Il potere dei sensi


Ha un verso
il mio sentire
nube che scarica
pioggia e grandine
sul fuoco.
Ha un senso
il mio vedere
scatto che amplifica
le antenne del cuore.
Ha un permesso
il mio toccare
forbice di velluto
che colleziona
coriandoli di luce.
Ha un nesso
il mio odorare
memoria di profumi
che parte in folle emozione
e poi finisce
in un bagno di sapone.
Ha un plesso
il mio gustare
lingua di frontiera
che invita al tavolo di pace
Oriente ed Occidente.

Roberta Bagnoli

Che ci siamo persi

Le gesta dei padri
nelle foto ingiallite

il lume a petrolio
le mani sul fuoco
vicino al camino
il bagno all’esterno
lo scaldino nel letto
le scarpe bollate
i geloni dei piedi
la neve dal tetto
a cadere sul letto
materazzo di paglia
rumoroso e con buche
calzoni corti
per lividi viola
il riposo d’inverno
intorno alla tavola
la tavola storta
tagliata dal tronco
il nonno racconta
le feste paesane
i giochi nell’aia
l’amore rubato
tra le spighe di grano
il lavoro bestiale
il pezzo di pane
condito di niente
la zuppa la sera
il pollo a Natale
il pollo all’Assunta
il suino allevato
il prosciutto venduto
il pane con lardo
e l’ulcera certa
il fieno ai conigli
i buoi con l’aratro
la zappa e la terra
il reticolo scuro
sul dietro del collo
il rosario la sera
e il timore di dio
tutto il disagio
e l’amore che c’era
vita vuota di tutto
e colma di tutto.

Lorenzo Poggi

(in collaborazione con l’amico Augusto Paiella)

Un qualche sasso

forse scampato
a un diroccato muro
inciampò il passo
sulla pace dell’erba…
e ritentò la vita lusingato
da speranze di raggi dietro nubi…
Il forestiero
nel ritiro del bagno di parole
venne punto
dagli angoli chiusi
e seguitò affacciato
ai giorni vecchi
seguendo l’orizzonte
a passi uguali
a cercare un sorriso
che non c’era
negli occhi
di qualche parola.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on settembre 24, 2010 at 07:07  Comments (3)  
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J’eroi s’arpos’no

Giron giù, j’eroi de cappa e spada,
dopo esse stati a dàssele su ‘n piazza
co’ la solita banda de nemice.
E scenne e scenne arriveno ‘nto ‘n campo
coi cicomb’li pronti da magnasse.
“El ve’…! Tòcc’acchiappanne un per uno…
madonna, che magnata!
Sbrigam’se cocchi, che tir’no col sale!
Li mettemo ‘ntol fiume a rinfrescasse;
facemo ‘l bagno e doppo
‘n tassello…’na spaccata…
e giù con tutto ‘l muso a succhià ‘l sugo!”
“O Giù, st’attento! Che ce ston le spade
tlà ‘ntol prato, ‘nce le fa fregae!
Che quann’argimo su, je l’em da dà
ta quei du’ fanfaron de’ Minestrini.”

“Oh! E ch’ete fatto! Ch’en tutte ‘ste scorze!
Gite a buttalle via da n’antra parte.
E pu’ sbrigateve…ch’em d’artornà!”

J’eroi, tutt’arpuliti e rinfrescati,
artornon su la piazza de Bettona.
“Ete visto? La fifa fà novanta;
mica ncionn’ aspettato
quii maruan del bebo!”.
“L’acchiapperem domani…
‘nve stete a preoccupavve. Mo’, piuttosto,
gim tutti a facce ‘l giro de le mura,
che a st’ora llà ce vònn’a passeggià
certe freghin de quelle…!
E sempre guerra è…sempre battaja…
e è mejo de quell’altra a cappa e spada!”

§

GLI EROI SI RIPOSANO

Se ne andarono giù, gli eroi di cappa e spada,
dopo essersele date in piazza di santa ragione
con la solita banda di nemici.
Scendi che ti riscendi arrivano su un campo
con i cocomeri pronti da mangiare.
“Guarda, bisogna prenderli uno per uno…
madonna che mangiata!
Sbrighiamoci ragazzi, che sparano a sale!
Li mettiamo nel fiume a rinfrescare;
facciamo il bagno e poi
un tassello… una spaccata…
e giù con tutto il muso a succhiare il sugo!”
“O Giulio, sta’ attento,
ci stanno le spade là nel prato,
non ce le far fregare!
Che quando torniamo su
gliele dobbiamo suonare
a quei due fanfaroni dei Minestrini!”
“Oh, ma che avete fatto, che sono tutte queste bucce!
Andate a buttarle da un’altra parte
e poi sbrigatevi, che dobbiamo tornare!”
Gli eroi, tutti ripuliti e rinfrescati
tornano alla piazza di Bettona.
“Avete visto? La paura fa novanta,
mica ci hanno aspettato
quella razza di zoticoni!
“Li piglieremo domani,
non vi state a preoccupare!
Adesso piuttosto andiamo tutti
a farci il giro delle mura,
che a quest’ora ci vanno a passeggiare
certe ragazzine che non ti dico!
E sempre guerra è, sempre una battaglia!
ed è meglio di quell’altra a cappa e spada!”

Armando Bettozzi

Brivido di calore


Brivido di calore
cinge l’anima
stigma azzurro
s’imprime lentamente
aureola circoncisa
nel bagno candido
del primo mattino
porta via il dolore
di una piaga di rosa
avvolgente.
Resto in piedi
nel silenzio lucente
non sfido la notte
l’aurora dimora soffusa
mi bacia gli occhi
e spoglia il mio cuore.
Sono viva e cammino
nella tenera luce
braccia di madre
come sole di granito
mi sorreggono
e mi donano carezze di neve
rivoli dolci solcano gote stupite.
S’illumina la strada
di coriandoli sottili
pioggia di luce
in armonia di danza.

Roberta Bagnoli

Rimembranze

Il bisogno di terra ci afferra in un attimo.

Son piene le mani di voglia di pieno,
son giù le ginocchia alla cerca d’olive,
le vesti adeguate larghe sul dietro,
le teste coperte da un bagno di luce,
la forza scoperta degli avambracci,
il sole che cuoce su ogni cosa.

Rivedo il dipinto firmato Guttuso,
i volti scolpiti, le scapole in fuori,
i braccianti del sud, la fame che incalza,
il mercato del pesce, la vita in essenza,
la risata sguarnita, il pianto che stride.

Non c’è pace sotto gli olivi,
le mani son nere di pelle e di terra,
ritorna di nuovo la storia di prima.

Lorenzo Poggi

Marzolino indovinello


Stamattina appena alzato
ho provato l’emozione
d’inciamparmi e dal piancito
sollevato mi ha una gru:
poi per giunta in bagno andato
per nettare la ferita
nel tagliare la garzetta
ci ho lasciato ben due dita:
Chi urlò non si può dire
mai s’è visto grande allocco
più imbranato di così:
che fregata farsi male
come un merlo che sfortuna
meglio è in panda andare a spasso:
anche se col torcicollo
meglio è averla la fortuna
di goder per l’OTTO MARZO
appoggiati a una colonna
la bellezza della DONNA
che cammina a piede scalzo:
ed in mano LA POESIA
acchiappar la palla al balzo
dentro a un sogno volar via!

Sandro Sermenghi

Fra gli animali di questo Marzolino indovinello quanti volano e quanti mangiano germogli di bambù?  Manciate di poesie in premio alle soluzioni esatte!

Dài, portami da lei

 
La rosa mi si avvicinò.
Si accostò come una nonna
che vuole muoverti un appunto.
Poi sulla nuca la sentii.
 
Ma…
con le spine mi frustò alla schiena.
Non so per quanto tempo s’accanì,
so solo che, tornata in sé,
così mi sussurrò all’orecchio:
 
Tu…
una volta sapevi innamorarti
e adesso dimentichi come si fa.
Solo perché la vita t’ha distratto
tu pensi non c’è posto per l’amore?
 
Dai, portami da lei.
 
Mi vedi come sono ancora in forma?
Lo riconosci il mio miglior colore?
Fammi lasciare questa strada,
sono sicura che non deluderò.
 
Dai, portami da lei
 
assieme alle mie amiche rosse,
taglia a misura questo lungo stelo
e, come prima, avvolgilo in argento
che poi con cura la mano scarterà.
 
Dai, portami da lei
 
e sarà valso c’hio abbia vissuto
ed io saprò parlar di te,
fresca nel bagno che farò
per mantenermi bella come lei.

Aurelio Zucchi

Published in: on febbraio 6, 2010 at 07:03  Comments (3)  
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