Perfidia

Nadie comprende lo que sufro yo
Tanto que ya no puedo sollozar
Solo temblando de ansiedad estoy
Todos me miran y se van

Mujer, si puedes tú con Dios hablar
Pregúntale si yo alguna vez
Te he dejado de adorar

Y al mar, espejo de mi corazón
Las veces que me ha visto llorar
La perfidia de tu amor

Te he buscado por dondequiera que yo voy
Y no te puedo hallar
Para qué quiero tus besos
Si tus labios no me quieren ya besar?

Y tú quién sabe por dónde andarás
Quién sabe qué aventura tendrás
Qué lejos estás de mí

§

Nessuno capisce il dolore che provo
È così grande che non riesco nemmeno a singhiozzare
Solo e tremante d’ansia
Tutti mi guardano e se ne vanno

Donna, se puoi parlare con Dio
Chiedigli se io qualche volta
Ho smesso di amarti

E al mare, specchio del mio cuore
Quelle volte in cui mi ha visto piangere
Le perfidia del tuo amore

Ti ho cercato in ogni luogo in cui vado
Ma non riesco a trovarti
Perché volere i tuoi baci
Quando le tue labbra non mi vogliono baciare?

E tu, chi lo sa dove andrai
Chissà che avventure avrai
Quanto sei lontana da me

ALBERTO DOMÌNGUEZ BORRAZ

Skype

Mentre brilla radiosa
l’intoccabile forma
di un luminoso sorriso
che mi trapassa il vetro e il cuore
io mi accorgo ancora
di non sapere nulla di te
e dei colori del tuo lungo viaggio
Non so i giorni e gli anni
e le operose giornate
di mattine serene
o di sere disperate
Non so i monti saliti
e le copiose acque torrenti
in cui ti sei bagnata
Non conosco le ali del maestrale
o le rotaie obbligate
che fin qui ti hanno portato
E mentre parli di mondi d’altri
e di inconsuete avventure
non so nemmeno dei canti
o dei tuoi notturni sogni
e se ti piace al latte o al limone
il tè amaro di questa nostra vita
Chissà se spegni la luce
quando fai l’amore
o ti si vede in volto
schiudersi piano il sole
e dove giace nascosta
alabastro mistero
la storia magica delle tue mani
Questa tua rara immagine
che ogni giorno mi sfugge
la so fermare solo
in quel silente specchio
ma nel guardarla tremo
mentre mi ride il cuore
e neanch’io so il perchè

Fabio Sangiorgio

Declino

Alcune domande
turbano il mio dormire,
Sono nato troppo presto
o troppo tardi?
Cosa faccio in questo mondo
dove la gioia
mi è sempre soverchiata
dal soffrire?

Le mie speranze, i miei desideri,
dormono un sonno dolente.
Perché ad ogni gioia,
mi si alterna il dolore,
e la tristezza riaffiora,
violenta e maligna?
Dondolo e l’altalena della vita
costringe l’anima mia
in ginocchio.

I miei occhi stanchi,
il mio crine incanutito.
trasmettono quanto tempo
e quante avventure di vita
hanno attraversato.
Ma ora frugando
nei recessi dell’anima mia,
capisco ed invoco pietà.

Marcello Plavier

Affacciato

alla finestra
degli anni
conto i versi antichi
che guardano
dall’alto
il panorama
abbarbicati a spoglie
di avventure…
si stacca
un pizzo acclive
di sapore antico
che contiene
pezzi di cuore,
si perde
contro la realtà
nuda dei sassi,
rotola sulla china
e si frantuma.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on marzo 28, 2011 at 07:41  Comments (7)  
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Il mondo nella via

Ricordo ancora il sole di quelle estati.
Giornate lunghe senza pensieri.
La porta chiusa alle spalle senza far rumore.
Il mondo in una via chiusa da un muro era mio.
Seduto sul muretto aspettavo i compagni,
nuove avventure da vivere senza un copione.
Il mondo in una via prendeva vita, noi gliela davamo.
Che ne sapevamo del domani,
degli uomini che saremmo diventati,
di donne che ci avrebbero amati o feriti.
Il mondo era lì, la vita era lì.
Le nostre corse appresso ad un pallone sgonfio,
martire di spine di rose selvatiche,
crescevamo tra ginocchia ferite calzoni strappati.
Sotto quel sole come il grano crescevamo,
con il nostro ridere e le nostre bugie innocenti.
Il sole alto sulla via, profumo di cucina che più
d’un richiamo materno nell’ombra fresca della casa
ci riportava, stanchi e affamati.
Nel pomeriggio scendevamo come orda inarrestabile,
così ogni giorno fino a sera, per sempre e sempre non fu.
Scavalcammo al giusto tempo il muro della via,
lasciammo l’eco delle nostre voci che lentamente
per sempre si spense.

Claudio Pompi

La passeggiata


Partiam partiamo, partiamo pure
del ludibrio in liquidazione
verso le folli ematiche avventure
vendesi un’oncia di illusione
con lampone panna e cioccolato
e latte fresco di Pigmalione
il sindaco è stato avvisato
sull’invetriata si fa produzione
di talco sottovuoto inscatolato
audace odoroso apireno limone
sosta negli angoli della via
come candido flaccido lenone
refrigerati galloni di poesia
con stringhe ecologicamente mute
vivacizzate da vaporosa zia
volpi mattamente astute
introdotte dentro a scritte
regalano sacchi di vedute
su fitte palafitte di ditte
smercianti liriche con carmi
avanzan pinte di motoslitte
a decalitri sfilano gendarmi
pubblicitariamente inermi
per evitare azzardati allarmi
intanto kilometri di vermi
si sbracciano per contrabbandare
l’utilità di trilioni di germi
tu! non te ne devi mai andare
da questo splendor di parapiglia
il consumo è virile adorare
spanne fantastiche di meraviglia
subdolamente ad arte preparata
con due quattro palle e una biglia
seminar di metrica squinternata
di single su triangoli di terra
intenzionalmente sgraffignata
offresi slanciato zappaterra
per produrre bulbi di Tropea
da esportare in Inghilterra,
per un tantino di prosopopea
lo strambotto entra in idillio
con una lifting rifatta dea
scatta esternazione e cipiglio
in povero pleonasmo ridondante
di presunzione certamente figlio
sbilenco guercio stravagante
fra tesi ed arsi perde piede
stralunando il supremo garante
tutti quanti il con cui si siede
posate bene ad INIZIO APRILE
se in primavera ponete fede
si può svuotare il vecchio barile
perché il parlar non sia indarno
è pronto il detersivo del Brasile,
si scancelli quel figuro scarno
risciami allegramente la gente
peripateticamente sul lungarno
poi di nuovo a casa finalmente
torniam torniamo, torniamo pure
seduti all’ombra di alloro aulente!

Sandro Sermenghi