abbastanza, ora
Questa casa è orrendo maniero.
Fantasmi di felicità perduta s’aggirano,
gridano il loro non essere stati amati,
accettati e capiti.
Torna ad asciugare le indegne lacrime
di chi non t’ha saputo amare e solo
s’aggira in questo universo oscuro.
Al mio piangere di colpa dona pace,
perdona l’indifferenza da te subita
come schiaffo alla tua voglia d’amare
con gesti di quotidiana semplicità.
Ero un re senza saperlo.
Ora son schiavo di cosciente nostalgia.

Claudio Pompi

Il mare racconta

Se non sei me, non puoi immaginare
l’assenza di paura in piena notte,
sia essa gelida e figlia dell’inverno
o soffocante in opprimente agosto.

Ho visto stelle correre al riparo
al sopraggiunger di maligne nubi
ed altre, a mo’ d’affascinanti donne,
spogliarsi d’ogni ultimo brillante.

Nei suoi tre giorni e nelle sue tre notti,
a Santiago ho fatto compagnia
mentre adescando il fiero nostro marlin
pescava invero il suo coraggio estremo.

Bonacce, è vero che ne ho mandate
ma il mio vecchio mai ha più saputo
di quanto ancora sono amareggiato
per le tempeste che non ho evitato.

Se mai qualcuno ti dovesse dire
che solo d’acqua sarei fatto io,
non annuire e sii anzi tentato
di venire a vedere la mia anima.

Aurelio Zucchi