Io trasporto

 
Un terremoto di alfabeti monchi
di consonanti disadorne
di vocali affilate come lame di amore denutrito
mentre muori parafrasando arcobaleni miopi
e giumente negre…
bella, Lou, annegata nella melma dell’etica e dei narcotici
con i piedi intinti nel colore blu per lasciare tracce di cielo
sui pavimenti bianchi dello spaccia angelo bianco degli elettro fans ,
shock di paradisi ampere
shock di dormitori anoressici
shock di elettroshock eterosessuale
sperimentazione artistica
osso
per i cani…
i buchi che hai nelle braccia lasciano presagire brandelli di materiale cosmico
e detriti di occidente denuclearizzato,
oh, Lou, che passasti da monastero a bordello a portaombrello a corsia d’emergenza
in turbo barella priva di freni e sterzo e navigatore stellare
lucidando cappelle mostruose in vagoni merci del cuore
deglutendo sconfitta abbassando mutande e detergenti intimi e poeti post bellici
cantatori dei tuoi seni cannibali cresciuti tra allevamenti in gabbia
tra luce calda e scimmie di stagnola
Lou, divulgatrice delle finestre cieche e degli amplessi sottomarini
Lou, stelo bucato
trapassato remoto
trapassata
dai mille aghi muti
                                di dio.
Non ci si può liberare dal tuo odore, dalla tua biblioteca di profumi segreti,
vorrei dormire ogni notte nell’accogliente grotta della tua anima
e danzare come una bestia affamata grammo dopo grammo liberandoti le vene
e sfiorare la tua schiena,
Lou,
         dove ogni neo è il capitolo di un bacio.

Massimo Pastore

Sognato per l’inverno

RÊVÉ POUR L’HIVER

L’hiver, nous irons dans un petit wagon rose

Avec des coussins bleus.

Nous serons bien. Un nid de baisers fous repose

Dans chaque coin moelleux.

Tu fermeras l’oeil, pour ne point voir, par la glace,

Grimacer les ombres des soirs,

Ces monstruosités hargneuses, populace

De démons noirs et de loups noirs.

Puis tu te sentiras la joue égratignée…

Un petit baiser, comme une folle araignée,

Te courra par le cou…

Et tu me diras : “Cherche !”, en inclinant la tête,

– Et nous prendrons du temps à trouver cette bête

– Qui voyage beaucoup…

§

L’inverno noi andremo in un vagone rosa
con i cuscini azzurri.
Staremo bene, cara. Folli baci si annidano
in quella morbidezza.
Abbasserai le palpebre per non veder dal vetro
le ombre che fan smorfie,
mostri serali arcigni, una nera plebaglia
di demoni e di lupi.

A un tratto sulla guancia sentirai come un graffio…
un bacio leggerissimo ti correrà sul collo
come un ragno impazzito…

Tu mi dirai “Cercalo!” piegando un pò la testa…
Ci occorrerà del tempo per trovar quella bestia
che va di qua e di là.

ARTHUR RIMBAUD

Veglia

 
Teatro triste una notte
ma non per lui che fu tutto vero
Già sapevo la notte da passare, ma
non immaginavo l’orrendo travaglio
di  chi dovevo sostenere, nell’oltrepassare.
I miei occhi vedevano quella
non più umana persona,
trasfigurata dalla morsa del male
Mi chiedevo  perché…
perché…oh Signore?
abbi pietà di lui!
Lo sguardo muto, sgorgava lacrime a fiumi
il suo corpo, senza  padronanza giaceva
nel letto, dimenandosi come una bestia in gabbia.
Emetteva  rumori, gesti involontari
lamenti, gemeva, e urli d’impotenza.
Io capivo la sua atroce paura.
Atroce sofferenza e nulla io potevo,
solo consolarlo con lo sguardo mio
trasparente di dolore per lui.
Nello strazio continuo, l’anima sua
si ribellava  alla morte, lottava con lei
chiedeva  ancora  clemenza.
Insisteva a barattare la morte per la vita
ma la morte non si corrompeva
la percepivo anche io, la vedevo, era lì.
Aspettava, mi incitava ad andare
 per non assistere al banchetto tetro.
Allora capii… nulla più potevo!
Mi rifugiai nelle preghiere
lunghi Padre Nostro e Ave Maria
lunghi Eterno Riposo.
Furono di sostegno entrambi;
alla fine di quella notte amara
arresa, l’anima lasciò il corpo, non più suo.
Io, compito ingrato
ricordo indelebile abbandonai
vuota quella notte di dolore.   

Rosy Giglio

Libertà

(A chi la libertà fu negata ieri, a quanti è
negata oggi in ogni parte del mondo)

Sul prato, gocce di rugiada dai primi
raggi di sole sfiorate,
simili a stelle su questo cadute.
Corrono tra loro i sogni fuggiti
dalla notte carceriera.
Corrono a perdifiato verso una casa
perduta, lontana e rimpianta.
Tra volti scavati da giorni rubati,
tra occhi che cercano un domani
che forse non verrà,
aspetto che il cancello di spine
alfine s’apra come porta del cielo.
Un sorriso sarà dono insperato,
una voce che non abbia il suono
rabbioso e duro, ma che di me
faccia uomo e non bestia,
sarà nuova conquista.
Tornerò a piedi nudi e martoriati
su quel verde prato che profuma
di ritrovata libertà.
Camminerò lentamente e alle stelle
di rugiada che al cielo torneranno
lascerò cadere perle di lacrime.
Una per ogni giorno di vita negata,
una per ogni compagno perduto,
una per ogni umiliazione subita.

Claudio Pompi

Da donna a donna


Non basta un giorno
per lavare onta e macchie
di stupro nell’anima
non basta
ma bisogna pur iniziare
a dire o se preferite a urlare:
“Basta  sono solo una persona
ed ho gli stessi diritti che hai tu, uomo,
quindi posso dire no
posso diventare primo ministro
posso farlo e continuare
ad essere moglie, madre, manager,
attrice, operaia, insegnante, pure precaria
senza dover dimostrare a nessuno
che la mia gonna
vale meno dei tuoi pantaloni,
senza dover alzarla o toglierla
per fare carriera.
E se tu un giorno capirai
che a niente serve la tua stupida paura
che a niente servono botte o costrizioni
o super regali in contanti per comprarmi
per “legittimare” la tua sporca supremazia
capirai che la tua spada eretta e violenta
è solo vile e blasfema
serve solo a renderti simile ad una bestia,
che poi se guardi ed usi il cervello
la natura insegna ed apprende
che l’arte d’amare è soprattutto donna
e donna vuol dire:
vita e rispetto.

Roberta Bagnoli

Gli occhi del pensiero

Il volo si ferisce le ali
fissando le impronte
che non copre
la tempesta di sabbia di silenzi,
il sole decurtato
nicchia
immerso nei viluppi ciechi…
dallo strato pellucido traspare
l’eco incontenibile dell’ombre:
di Auschwitz eccetera,
delle crudeli croci dei romani,
delle inquisizioni
della chiesa cattolica macchiata…
inviluppata dalla vacua veste
introrsa efferatezza si rivolta
il nappo delle scorie
sorseggiando…
rintoccano i riflessi accarezzati
nella bestia umana
che non cambia.

Giuseppe Stracuzzi

Se…

Se si camminasse con la testa all’ingiù
per far sì che la testa serva a qualcosa.
Se in fondo alla via ci fosse un’uscita.
Se al confine del mare ci fosse un cancello.
Se quello che appare fosse vero.
Se le favole tornassero indietro.
Se tutti sedessero a terra
a riscrivere le regole del gioco.
Se tutto ciò non bastasse.
Se la bestia urlasse ancora nella grotta.
Se l’eremita si accorgesse di esistere.
Se unissimo tutti insieme gli sforzi.
Se fosse bello guardarsi intorno.
Se …fosse abolito il concetto del se.

Lorenzo Poggi

Published in: on dicembre 16, 2010 at 07:37  Comments (5)  
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Ragazzo mio

Ragazzo mio
non vivere su questa terra
come un inquilino,
o come un villeggiante stagionale.
Ricorda: in questo mondo
devi vivere saldo,
vivere come nella casa paterna.

Credi al grano, alla terra, al mare;
ma prima di tutto all’uomo.
Ama la nuvola,  il libro,  la macchina,
ma prima di tutto l’uomo.
Senti in fondo al tuo cuore
il dolore del ramo che secca,
della stella che si spegne,
della bestia ferita,
ma prima di tutto il dolore dell’uomo.

Godi di tutti i beni terrestri,
del sole, della pioggia e della neve,
dell’inverno e dell’estate,
del buio e della luce,
ma prima di tutto godi dell’uomo.

NAZIM HIKMET

Il povero ane

Se andrete a Firenze
vedrete certamente
quel povero ane
di cui parla la gente.
È un cane senza testa,
povera bestia.
Davvero non si sa
ad abbaiare come fa.
La testa, si dice,
gliel’hanno mangiata…
(La ” c ” per i fiorentini
è pietanza prelibata).
Ma lui non si lamenta,
è un caro cucciolone,
scodinzola e fa festa
a tutte le persone.
Come mangia? Signori,
non stiamo ad indagare:
ci sono tante maniere
di tirare a campare.
Vivere senza testa
non è il peggio dei guai:
tanta gente ce l’ha
ma non l’adopera mai.

GIANNI RODARI

La storia non insegna

La storia che chiama
ma nessuno risponde
è più forte di tutto
la bestia dell’uomo
la prepotenza sull’altro
la stupidità del potere.

Il selciato è levigato
da millenari cammini
tutti distanti
dall’amore del prossimo
per vivere sopra
per non pensare alla morte.

Il tutto condito
con grande ignoranza
delle esperienze passate
che insegnano solo
a quei sfortunati
a cui funziona la testa.

Le parole son canti di lupi
fattesi volpi
per ingannare chi ascolta
con la mitria e il bastone
il bavaglio alla bocca
la prigione e l’esilio.

Lorenzo Poggi