Le stagioni umane

THE HUMAN SEASONS

Four Seasons fill the measure of the year;
There are four seasons in the mind of man:
He has his lusty Spring, when fancy clear
Takes in all beauty with an easy span:
He has his Summer, when luxuriously
Spring’s honey’d cud of youthful thought he loves
To ruminate, and by such dreaming high
Is nearest unto heaven: quiet coves
His soul has in its Autumn, when his wings
He furleth close; contented so to look
On mists in idleness—to let fair things
Pass by unheeded as a threshold brook.
He has his Winter too of pale misfeature,
Or else he would forego his mortal nature.

§

Quattro stagioni fanno intero l’anno,
quattro stagioni ha l’animo dell’uomo.
Egli ha la sua robusta Primavera
quando coglie l’ingenua fantasia
ad aprire di mano ogni bellezza;

ha la sua Estate quando ruminare
il boccone di miel primaverile
del giovine pensiero ama perduto
di voluttà, e così fantasticando,
quanto gli è dato approssimarsi al cielo;

e calmi ormeggi in rada ha nel suo Autunno
quando ripiega strettamente le ali
pago di star così a contemplare
oziando le nebbie, di lasciare
le cose belle inavvertite lungi
passare come sulla soglia un rivo.

Anche ha il suo Inverno di sfiguramento
pallido, sennò forza gli sarebbe
rinunciare alla sua mortal natura.

JOHN KEATS

Risalire il cielo

 
Risalire il cielo
tra pietre e unghie,
l’azzurro mi fa morire
d’amore,
e l’acqua
come un cristallo di lacrime
raccolte e regalate
per una carezza
.
Poter dire il sudore
fino agli occhi più verdi
che la voglia di essere felice
è già tutta li,
nei nostri occhi di neve.
Poi si avrà tempo fine
e l’assenza rude
per innamorarmi ancora
della stessa poesia.
.
E scrivere i capelli
per un bacio,
leggere le orme sulla sabbia
fino al volo degli albatros
per un boccone di forse.
E a memoria
scorrere il profilo
fino alla foce
del colostro.

Stefano Lovecchio

Tempi moderni

E’ tutto un tecnological/robottare
schiacciare, denigrare
spalmarsi al raso/terra mobile
di risucchio rabbioso, invidioso
innaturale

martellate pubblicizzate
dall’ammasso della massa
ingrovigliata alla passione
d’asessuato pudore
barbarico

Spremendo, pestando
acini acerbi
il succo abita
nel surreale
uomo
fingendo d’essere
uomo
l’amore
svenduto
all’odio
e la speranza
s’illude di morire

Finzion di vita sperperata
nell’indifferenza del misero tempo
già trascorso
(noi)
in prestito al boccone venale
nella calda copertura della burla
cucite addosso dalle gocce d’elisir morenti.

Glò

Il treno

 
 
 
Ferrigno fischia a ghermir l’orizzonte
inghiotte i campi, fende la montagna
ma nel suo ventre solo poche anime
van consumando un boccone di vita
nel rosario di aurore su cui scende
prematuro il tramonto, abbozzolando
larve di desideri .
In queste vite vedo
rispecchiarsi la mia
che spesso inciampa in giorni sbagliati
quando non so afferrar la fantasia
pur se la sento volteggiarmi intorno
in bolle d’ozio….e stento a catturarla
sul foglio vergine….e il pensiero fiaccato
costretto da inferriate di ovvietà
cerca annaspando rapprese emozioni;
sogna atmosfere perpendicolari
smarrite qua e là nei vuoti a perdere.
Mentre ferrigno svetta incontro al tempo
ove il sogno si schiude alla realtà
là fuori petulanti mosche tracciano
macabre danze sugli spot in fuga
titillanti menù che gettan brume
su cervelli all’ammasso.

Viviana Santandrea

Sorella

Non sono
isole annegate
le moine,
tra vibrisse
e assalti al baobab,
del tuo amato
gattomitolo.
Scorrono
diritti al tetto
i richiami soriani,
ignari di migrare
la stagione del cuore,
artigliato
strapazzato
grandinato
di tegole antiche.
Rivesti l’occhio in pelo,
unghie affilate
e affronti,
le vie graffianti
del momento;
ricoperta di felino
balzi sulla coda
dell’inconscia
prima attesa, e ne fai
ghiotto boccone;
predatrice d’attimi
che sanno
di fiera savana,
celata
nell’audace abisso
del tuo domestico
graffiare credenze.

Flavio Zago

Viva

Mi muovo e sono viva
se fra le righe sbrano i dubbi
gli irritanti “ma e putacaso”
che invadono lo spazio,
i miei sorrisi cuciti.

Ma…
non posso farci niente
se mi volle tornita
la vita
di polposo pensiero,
tumida di lacrime e passioni.
E nulla vorrei più
che questa mia ventura:
imperlare gocce di latte
sulle labbra
che l’anima m’infranse
in una ciotola di sogni.
Ed accettare la sfida
tra ipotesi ed asserti
per ubriacarmi
di logica e incoerenza
nell’ultimo boccone
del mio poco equilibrio.

Ma…
cosa posso se mi volle
la vita
investire d’un refolo di sè,
d’un pugno di follie
che non sapevo d’avere.

Basterebbe
ch’io fossi almeno voce,
desiderio impudente di stupirmi,
tenermi stretto al seno
il coraggio d’illudermi.

Daniela Procida