Cicale

Assordanti,
ripetitive,
noiose.
Quella sega
stridente
le orecchie
mi avvilisce.
Eppure le amo,
nel caldo torpore
d’un pomeriggio
mediterraneo,
abbracciati ai rami
degli ulivi,
delle betulle,
ai Piani di Galatina,
mi ricordano
affetti ormai finiti,
carezze e rimbrotti
che riposano
tra i lumini
d’un camposanto
che mi opprime
e mi tormenta.

Salvatore Armando Santoro

Valle d’Aosta

Albe fiorite,
come rose rosse
che s’affacciano ad una ringhiera
che un rosaio ha abbracciato.

Torrenti biancheggianti,
che beffeggiano gli scogli
e guizzano, e saltano,
e spumeggiano
scivolando senza mai fermarsi.

Boschi di sempreverdi,
di betulle cangianti,
che disegnano d’un grigio pesante
gli sfondi verdeggianti
delle Alpi che mi corteggiano.

Cieli azzurri,
ricamati da voli di rondini,
sfreccianti come saette
al sole,
di falchi roteanti nel sereno,
che scompaiono all’improvviso
su una preda in fuga.

Silenzi irripetibili,
rotti a tratti dal lontano richiamo
di una marmotta,
da un frusciare tranquillo
d’acque trasparenti,
da una folata di vento
tra una gola e l’altra.

Voci che arrivano dall’immensità,
che sanno di preghiera
e ti ricordano che in questa Valle
c’è la presenza di Dio.

Salvatore Armando Santoro

Memorie d(estate)

Come un mantello
di canto di grilli
questa sera
d’estatica Estate.
Copre groppe gelate
e malinconie smarrite
tra cortecce
ed occhi di betulle,
ritrovate tra rami
d’abeti di pensieri.
Sul crepuscolo dorato,
temendo il suo letargo
il ghiro dell’aurora
racimola barlumi, per
l’Inverno a venire;
non conosce pace
la vena del nevaio,
il timore mio accarezza
e borbotta e spuma
e bolle
e canute pietre aguzze,
smussa.
Vestita di lamé
da dietro il colle,
sguscia madre notte.
Espande il firmamento
ed io con lui.
Piccolo mi sento e nudo,
sotto tutto questo
immenso, che smarrisce
il mio domani.
Illibato d’avvenire sfumo,
si dissolvono certezze.
Torno seme antico,
m’inumo,
e in questo letto
di terriccio lascerò
che la mia vita accada.

Flavio Zago

Maggio

MAYO

Mira, ha entrado mayo,

Ha extendido su párpado azul sobre el puerto.

Ven, hace tiempo que no sé de ti,

Se te ve tembloroso, como esos gatitos que ahogamos siendo niños.

Ven, y hablaremos de las cosas de siempre,

Del valor de ser amable,

De la necesidad de arreglárselas con las dudas,

De cómo llenar los huecos que tenemos dentro.

Ven, siente en tu rostro la mañana,

Cuando estamos tristes, todo nos parece oscuro;

Cuando estamos fuertes, el mundo se desmigaja.

Cada uno de nosotros guarda algo desconocido de las vidas ajenas,

Sea un secreto, un error o un gesto.

Ven y pondremos verdes a los vencedores,

Saltaremos desde el puente riéndonos de nosotros mismos.

Contemplaremos en silencio las grúas del puerto,

Porque estar juntos en silencio es

La mejor prueba de la amistad.

Vente conmigo, quiero cambiar de país,

Dejar este cuerpo mío a un lado

Y meterme contigo en una concha,

Con nuestra pequeñez, como los bígaros.

Ven, te espero,

Continuaremos la historia interrumpida hace un año,

Como si no tuvieran un círculo más

los abedules blancos de la rivera.

§

Guarda. Maggio è arrivato.

Ha steso la palpebra azzurra sopra il porto.
Vieni, da tempo non so più di te,

Se vai tremando, come quei micetti che affogammo da bambini.
Vieni, e parleremo delle cose di sempre,
Di quanto valga l’essere amabili,

Del bisogno di  regolarsi con i dubbi,

Di come riempire i buchi che teniamo dentro.
Vieni, senti il mattino sul tuo viso,
Quando siamo tristi, tutto sembra oscuro;

Quando siamo forti, il mondo si sgretola.
Ciascuno di noi salvaguarda un chè di ignoto delle altrui vite

Sia esso un segreto, un errore, un gesto.

Vieni e umilieremo i vincitori,

Salteremo dal ponte ridendo di noi stessi.
Guarderemo in silenzio le gru del porto,
Perchè stare uniti in silenzio

E’ la miglior prova di amicizia.
Vieni con me, voglio cambiare paese,
Lasciare questo mio corpo da una parte
E mettermi in una conchiglia con te.

Con la nostra piccolezza, come le lumache.

Vieni, ti aspetto.

Continueremo la storia interrotta un anno fa,
Come se non avessero un anello in più

Le bianche betulle della riva

KIRMEN URIBE

Io lo ricordo

Io lo ricordo, amata, io lo ricordo,
Lo splendore dei tuoi capelli;
Non fu allegra vicenda, né leggera,
Per me l’abbandonarti.

Delle notti autunnali mi ricordo,
Del murmure nell’ombra di betulle:
E se allora più corti erano i giorni,
Più a lungo dava luce a noi la luna.

Ed io ricordo che tu mi dicevi:
“Questi anni azzurri se ne andranno via,
E tu, mio amato, dimenticherai,
Per sempre, per un’altra”.

Ma oggi il tiglio che va rifiorendo
Di nuovo ha ricordato ai sentimenti
Come teneramente cospargevo
A quel tempo i tuoi riccioli di fiori.

E il cuore, non disposto a raffreddarsi,
E amando un’altra con malinconia,
Va ricordando con quell’altra te,
Come un lungo racconto prediletto.

SERGEJ ALEKSANDROVIČ ESENIN