Stagione

Tiepido sole d’ottobre
riscalda la pelle
che ancora ricorda l’estate terminata.

Negli armadi abiti da riporre
giornate autunnali
alberi già spogli con rami protesi
rassegnati
all’inverno che verrà.

Nei boschi odore di cedro
maestose le querce annunciano il divenire
cipressi si stagliano nell’azzurro del cielo
che attende.

Il suono delle morbide onde del lago
riporta melodie di un incanto infantile
ricordi di piccola pescatrice
si affacciano divertiti.

Pic-nic nei prati e risa risuonano
è l’eco del tempo che si perde
tra le verdi valli che percorro
con ali d’arcobaleno.

Maristella Angeli

Come le ombre di notte

come le ombre silenti
che si avventurano nei boschi la notte.
Nel cuore delle tenebre
a cercare sentieri di umana pietà,
dove una falce di luna
può porre fine o illuminare.

Simone Magli

Published in: on giugno 3, 2012 at 07:14  Comments (5)  
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Confini

Nell’aria della sera
che arrotola gli ultimi fianchi del giorno,
io vado a caccia del miglior confine
per addentrami nei boschi di fiaba.

Ancora un po’ attenderò paziente
i coni della notte senza l’alta luna
e lì alloggerò l’ultimo urlo del vento,
cruda roccia che il sole abbandona.

Cosa sognerò nel buio di poche stelle,
che mi ricordi i fasti delle alte Corti,
che riaccenda luci e voglie matte
perché riveda la casa impossibile?

Aurelio Zucchi

Published in: on maggio 2, 2012 at 07:07  Comments (6)  
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Magna Grecia e dintorni

 
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l’aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
.
Vestigia d’un maniero,
a coronar la cresta,
 sovrastano la strada.
La nebbia che m’avvolge
 dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
.
Poi verso sud m’appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell’antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
 Delle megar le timpe
comprendo il loro arcano.
.
 L’ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v’è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all’unto ostil sentenza
.
Quell’acque basse e chiare
risplendono di raggi,
 e rendon sfumature
d’ogni color turchese.
Scintilla all’orizzonte
la vela d’una barca
e gridano i  gabbiani,
dal vento sostenuti.
.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell’estremo
che domina quel lido.
Scendendo l’erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
.
E’ qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m’inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla  col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
.
In quell’acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
 con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
 E’ come un dolce canto
“A ‘stura v’arrifrisca”.
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all’improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt’il mondo.
.
Quel lungomar ch’è sogno,
percorro un po’ stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d’una nave,
all’urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da ‘ndrangheta avvilita.

Piero Colonna Romano

 “Pino loricato”: è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna, presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l’aspetto contorto dell’ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura. “Delle megar le timpe”: la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono perpendicolarmente all’autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega. Sull’A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla “Timpa delle megare”. “A ‘stura v’arrifrisca”: significa “a quest’ora vi rinfrescano” ed è il canto col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per l’acquisto. E’ un mio ricordo palermitano dell’immediato dopoguerra, e l’ho risentito a Reggio qualche anno fa. “Vos et ipsam civitatem benedicimus”: è la scritta incisa ai piedi d’una stele, al vertice della quale è posta la statua d’una madonna, all’ingresso del porto di Messina. E’ un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.

Marzo

MARS

Oh! que Mars est un joli mois!

C’est le mois des surprises:

Du matin au soir dans les bois

Tout change avec les brises.

Le ruisseau n’est plus engourdi,

La terre n’est plus dure,

Le vent qui souffle du midi

Prépare la verdure…

Par-dessus la haie en éveil,

Fière des fleurs écloses,

On voit le pêcher au soleil

Ouvrir ses bougeons roses.

Gelée ou vent, pluie ou soleil,

Alors tout a ses charmes;

Mars a le vissage vermeil

Et sourit dans ses larmes.

§

Nei boschi, da sera a mattina,

si schiudono fresche sorprese:

leggero sui prati cammina

Marzo, incantevole mese.

Ancora non c’è l’usignolo

ricolmo di note e di trilli,

ma lungo le prode e nel brolo

già fremono e parlano i grilli.

E, guarda, la siepe s’è desta

coperta di fiori, odorosa;

il pesco s’ammala di festa

schiudendo i suoi petali rosa.

C’è pioggia, c’è vento, c’è sole:

è Marzo, ogni cosa ha un incanto:

è Marzo che piange e non vuole..

che mostra il sorriso tra il pianto.

ALFRED DE MUSSET

L’amore degli altri

 
L’amore degli altri
briciole di pane
fiere e mercatini d’estate
lungo il mare
l’aria che non si muove
la brezza che poi arriva
a farti respirare.
L’amore degli altri
chiese in mezzo ai boschi
gli alberi a testimoniare
l’unione eterna
di radici e terra.
L’amore degli altri
non lo puoi inventare
ci fai un buco dentro
e dall’altra parte
non si vede né cielo
né mare.
L’amore che non compri
non hai mezzi, non hai intenti
e speri di beccare un cuore
in volo anche da rammendare.

Maria Attanasio

Published in: on novembre 9, 2011 at 07:06  Comments (4)  
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Malinconia

Rabbrividisce
il mio Inverno
alla mitezza
di fiati scorsi,
alla coreografia lieve
di suoni danzanti.
E’ un nome
troppo arcadico
ed immenso il tuo,
mi ripeto,
per riscriverlo
sulle cortecce di oggi.
Ma non riuscirò
ad imbrogliare
la tristezza,
con pensieri
ancora colmi
di boschi
da dimenticare. 

Flavio Zago

Published in: on ottobre 16, 2011 at 07:28  Comments (3)  
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Residui

Residui…scorie…rimanenze…scarti…
di quello che vien fatto in tutto il mondo
che al mondo van coprendone la pelle
come una coltre insana, che è minaccia
che sempre s’avvicina, e i boschi e i prati
ghermiscono a quel troppo disattento
erede universale;
pesano su ognuno,
anche a chi ricorre a la finzione
di non saperne niente.

Scorie a nutrir carote e teste d’aglio,
e scarti di città, in periferia,
di gomme e di lamiere deformate,
di miserie – residui – e di opulenze,
e rimanenze, a crescere…montagne…
ed a mortificar chi le respira…
Profuman l’aria putridi miasmi
nell’orride sembianze d’un inferno.

Pure il latte materno è messo al bando,
e chi lo succhia, e la mammella, insieme,
se giudicati scarto…
E scarti, e scorie, e rimanenze…umane
lontan dai nostri spazi progettiamo,
nascosti in mezzo a truci indifferenze,
dietro le nebbie che spruzziamo apposta.
Popoli interi vengono scansati,
lasciati al caso, quando il caso è ostile,
quando una brioche può farsi in due,
ma più che pietra è dura da tagliare!

Armando Bettozzi

Kavaja

Kavaja ha finestre affacciate sull’Adriatico
Davanzali di gerani, con mani in attesa
Vicini di casa con Bari, sono, li senti parlare a volte
O li vedi, a prendere un caffè nella veranda del mare

Avviene quasi sempre nelle belle notti d’estate
In cui le tarde ore ci trovano ancora fuori
A contemplare il cielo, i boschi fitti dei pini
Pilastri illuminati dal chiarore argenteo

Ha un suono mistico il suo silenzio
Le sue piccole case dalle rosse tegole
Le sue strade, spoglie da notturni rumori
Da vani luccichii e vanità giovanili

Due bianche dita al cielo si volgono
L’uno libertà, democrazia l’altro
Inciso di sangue in ogni soglia e pietra
Echeggiano orgogliosi in ogni cuore di Kavaja

Kavaja dalla rughe sul volto
Dalle mille sofferenze che ti squarciano l’anima
Nelle polveri di burocrazie, sepolta
Dalle sorgenti in secca, Kavaja assetata

Kavaja è donna di casa, dal capo coperto
Dalle lunghe vesti o minigonne e tacchi a spillo
Che orma non lasciano sul marciapiede
Ove giovani ragazzi,  fuori dalle botteghe, attendono

Kavaja dalla generosità di bellezza autentica
Tempio d’armonia e rispetto, t’accoglierà in ugual modo
Che tu sia uno che prega Allah, nell’antica moschea
O candele accendi, dinnanzi ad una croce, nella giovane chiesa

Kavaja terra del grano, del granturco e degli
Insonni poeti, che tessono versi per belle fanciulle
Kavaja dalle timide e sognanti palpebre
L’epicentro del mio cuore e dei miei pensieri

Anileda Xeka

Vieni con me!

KOMM MIT!

Mußt dich aber eilen
Sieben lange Meilen
Mach ich mit jedem Schritt.
Hinter Wald und Hügel
Steht mein rotes Roß.
Komm mit! Ich fasse die Zügel
Komm mit in mein rotes Schloß.
Dort wachsen blaue Bäume
Mit goldenen Äpfeln dran,
Dort träumen wir silberne Träume,
Die kein Mensch sonst träumen kann.
Dort schlummern seltne Genüsse,
Die noch kein Mensch genoß,
Unter Lorbeern purpurne Küsse
– Komm mit über Wald und Hügel!
Halt fest! Ich fasse die Zügel,
Und zitternd entführt dich mein rotes Roß.

§

Devi affrettarti però –

sette lunghe miglia

io faccio ad ogni passo.

Dietro il bosco ed il colle

aspetta il mio cavallo rosso.

Vieni con me! Afferro le redini –

vieni con me nel mio castello rosso.

Lì crescono alberi blu

con mele d’oro,

là sogniamo sogni d’argento,

che nessun altro può sognare.

Là dormono rari piaceri,

che nessuno finora ha assaggiato,

sotto gli allori baci purpurei –

Vieni con me per boschi e colli!

tieniti forte! Afferro le redini,

e tremando il mio cavallo ti rapisce.

HERMANN HESSE

Published in: on giugno 19, 2011 at 07:02  Comments (2)  
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