Basta

Basta con questa rabbia che mi uccide
per non essere abbastanza forte.
Basta con quei gridi che salgono al cielo
da corpi di donna violata.
Basta con il volto di una lei che piange
tra le mie mani e le lacrime al suolo
scendono come gocce di sangue.
Basta con la morte dell’anima
che corpo di donna rende un’automa,
di una bambina che non saprà scoprire
l’amore, che non accenderà i suoi sensi.
Basta con gli occhi truci di un bastardo
che non s’abbasseranno davanti
a quelli di colei che più luce non avranno
ma che per strada incontreranno.
Basta, mille volte basta, eternamente basta.
Basta con l’ipocrisia del perdono seme
di futura violenza.
Basta con il silenzio del dolore taciuto
per pudore, per colpa solo d’essere donna.
Vorrei su quella piazza centomila donne
che gridino basta e il loro grido
squassi i vetri e le orecchie di coloro
che in un palazzo non vedono ma si fanno
vedere.

Claudio Pompi

Ndr:  Claudio lavorava nel reparto di radiologia di un ospedale del centro di Roma, e per questo motivo si trovò spesso a contatto con realtà tristi e drammatiche come quelle che descrive in questa poesia.  Noi lo ringrazieremo sempre per la sua testimonianza, vera e preziosa, di uomo giusto e sensibile.

Addio

Vieni, siediti qui sul mio letto
Vorrei stringerti ancora una volta al petto.
Ora tocca a te, bambina mia,
aiutarmi, poco a poco, ad andare via….

Fatti ancora accarezzare i capelli…
ricordo sempre il momento, tra i più belli,
quando, tra strepiti e dolori,
con amore ti aiutai a venir fuori.

Ti ho aspettato tanto pazientemente
e ti ho cresciuto, lavorando alacremente,
adesso ti vorrei lasciare il mio testamento
per lenire un poco, se posso, il tuo tormento.

Vorrei lasciare a te, anima mia,
una traccia del mio passaggio, che non vada via.
Vorrei che tu sapessi che io sarò ovunque
se tu mi penserai e mi parlerai comunque.

Se porterai con te, in ogni istante,
la speranza, l’entusiasmo e le emozioni tante
che insieme abbiamo sempre condiviso
e come, dopo un dramma, abbiamo ritrovato il riso.

Adesso sono io che ho paura
come per te era il buio di una notte scura.
Sì, te lo confesso, ora ho timore
dell’ignoto e di provare ancora del dolore!

Ma se tu mi terrai la mano, mio piccolo fiore,
io me ne andrò serena, piano senza fare rumore.
Non piangere, amore mio, ti voglio tanto bene,
sarò la tua mamma sempre… se tu la chiami lei viene!

Anna Maria Guerrieri

Siamo come le lucciole

Sull’Aurelia al tramonto
c’è sempre una ragazza
anzi una bambina piccina
quasi nuda e infreddolita
che a Natale vicino al fuoco
mostra occhi infossati
labbra arse, mani minute
crisalide in attesa
di vita e di casa
e arrivano a frotte
macchinoni e clacson
all’impazzata in cerca
di carne fresca da macello
mentre in villa a Portofino vetta
la famiglia fa festa con
Dom Perignon.

Tinti Baldini

Attendo uno scroscio

 
Attendo uno scroscio d’acqua
limpida e cristallina:
sorgente, abbeverarmi le mani a conca,
cascata sotto cui tuffarmi e fresca
dilavi via ogni impurità
che ci incrosta ci avvelena
e soffoca il respiro
la cattiveria la grettezza
ogni brutta sciocchezza
fa un roveto di spine tutto a giro
riduce il cuore a una pena.
Attendo la risata di bambina
o bambino
che limpida e cristallina
faccia un nuovo mattino.
L’eco di quel suono allegro ed argentino
sia l’ispirazione che porta il sentimento
polvere d’oro fino sparsa intorno al mondo.
Attendo che sia pace
La voce di una bambina alta e squillante
come suono di tromba ridesti Bontà
dia i numeri di questa tombola gigante
dove tutti ci sono e nessuno mai perderà

azzurrabianca

Generale

Generale, dietro la collina
ci sta la notte crucca e assassina,
e in mezzo al prato c’è una contadina,
curva sul tramonto sembra una bambina,
di cinquant’anni e di cinque figli,
venuti al mondo come conigli,
partiti al mondo come soldati
e non ancora tornati.

Generale, dietro la stazione
lo vedi il treno che portava al sole,
non fa più fermate neanche per pisciare,
si va dritti a casa senza più pensare,
che la guerra è bella anche se fa male,
che torneremo ancora a cantare
e a farci fare l’amore, l’amore delle infermiere.

Generale, la guerra è finita,
il nemico è scappato, è vinto, è battuto,
dietro la collina non c’è più nessuno,
solo aghi di pino e silenzio e funghi
buoni da mangiare, buoni da seccare,
da farci il sugo quando è Natale,
quando i bambini piangono
e a dormire non ci vogliono andare.

Generale, queste cinque stelle,
queste cinque lacrime sulla mia pelle
che senso hanno dentro al rumore di questo treno,
che è mezzo vuoto e mezzo pieno
e va veloce verso il ritorno,
tra due minuti è quasi giorno,
è quasi casa, è quasi amore.

FRANCESCO DE GREGORI

Per te, donna

 
Per te che ben riesci da bambina
a far parlare bambole di pezza;
che fiaba dietro l’altra poi consumi
come orsacchiotto del tuo lecca lecca.
Per te che in lesto progredir degli anni
infili vita nel primo anello oro;
che di stupor materno attesa sazi
al nascer di felicità goduta.
.    
Per te ch’al sorger del propizio giorno
stai a guardare l’alba, il sogno e il mondo
dentro due occhi ancora da venire
eppure innamorata già ti senti.
Per te ch’al primo volteggiar di gonna,
al suon della canzone ti vezzeggi
e briciola tra donne sicur passeggi
alla ricerca del tuo primo amore.
.
Per te che, furba, dopo colonizzi
d’altra esistenza i capelli al vento
e in un batter d’occhio apri e trastulli
le prime voglie in un qualunque posto.
Per te che a volte a testa e croce giochi
con le medaglie su altri petti appese
nel rischio odioso di far morire
l’inizio ambito di possibil trame.
.
Per te ch’al giorno di bouquet distendi
anima e corpo nella tersa coppa
e schiava e libera li agiti entrambi
sciolti nel corpo e l’anima di lui;
per te che sposa affascini all’istante
fra trasparenze e carni benedette
per poi ricever del rapporto il sunto
e trattenerlo al tuo dominio netto.
.
Per te che gemiti ascolti forti
venir da grembo dall’amor difeso
e gemiti domi insieme al tempo
perché il figlio nello splendore cresca;
per te che quelle stesse eterne fiabe
ora le narri ripercorrendo gli anni
e bimba nuova incredula ti scopri
al vissero tutti felici e contenti.
.
Per te che del tuo ruolo avuto in dono
vagone fai da attaccare ad altri
mandando qualche volta alla malora
di femminilità il vero e lo specchio.
Per te che d’ogni lacrima fai conto
e conto non fai delle stille esterne
quando a convincerti ch’ognuno soffre
non ci si fa neanche all’evidenza.
.
Per te ch’all’avvizzire della pelle
t’intrappoli nel perché succede a me
ed acida divien quell’espressione
testimonianza eterna ritenuta;
per te ch’alla fin fin ti abitui piano
e accetti ancor del sole le palpate
fino a sentirti egualmente bella
e con la vita inimicizia escludi.
.
Per te ho eretto una torre mozza
con i pilastri di cristal cobalto
al centro d’un filare a semicerchio
tra i riflessi di schiusi melograni.
.
Per te, o donna, ho redatto a firma
il protocollo del discepolo realista
sulle tracce di Venere imperfetta,
d’interminabili carezze ansioso,
di pianti inammissibili irritato,
a zonzo tra felicità ammessa,
per consegnare ad una scia del tempo                                                                                                                                                                                                l’innamorato ed il fallibil uomo.

Aurelio Zucchi

Solo un gioco

La meridiana
segna le ore e l’ombra
stagliata
definisce il tempo

il sole scherza
con la luna
lole, suna
nasu lelu
un magico rito
ruota gli schemi
l’inverte
alambicchi esoterici

una bambina si chiede perché
è solo un gioco
un sogno
per poco
Maristella Angeli

da “Specchi dell’anima” Edizioni Progetto Cultura – Diploma di Finalista Accademia G.G. Belli Roma 2008 – Antologia del premio, AA. VV. “Gli araldi della poesia”, riconoscimento “Perle Poetiche”, con la motivazione:  “Poesia di rara efficacia espressiva, che mostra il fluire della vita e l’inesorabilità del tempo.”

Published in: on ottobre 12, 2011 at 07:50  Comments (12)  
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Il sole è il sorriso vero della vita

 

al buio resto con il mio dolore.
mi ascolto e attendo
non so cosa.

tu, nella tua mente hai già deciso
che di tenebra e zolfo sia fatta la mia anima
e il sole mi sia il peggior nemico

ti spiegherei ma troppe volte
ti parlai senza voce perché aveva da dire
molto di più il mio silenzio

perché spesso ho ingoiato le mie lacrime
e ho pianto un fiato da te e inoltre
la tua palese indifferenza.

tu non saprai mai che il mio amore
aveva ed ha un cuore di bambina
perché come allora ancora credo che il Sole
non sia soltanto fuoco e luce soltanto

Egli è soprattutto Sorriso.
                         E’ il Sorriso Vero della Vita

ecco perché al buio sto e gli risparmio almeno a lui
il mio tormento e a me, quando sarà tempo;

avrò occhi allenati simili a quelli di un felino
per il mio eterno buio

mi peserà di meno andandomene
e meno graverà il congedo.

Anileda Xeka

Hai un sangue, un respiro

Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.

Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.

Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
è la tua forza. Come
erba viva nell’aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.

CESARE PAVESE

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI