La favola della formica

LA FÔLA DLA FURMÎGA

Laboriåuśa furmighéina
ch’la zarchèva na granléina
da purtèr ai sû fradî,
vagabånda la s truvé,
da un udåur calamitè,
dàntr a cla pastizarî,
źà str’äl schèrp di luvigión
ch’sursegièven tè ai limón
cån di cràfen pén éd cramma.
Mänter śvélta la bdalèva
brîśl in tèra la biasèva
sanza avàir inciónna tamma:
cum l’é bôna la vanégglia,
la pensèva in śguźuvégglia,
e la pâna… che savåur!
Mo inpruvîś e inprevedébbil
un scarpån cme un diriźébbil
ai stianché ahi! che dulåur
zamp ed anc sànza cuntrôl,
pî, antànn, ucèl e dént
e dla bici i muvimént!
Lî la tgnèva sänpr al còl
par furtóuna al celulèr
ch’al s’inpié par psàir ciamèr
Prånt Sucåurs/TAC dal 118
che a Vigåurs tótt int un bòt
al la fé ricoverèr:
lé i fénn pió d na puntûra,
pò una sèna medgadûra
e a la fén la muradûra.
La morèl l’é quassta qué:
mâi fidèrs ed zért udûr
ch’i én såul turlupinadûr,
méi na mécca ed pan stinté
cån na gåzza d’aqua pûra
che un bignè… cån la fratûra!

§

Laboriosa formichina
che cercava una granellina
da portare ai suoi fratelli,
 
vagabonda si trovò,
da un odor calamitata,
dentro quella pasticceria,
 
giù fra le scarpe dei ghiottoni
che sorbivan tè ai limoni
con dei krapfen pieni di crema.
 
Mentre svelta pedalava
briciole in terra lei masticava
senza aver nessuna tema:
 
com’è buona la vaniglia,
lei pensava in gozzoviglia,
e la panna… che sapore!
 
Ma improvviso e imprevedibile
uno scarpone qual dirigibile
le spezzò ahi! che dolore
 
zampe ed anche senza controllo,
piedi, antenne, occhiali e denti,
e della bici i movimenti!
 
Lei teneva sempre al collo
per fortuna il cellulare
che si accese per chiamare
 
Pronto Soccorso/TAC del 118
che a Vigorso tutto in un botto
la fece ricoverare:
 
lì le fecer più d’una puntura,
poi una sana medicatura
e alla fin l’ingessatura.
 
La morale è questa qui:
mai fidarsi di certi odori
che son sol turlupinature,
 
meglio una mica di pane stantìo
con una goccia d’acqua pura
che un bignè… con la frattura!

Sandro Sermenghi

Le ortensie

Sembravano tuonare, le ortensie, nel giardino
quando nascosti bene per gioco là amavamo
fare come gli uccelli che s’alzano, improvvisi
per correre alla tana da tutti noi decisa:
la bocca di una vecchia fontana.
Era settembre
il fresco delle sei della sera ci incontrava
come le madri uscite dagli stabilimenti,
pronte a dettare burro e due cose per bottega.
Un’ora solamente e poi casa, era settembre
il rischio grande d’esser felici a poche cose:
i fuochi per il santo, le bancarelle e i dolci.
Il rivolo che s’era formato il nostro fiume
la meliga e le vecchie robinie un po’ Salgari.
E poi i saluti dalle ringhiere
giù in cortile, le bici incatenate, i gatti rossi usciti
a fare scorta d’ultime luci
e poi la notte.

Massimo Botturi

EVVIVA LE DONNE!

Evviva le Donne! oggi è la nostra Festa!
quando andiamo, quando si resta
se siamo aperte o chiuse in noi stesse
ad ascoltar le parole nel cerchio riflesse
quel sospiro quel cielo
quell’alito leggiero
che solo noi sentiamo
o quando condividiamo
pane e sogni con amore
quando siam cieche di furore
ogni tanto succede
non è la nostra fede
è reazione quando non siamo ascoltate
non siamo solo belle fate
a volte streghe nere arrabbiate

quanto bello sarebbe sempre sognare
allargate le braccia al vento
della primavera fiore che si apre
splendide sulle colline di tutti i tempi
accanto al mare col suo dolce rumore
nel sole o fra tutte le stelle del firmamento
senza più l’ombra dei rimpianti
alzare assieme i nostri canti
libere e folli di quell’ebbrezza
che apre la mente e fantastiche
con tutta la nostra tenerezza
dire sì sì  al bello alla vita alle antiche
madri che ce le hanno trasmesse
tutte queste possibilità di essere
di essere in essere ci hanno fatte
noi e i nostri compagni amici fratelli
non sempre belli a volte nemici
coi figli coi padri andare forse in bici
e credere ancora all’Amare pure
nelle amare ore di incerti momenti
nelle avversità sperare contenti
in un Destino un Futuro un Mondo Migliore!

Alessandra, una Donna!

Alessandra Generali

San Silvestro a Bologna


SAN SILVÈSTER A BULÅGGNA

In vatta ai cópp,
snèli slanzè sinuåusi,
e curiåusi!,
ventsètt antànn TV
stra mèz ai camén mistiè,
mo gnanc un fîl ed fómm;
un pôc pió zå,
in un intarzèrs ed chèv
grûs e sutîl,
un spulinèrs ed clómmb
al suladèl.
In bâs una bîci
tête-à-tête col mûr,
e d un’auto al cûl
targhè BO F3 900 23;
un leànder ed frassc tusè
l’ha un fradd da gât, brrr,
e dla sgnåura Bréggida i fîl da stànder
i én piotòst instché.
A pûc pâs da lé,
ed via Regnoli såtta la tèrga,
un cagnàtt al nèsa… al nèsa…
ai pänsa un mumänt
cun la zanpatta pr’âria…
mo pò, dezîs, al và ed lóng
vérs Via Massarenti,
a dspèt dl’indicaziån
säns ónnic dal cartèl,
incurànt dal pulismàn,
che ai fà la cuntravenziån!

§


In cima ai tetti,
snelle slanciate sinuose,
e curiose!,
ventisette antenne TV
fra i camini mischiate,
ma neanche un fil di fumo;
un po’ più giù,
in un intreccio di cavi
grossi e sottili,
si spollinano i colombi
al solicello.
In basso una bici
a colloquio col muro,
e d’un’auto il culo
targato BO F3 900 23;
un oleandro di fresco tosato
ha un freddo da gatti, brrr,
e della signora Brigida i fili da stendere
sono piuttosto intirizziti.
A pochi passi da lì,
di via Regnoli sotto la targa,
un cagnetto annusa… annusa…
ci pensa un momento
con la zampetta per aria…
ma poi, deciso, va svelto
verso Via Massarenti,
a dispetto dell’indicazione
senso unico del cartello,
incurante del vigile urbano,
che lo multa… contromano!

Sandro Sermenghi

Cinema all’aperto

Ci fa, la luna, poveri e belli.
Tutto sfuma, e sembra miele il fianco tuo nudo
ogni carezza
è un peso di bilancia sul corno della mezza
la cetra pizzicata dal vento
la pavona, che cerca la sua coda tzigana.

Si, la luna
fa innamorare pietre e cortili
e poi gli allori, riversi
come gente che prende il mare ai piedi.
Sgomitola le corse dei tram
che pare neve, quella sui vetri vuoti di gente;
è un calabrone
il metronotte bici da donna
carta in mano, tra le serrande il dito d’amore
e poi via andare.

Massimo Botturi

Leggende

Col fazzoletto al collo
menavi la tua bici,
tornato dalla vecchia osteria
a far commissione, di rincasare
un povero vecchio
un male accento
di sputazzate lungo la strada
e d’argentina
sua voce a una romanza di Verdi.

Feci un cenno
e la risposta in breve fu quella degli amici
capaci di dividere il pane
o altro che sia.
Diretti dove il vischio fa staccionate e orpelli
a raccontarci fuori dai denti il gran calore
dei fianchi delle donne cresciuti;
dell’odore
che una ti permise godere
sotto il sole.

Massimo Botturi

Leccarda


Una volta in un bar
redassi una canzone
che in giro col Giorgione
andammo a cantare
a piedi e in bici al mare!
Posto che vi giungemmo
a sera molto tarda
prendemmo una leccarda
e per benin la ungemmo
per cuocervi un’orata
durante la nottata:
e insieme… folleggiar!

Sandro Sermenghi

Published in: on Mag 25, 2010 at 07:34  Comments (2)  
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Il poeta meccanico

E il meccanico
fa il poeta
quando chiude l’officina,
tra le mani il foglio
di unto e catena
e di notte scrive
preghiere per la Dora,
di fiori e davanzali i suoi regali
quando lei passa con la bici
e mostra la sottana
e tutto quel che ha sotto all’aria,
le gambe sotto il lampione
lucciole e lampone,
anche la pioggia le somiglia,
ha pelle di vaniglia
e quando è distesa
pare neve caduta sul mare.
Le scale le terrazze
le rondini sanno di te
oh, mia Dora,
femmina dai cento cuori
ferma e chiara come aurora.
E sogna il meccanico
che un giorno
una voce di donna
canti la brina
l’erba la casa
il mosto in cantina.
Che possa sapere di Dora
anche la strada antica
quella che i vecchi
conoscono di sera la solitudine
di non aver fianchi da stringere
e seni da baciare
e dentro il letto
stendendo poi le gambe
a trovar compagnia
di prato e glicine
e la rosa nuda
tutta da scaldare.

barche di carta