Da Nuccio al Bar delle Vigne

 
Non riesco a guardarvi negli occhi
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Sono stato da Nuccio al bar delle vigne
nell’ora in cui le puttane scappano via come tanti topolini affamati
ed arrivano prima a grammi e poi a quintali gli studenti ubriachi.
Non riesco a guardarvi negli occhi
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e poi è sabato sera
e ci vestiamo (noi) come delle puttane,
i discorsi scivolano lenti come pappagalli domestici
(ne ho visto un paio- di pappagalli – dalle parti di Marassi sono fuggiti e sanno cantare)
certo, è interessante citare a memoria gonfiarsi la pancia annuire alle ragazze
ma questa città non ha bisogno di questo terremoto di teste che voi chiamate arte.
Avevamo il mare. Ti ricordi? Ti ricordi il sale?
Lo raccoglievo dalle tue ciglia
ogni volta che dicevo – ti amo –
lo raccoglievo con un bacio
e non te lo restituivo,
facevo un nido nella mia bocca e deglutivo
                                                               deglutivo
                                                                         deglutivo…
E comunque Nuccio ha la sciatica ed un principio di razzismo inespresso
ogni volta che mi chiede – come va? –
gli rispondo che non devo bere così tanto
altrimenti potrei non sentire la tua voce
quando fischia come gli uccelli
ed annegare
al cambio clienti.

Massimo Pastore

La sera dei miracoli

È la sera dei miracoli fai attenzione
qualcuno nei vicoli di Roma
con la bocca fa a pezzi una canzone.
È la sera dei cani che parlano tra di loro
della luna che sta per cadere
e la gente corre nelle piazze per andare a vedere
questa sera così dolce che si potrebbe bere
da passare in centomila in uno stadio
una sera così strana e profonda che lo dice anche la radio
anzi la manda in onda
tanto nera da sporcare le lenzuola.
È l’ora dei miracoli che mi confonde
mi sembra di sentire il rumore di una nave sulle onde.
Si muove la città con le piazze e i giardini e la gente nei bar
galleggia e se ne va, anche senza corrente camminerà
ma questa sera vola, le sue vele sulle case sono mille lenzuola.
Ci sono anche i delinquenti
non bisogna avere paura ma soltanto stare un poco attenti.
A due a due gli innamorati
sciolgono le vele come i pirati
e in mezzo a questo mare cercherò di scoprire quale stella sei
perché mi perderei se dovessi capire che stanotte non ci sei.
È la notte dei miracoli fai attenzione
qualcuno nei vicoli di Roma
ha scritto una canzone.
Lontano una luce diventa sempre più grande
nella notte che sta per finire
e la nave che fa ritorno,
per portarci a dormire.

LUCIO DALLA           (1943-2012)

Rannicchiata sul divano di sera

 
Rannicchiata sul divano di sera
Raccolgo i sogni
Nel contorno che sfuma
Poi esco qua non c’è rete
E nell’angolo del bar wireless
Accendo lo schermo
.
Digito ora solo se ho il destinatario
Ma questo è un sogno fatto il giorno dopo
Lo schermo è restato bianco
Non ho immesso né ricevuto
Lo schermo è restato nero non si è aperto
Non si è aperta la porta
E nel nero del sonno ho fatto tutto bianco

azzurrabianca

Published in: on febbraio 8, 2012 at 07:37  Comments (6)  
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Canzone d’autunno

Camminare ogni giorno, girovagare pensando,
osservare, paragonare, riflettere, incontrare gente,
parlare con loro, parlare da solo.
Entrare in un bar, uscire dal bar
bevendo da una lattina, alberi che si spogliano,
foglie ingiallite che volteggiano,
e sedersi in terra e pensare.

Una mamma, una carrozzina, un bimbo che piange,
un aquilone appeso ad un filo,
un pallone che rotola, ragazzini che si rincorrono
mentre un vecchio seduto li osserva e sorride,
due cani giocano fra loro abbaiando,
ed io continuo a pensare.

Cerco e trovo nella memoria la sua immagine,
il suo sorriso; quello sguardo gentile,
ironico e sensuale, che tanto mi manca
per vivere e sperare, per gridare e ridere
e baciare le sue labbra perdutamente.

Marcello Plavier

Cerco poesia in questo tempo strano

Cerco poesia in questo tempo strano
laddove so di non trovarla quasi più,
nei buchi tetri di solitudini taciute
o intorno ai tavoli dei bar deserti.

L’assenza di voci, non dico di sospiri,
insiste lungo le strade ingarbugliate
e plumbei i volti sono ora diventati
nell’euforia della dura rassegnazione.

Qualcuno mi dica dov’è che son finiti
gli allegri caroselli di tante umili genti,
gli innocenti svolazzi d’ammiccanti gonne,
il blu immacolato dei vecchi jeans.

Metalli, argenti, bronzi e ori finti
si sono sostituiti ai riflessi della vita
e splende il luccichio d’indegna vanità
mentre la terra geme, insieme a me.

Ridatemi il prezzo che ho pagato
per l’illusione di abitare in pace
un campo che confortevole credevo,
che invece, inesorabile, mi esclude.

Cerco poesia in questo tempo strano…

Aurelio Zucchi

dedicata al “Cantiere Poesia”

Maritozzo e cappuccino

Ci hai fatto caso, mai, alla fragranza
di quel profumo tant’assai speciale
che t’accarezza il naso con creanza
ogniqualvolta che da un bar zonale

se ne esce senza un po’ di titubanza
e che t’avvolge col suo far fatale
da spingerti, così com’è sua usanza,
a far la colazione nazionale:

col maritozzo, il buon fiore all’occhiello
di quello che il mattino ci sa offrire,
e il cappuccino, autentico gioiello

d’un’inventiva ch’è tutta nostrana,
e che son nati apposta pe’elargire –
con poco – e insieme – quel gran toccasana?

Armando Bettozzi

Albergo a ore

LES AMANTS D’UN JOUR

Moi j’essuie les verres
Au fond du café
J’ai bien trop à faire
Pour pouvoir rêver
Mais dans ce décor
Banal à pleurer
Il me semble encore
Les voir arriver…

Ils sont arrivés
Se tenant par la main
L’air émerveillé
De deux chérubins
Portant le soleil
Ils ont demandé
D’une voix tranquille
Un toit pour s’aimer
Au cœur de la ville
Et je me rappelle
Qu’ils ont regardé
D’un air attendri
La chambre d’hôtel
Au papier jauni
Et quand j’ai fermé
La porte sur eux
Y avait tant de soleil
Au fond de leurs yeux
Que ça m’a fait mal,
Que ça m’a fait mal…

Moi, j’essuie les verres
Au fond du café
J’ai bien trop à faire
Pour pouvoir rêver
Mais dans ce décor
Banal à pleurer
C’est corps contre corps
Qu’on les a trouvés…

On les a trouvés
Se tenant par la main
Les yeux fermés
Vers d’autres matins
Remplis de soleil
On les a couchés
Unis et tranquilles
Dans un lit creusé
Au cœur de la ville
Et je me rappelle
Avoir refermé
Dans le petit jour
La chambre d’hôtel
Des amants d’un jour
Mais ils m’ont planté
Tout au fond du cœur
Un goût de leur soleil
Et tant de couleurs
Que ça m’a fait mal,
Que ça m’a fait mal…

Moi j’essuie les verres
Au fond du café
J’ai bien trop à faire
Pour pouvoir rêver
Mais dans ce décor
Banal à pleurer
Y a toujours dehors…
… La chambre à louer…

ALAIN BASHUNG

§

Io lavoro al bar
d’un albergo a ore
porto su il caffè
a chi fa l’amore.
Vanno su e giù
coppie tutte eguali,
non le vedo più
manco con gli occhiali…

Ma sono rimasto là come un cretino
vedendo quei due arrivare un mattino:
puliti, educati, sembravano finti
sembravano proprio due santi dipinti
M’han chiesto una stanza
gli ho fatto vedere
la meno schifosa,
la numero tre.

E ho messo nel letto i lenzuoli più nuovi
poi, come San Pietro,
gli ho dato le chiavi
gli ho dato le chiavi di quel paradiso
e ho chiuso la stanza, sul loro sorriso

Io lavoro al bar
di un albergo a ore
porto su il caffè a chi fa l’amore.
Vanno su e giù
coppie tutte eguali
non le vedo più
manco con gli occhiali.

Ma sono rimasto là come un cretino
aprendo la porta
in quel grigio mattino,
se n’erano andati,
in silenzio perfetto,
lasciando soltanto i due corpi nel letto.
Lo so, che non c’entro, però non è giusto,
morire a vent’anni e poi, proprio qui!
Me li hanno incartati nei bianchi lenzuoli
e l’ultimo viaggio l’han fatto da soli:
né fiori né gente, soltanto un furgone,
ma là dove stanno, staranno benone

lo lavoro al bar
d’un albergo ad ore
portò su il caffè
a chi fa l’amore…
lo sarò un cretino
ma chissà perché
non mi va di dare a nessuno
la chiave del tre

HERBERT PAGANI

Grido di onde

Lo faccio ogni tanto, ad ogni tormento
raggiungere il mare in giorni d’inverno.
In giornate senza sole e piene di vento,
onde che si schiantano sul molo e gridano.
Avvolto nel mio giaccone, bavero alzato,
seduto in quel bar davanti a quel mare,
dietro una vetrata e vedere le onde, alte,
dirompenti,quasi volessero rapirmi…
trascinarmi in quel mare che ho scordato.
Lo faccio ogni tanto, quando la vita
non mi basta,quando questa…vita non è.
Lo faccio quando non ho più voglia
di morire ogni giorno di più.
Quando non ho più voglia di parlare,
quando ho voglia di ascoltarmi.
Guardo le onde senza occhi di sfida,
da dietro la vetrata e gocce di mare
colano come lacrime del passato.
Dal passato giunge il grido delle onde,
il mio presente è tutto in quel grido,
quel che io sono è un onda che muore,
imponente e maestosa, terribilmente
bella prima di schiantarsi sul molo.
Torna distrutta al mare senza di me,
non sa che l’anima mia da tempo è sua.

Claudio Pompi

Published in: on marzo 25, 2010 at 07:27  Comments (12)  
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Compagno di scuola

Davanti alla scuola
tanta gente
otto e venti
prima campana
e spegni quella sigaretta
e migliaia di gambe
di occhiali di corsa
sulle scale
le otto e mezza
tutti in piedi
il presidente
la croce
e il professore
che ti legge
sempre
la stessa storia
sullo stesso libro
nello stesso modo
con le stesse parole
da quarant’anni
di onesta professione
ma le domande
non hanno mai avuto
una risposta chiara
e la Divina Commedia
sempre più commedia
al punto che ancora oggi
io non so se dante
era un uomo libero
un fallito
o un servo di partito
o un servo di partito
ma Paolo e rancesca
quelli io
me li ricordo bene
perché ditemi
chi non si e’ mai
innamorato
di quella del primo banco
la più carina
la più cretina
cretino tu
che rideva sempre
proprio quando
il tuo amore
aveva le stesse parole
gli stessi respiri
del libro che leggevi
di nascosto sotto il banco
mezzogiorno
tutto scompare
avanti tutti al bar
dove Nietzsche e Marx
si davano la mano
e parlavano insieme
dell’ultima festa
e del vestito nuovo
buono fatto apposta
e sempre di quella ragazza
che filava tutti
meno che te
meno che te
e le assemblee
i cineforum
i dibattiti
mai concessi allora
e le fughe vigliacche
davanti al cancello
e le botte
nel cortile
e nel corridoio
primi vagiti
di un sessantotto
ancora lungo
da venire
e troppo breve
da dimenticare
il tuo impegno
che cresceva
sempre più forte in te
compagno di scuola
compagno di niente
ti sei salvato
dal fumo delle barricate
compagno di scuola
compagno per niente
ti sei salvato
o sei entrato in banca
pure tu
pure tu

ANTONELLO VENDITTI


La leva calcistica della classe ’68

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,
sole che batte sul campo di pallone e terra
e polvere che tira vento e poi magari piove.
Nino cammina che sembra un uomo,
con le scarpette di gomma dura,
dodici anni e il cuore pieno di paura.
Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori
che non hanno vinto mai
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
e adesso ridono dentro a un bar,
e sono innamorati da dieci anni
con una donna che non hanno amato mai.
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.
Nino capì fin dal primo momento,
l’allenatore sembrava contento
e allora mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell’area, tirò senza guardare
ed il portiere lo fece passare.
Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
quest’ altro anno giocherà con la maglia numero sette.

FRANCESCO DE GREGORI