I verbi

ci passano in rassegna
con pronuncia sardonica c’immettono
tra le papille gustative e le corde vocali
ci scrivono le azioni sillabate nel registro dei segni
ci mettono la pen(n)a tra le mani
a tatuarci le tacche dei mattini
o matte dei tacchini (piccole libertà d’amanuensi)
ché veramente seri sono pochi

ci prescindono
come i pifferi che invece di suonare…

ci trattengono quando ci destiamo
dagli assetti (anche affetti) supini
ci tossicchiano intorno balbuzienti
ci rendono refusi inadempienti alle minime regole
ortostatiche
non ci reggiamo in piedi
e loro ci propinano levare andare fare dire ingurgitare
e noi
– verbicitanti, occhi lucidi –
lessicodipendenti incontenibili
ci siamo arresi e ci scriviamo addosso.

il medico prescrive: un cucchiaio di silenzio
lontano dai tasti

Cristina Bove

Nebula

Pensieri ad anello
percorsi, ricorsi,
eterni fuggenti
istanti immortali.

Cercare sequenze,
assetti valenti
tra questi frammenti
è opera ria.

– Non fossi sì solo
nel freddo del cosmo,
tra un Pico di Pico
e un Tera alla Tera,
potrei valutare
il valore del pianto,
dell’equo d’errori,
d’assoluti insoluti.

– Così il Nulla svanisce
non appena lo penso,
e il Tutto non è
finché non è nominato
e già sillabato
è monco d’inizio.

In un eterno finito
non essere tutto,
in un infinito spezzato
non essere niente.

– Che mestizia, che vuoto.
Che non finimondo.
Forse è meglio colmare
questo non Tutto.
Forse è meglio freddare
tutto questo non Nulla.

Catafatismo incombente.

– Sia fatta la luce!

E il Caos finì?

Flavio Zago