Amicizia

Noi non ci conosciamo. Penso ai giorni
che, perduti nel tempo, c’incontrammo,
alla nostra incresciosa intimità.
Ci siamo sempre lasciati
senza salutarci,
con pentimenti e scuse da lontano.
Ci siam riaspettati al passo,
bestie caute,
cacciatori affinati,
a sostenere faticosamente
la nostra parte di estranei.
Ritrosie disperanti,
pause vertiginose e insormontabili,
dicevan, nelle nostre confidenze,
il contatto evitato e il vano incanto.
Qualcosa ci è sempre rimasto,
amaro vanto,
di non ceduto ai nostri abbandoni,
qualcosa ci è sempre mancato.

VINCENZO CARDARELLI

Parole

Noi che crediamo
di possedere il mondo,
dall’alto della nostra scienza
per cui ci sentiamo padroni
ricordiamoci
che tutto il nostro
rumore
tornerà a essere aria
e tutta
la nostra tecnica
polvere
e non basta
la facoltà di
parlare
per giustificarci
nel doverlo fare;
perciò torniamo a essere
uomini
perché intorno
io non vedo
altro che bestie
e vuoto
d’amore.

Gian Luca Sechi

Published in: on aprile 5, 2011 at 07:12  Comments (6)  
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Democrazia


Come le bestie
chiniamo il capo
sottomessi,
grati che sia l’altro
ad esser sbranato,
capaci solo di fuggire
ognuno in direzione diversa
perché divisi
non abbiamo speranza
e la sola certezza
della paura.
Non siamo diversi
dagli animali,
il bisogno ci guida,
disabituati alla giustizia
e a chiederne il rispetto,
spesso sappiamo di essere
nella ragione,
ma l’indifferenza
ci ha tolto la forza
di reclamare anche solo
ciò che è nostro.

Gian Luca Sechi

La verità non può morire

Solo, con le sue verità scritte perché
gli uomini sappiano in che mondo
stanno morendo, lentamente uccisi
da veleni incontrollati.
Tumulati nel cemento che come
fredda lava li avvolge
non hanno del pericolo sentore
alcuno.
Solo, tra la colpevole indifferenza,
vive senza di vita certezza
e con gli occhi scruta i volti di chi
della morte la tragica maschera
potrebbe calare.
Strade bagnate che non odorano di pioggia,
ma di sangue che mai si raggruma,
mai si cancella perché nuovo sangue
ad esso si aggiunge.
Percorse da anime nere alle quali
vi inchinate deferenti e pavidi.
Semmai il fato triste avrà l’osceno
trionfo, sarete silenziosi carnefici.
Non rallegratevi della vostra
atavica, radicata schiavitù.
Agli antichi padroni dei vostri corpi,
di nuovi ne avete,
delle vostre anime pavide e imbelli
signori assoluti.
Tornate ad esser emuli di chi
a suo tempo al tallone straniero
si sottrasse.
Tornate ad esser persone tra le genti,
orgogliosi di guardare i vostri figli
negli occhi.
Fate che la vostra terra sia degli uomini,
non delle bestie.

Claudio Pompi

a Roberto Saviano che non deve morire

Il fisco


Ti perseguita dal primo vagito…
vorace e accanito.
Per non perderti durante il percorso,
ti marchia come le bestie all’ingrasso,
assegnandoti il codice d’identificazione
per meglio comminare … le imposizioni
Diventa di diritto il tuo socio di fatto,
e accampa pretese dagli utili attivi…
nel mentre, indaga sulle uscite passive
Da  inquisitore, applica con grande fervore
imposte, balzelli, sanzioni e interessi di mora…
appellandosi anche, allo studio di settore.
Conosco una sola categoria, cosi avida e di facili guadagni,
per far dei  paragoni,
ma, forse sto sbagliando … quelli sono i “papponi”.

Ciro Germano

Orecchie a sventola

(ALLUVIONE NEL NOVEMBRE 1994)

E poi che Berta assai drasticamente
mi disse veh, faresti una poesia
su olfatto udito gusto tatto e vista,
io tosto presimi la libertà
di andar di ardito metro alla ricerca:
e via, mi dièi da far,
angoscia permettendo!
Pensai assai all’asso Dylan Thomas
ed ai suoi “cinque e contadini sensi”
mettendoli a confronto
coi sensi cittadini miei rampanti:
ma allor che incalzò l’atra fanghiglia
‘maro dovetti piangere
le morti di alluvioni presagibili.
Sulle acque tante orecchie grandi a sventola
viaggiarono nei tempi,
martelli con le incudini e gli antèlici,
ma mai fra bestie e vétrici
iron trainate al mare
fra i flutti gorgoglianti di quel Tànaro
inferocito: e il popolo atterrito!
Con gli oculari globi spalancati
per scempio gretto stupido ed inetto,
i dotti lagrimali asciutti e i nasi
impossibilitati ad odorare:
si volle oppur potette bestemmiare?
Non saccio, ma certo è
che magiche le scatole parlàron!
Narrar di verdi prati che sommersi
non già di limo ma di avvelenate
sostanze inquinanti e putrescenti:
e il tatto per la vita,
e il gusto delle dita?
Iattura, fur dispersi! Ma alle Furie
si opposer genti e agenti e … tornò il sole!
6 per 7 e fo la mia morale:
il TATTO? È utile a fiutar brònzee
pelli! L’OLFATTO? È buono a palpar
poesie scarlatte! La VISTA? È d’uopo
per udir madame intatte! L’UDITO?
È chiuso a non veder le frasi fatte!
E il GUSTO sguazza a inibir le malfatte!

Sandro Sermenghi

Schiava degli anni

Schiava degli anni
ti abbandoni nel presente
grigiore dei giorni,
rari sussulti di ricordi
negli occhi vuoti
si affacciano.

Son lontane
le spighe dorate,
morbidi tappeti
sulle zolle riarse
dei poggi.

L’ulivo rugoso
ancorato alle pietre
più non sporge
alla via assolata:

Al chiodo la falce
malata di ruggine,
muto il frinire
delle cicale alla calura.

Rapito
il muggito delle bestie
nei tetri capannoni.

Graziella Cappelli

Il Re Travicello

Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell’acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
così rumoroso? »

(s’udì gracidare).
«Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato

non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se a caso s’adopra
d’intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo

la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,

o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.

Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!

GIUSEPPE GIUSTI

Chiese


Chiese come tombe di orrori
dove persino Dio si ferma
per non entrare e inorridire
Chiese nel cui ventre giace
corpo di ragazza in scempio
dove un criminale ha la pace
con nome in brillanti
Chiese dove la verità è offesa
negata senza ragioni apparenti
Chiese come mattatoi di corpi
templi di infinito dolore che la vita
non cancellerà mai più.
Chiese come serraglio di bestie
in abito nero come la loro anima.
sorrisi sdentati, mani sudate
occhi senza luce come il male.
Voci rassicuranti che parlano
E seducono gli innocenti.
Gesti rapidi, tremanti e osceni
quel che era un sorriso
trasformato in terrore muto.
Silenzi di colpa che non c’è
la mente confusa da infiniti perché
immagini di Santi che guardano altrove
verso un cielo divino
ma l’orrore è terreno
Madonne che stringono Gesù al seno
fuori madri che non sanno
di un figlio violato.
Io credo in Dio, ma fuori dalle mura
di quella casa che non è sua…non mia
dove muore l’anima e regna la paura
dove i corpi sono statue di marmo
come quelle che l’adornano.

Claudio Pompi

Uomini

Distruggiamo
quello che non capiamo
o veniamo distrutti
dalla paura.
Amiamo
una volta,
bruciando fino in fondo
questo cuore
di carta,
ma non soffia vento
dentro la nostra carne
che possa
spazzar via
la cenere rimasta;
costruiamo
muri sempre più alti
e specchi ancora più grandi
per la continua necessità
di veder il riflesso
che ci aiuti
a distinguerci,
perché ancora
non ci conosciamo
e tutti questi tratti,
che portiamo
marchiati con orgoglio,
non ci allontanano
di un passo
dagli istinti
delle bestie
e solo alzando lo sguardo
o chiudendo gli occhi,
sentendoci
tutti ugualmente nulla
al confronto del cielo,
potremmo davvero chiamarci
uomini.

Gian Luca Sechi

Published in: on marzo 2, 2010 at 07:19  Comments (7)  
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