Parole vuote

A volte, mi chiedo chi sono!
Mi domando
che senso hanno le vuote parole
che penso e che scrivo!
Alla mia età
l’illusione non alligna nel cuore.
Un secondo Carducci,
un novello Pascoli
solo la genetica
potrà forse clonare.
I miei poveri versi
saranno solo semi
geneticamente modificati
che non aggiungeranno nulla
alle cose già scritte,
ai sentimenti già espressi.
Ma sento il bisogno
di aprire il mio cuore alla gente
come un libro da far sfogliare
per far leggere a tutti
le mie verità e le mie ragioni.
Mi illudo che forse
una piccola briciola del mio amore
potrà saziare un cuore tormentato
od asciugare una lacrima stanca.

Salvatore Armando Santoro

Per te, donna

 
Per te che ben riesci da bambina
a far parlare bambole di pezza;
che fiaba dietro l’altra poi consumi
come orsacchiotto del tuo lecca lecca.
Per te che in lesto progredir degli anni
infili vita nel primo anello oro;
che di stupor materno attesa sazi
al nascer di felicità goduta.
.    
Per te ch’al sorger del propizio giorno
stai a guardare l’alba, il sogno e il mondo
dentro due occhi ancora da venire
eppure innamorata già ti senti.
Per te ch’al primo volteggiar di gonna,
al suon della canzone ti vezzeggi
e briciola tra donne sicur passeggi
alla ricerca del tuo primo amore.
.
Per te che, furba, dopo colonizzi
d’altra esistenza i capelli al vento
e in un batter d’occhio apri e trastulli
le prime voglie in un qualunque posto.
Per te che a volte a testa e croce giochi
con le medaglie su altri petti appese
nel rischio odioso di far morire
l’inizio ambito di possibil trame.
.
Per te ch’al giorno di bouquet distendi
anima e corpo nella tersa coppa
e schiava e libera li agiti entrambi
sciolti nel corpo e l’anima di lui;
per te che sposa affascini all’istante
fra trasparenze e carni benedette
per poi ricever del rapporto il sunto
e trattenerlo al tuo dominio netto.
.
Per te che gemiti ascolti forti
venir da grembo dall’amor difeso
e gemiti domi insieme al tempo
perché il figlio nello splendore cresca;
per te che quelle stesse eterne fiabe
ora le narri ripercorrendo gli anni
e bimba nuova incredula ti scopri
al vissero tutti felici e contenti.
.
Per te che del tuo ruolo avuto in dono
vagone fai da attaccare ad altri
mandando qualche volta alla malora
di femminilità il vero e lo specchio.
Per te che d’ogni lacrima fai conto
e conto non fai delle stille esterne
quando a convincerti ch’ognuno soffre
non ci si fa neanche all’evidenza.
.
Per te ch’all’avvizzire della pelle
t’intrappoli nel perché succede a me
ed acida divien quell’espressione
testimonianza eterna ritenuta;
per te ch’alla fin fin ti abitui piano
e accetti ancor del sole le palpate
fino a sentirti egualmente bella
e con la vita inimicizia escludi.
.
Per te ho eretto una torre mozza
con i pilastri di cristal cobalto
al centro d’un filare a semicerchio
tra i riflessi di schiusi melograni.
.
Per te, o donna, ho redatto a firma
il protocollo del discepolo realista
sulle tracce di Venere imperfetta,
d’interminabili carezze ansioso,
di pianti inammissibili irritato,
a zonzo tra felicità ammessa,
per consegnare ad una scia del tempo                                                                                                                                                                                                l’innamorato ed il fallibil uomo.

Aurelio Zucchi

Un matto indimenticabile

UN MÂT INDIMENTICÂBIL

L’andèva in gîr pr i prè
a tèsta bâsa
e cûl al’èlta,
cåntracuränt,
e quî ch’i pasèven,
in frazza cme del sajatt mo,
incunsapevolmänt,
sänza traguèrd,
i al deridèven sughignand:
– L’é mât! l’é mât! l’é un miserâbil!
cun tótta cla verdûra ch’l’an cåssta gnínta
al’iper
scuizères i vintrón
par cojjer trî streccapoggn! –
Mo
la zant, låur,
i sâg’, i récc,
in savèven brisa che ló,
såtta la camîsa,
l’aveva ancåura un côr,
un tesôr ch’al sbattèva furiosamànt
quand,
dåpp avair zarchè/guardè col dîda
int al prè,
ed pónt in bianc stra la móccia
al truvèva, l’ammmmirèva,
una viulatta un quederfòi,
o una furmighénna cun na brisla
in spâla,
o un grapadén d ûc’ dla madòna zilèst,
o rusè!
Par ló,
al sugnadåur,
quasssta l’éra LA VÉTTA!
Par låur,
i prâtic, i concrét,
ló l éra… UN MÂT!
E la vétta l’andèva avanti:
fén a quand?

§

Andava in giro per i prati
a testa bassa
e culo all’alto,
controcorrente,
e quelli che passavano,
in fretta come delle saette ma,
inconsapevolmente,
senza traguardo,
lo deridevano sogghignando:
– È matto! è matto! è un miserabile!
con tutta quella verdura che non costa niente
all’iper
schiacciarsi il ventre
per cogliere tre radicchi matti! –
Ma
la gente, loro,
i saggi, i ricchi,
non sapevano che lui,
sotto la camicia,
aveva ancora un cuore,
un tesoro che sbatteva furiosamente
quando,
dopo aver cercato/guardato con le dita
nel prato,
di punto in bianco fra il mucchio
trovava, ammmmirava,
una violetta un quadrifoglio,
o una formichina con una briciola
in spalla,
o un grappoletto d’occhi della madonna celesti,
o rosati!
Per lui,
il sognatore,
quesssta era LA VITA!
Per loro,
i pratici, i concreti,
lui era… UN MATTO!
E la vita andava avanti:
fino a quando?

Sandro Sermenghi

Luci di Natale

Quando, per ospitare la colomba,
la briciola di un fragrante panettone
si poserà sul mio freddo terrazzo,
di colpo si accenderà la grotta.
*
Quando a posarla sarà uno di noi,
premeditata nel flusso della festa
o fosse anche per una distrazione,
la stella brillerà anche per gli altri.
*
Buon Natale – diceva mia madre
già dalle prime luci del mattino
tra dolci frette e succulenti fritti
mentre incartavo scintille per la notte.
*
Buon Natale – io le rispondevo –
ma… non si dice quando è proprio l’ora?
L’attesa é attesa – lei mi replicava –
più é lunga e più sarà il Messia.

Aurelio Zucchi

Una giornata di nuvole


Una giornata di nuvole
di grigio sul mare
di poco rumore
ti fa il vuoto attorno
lo credi amore
c’è lui che ti scava dentro
è per pensare a lui
per volere lui che
ti assenti al presente
ed ogni tempo ogni modo
è possibile così intimamente vicino
seguire con gli occhi il mare
fino laggiù spingersi avanti
oltre oltre perseguire l’infinito
equivale al movimento simultaneo opposto
dentro dentro più dentro
fino a toccare la tua vastità
poi torna il sole ed è lampo
improvvisa
luce
per tutti e leggerezza
echi di risate
tu torni sola
nella concretezza delle cose
e consideri compiaciuta
gli ombrelloni chiusi
tutti gli sdrai ordinati e vuoti
qualche passero si posa
vicino sul tettuccio o su un lettino
con la sua briciola in bocca

azzurrabianca

Scese un uccello giù per il sentiero

A Bird came down the Walk
He did not know I saw –
He bit an Angleworm in halves
And ate the fellow, raw,

And then he drank a Dew
From a convenient Grass –
And then hopped sidewise to the Wall
To let a Beetle pass –

He glanced with rapid eyes
That hurried all around –
They looked like frightened Beads, I thought –
He stirred his Velvet Head

Like one in danger, Cautious,
I offered him a Crumb
And he unrolled his feathers
And rowed him softer home –

Than Oars divide the Ocean,
Too silver for a seam –
Or Butterflies, off Banks of Noon
Leap, plashless as they swim.

§

Scese un uccello giù per il sentiero –
Senza sapere che l’avevo visto –
Beccò un lombrico in mezzo
E se lo mangiò, crudo,

E poi bevve rugiada
Da un’apposita erbetta –
E poi di fianco saltò verso il muro
Per dare ad uno scarafaggio il passo –

Sbirciò con occhi rapidi
In fretta tutt’intorno –
Come perline, pensai, spaventate –
Agitò il capino vellutato

Come fa uno in pericolo, cauto,
Io gli offrii una briciola
E lui stese le piume
E verso casa remigò più lieve –

Di remi che dividano l’oceano,
Troppo argenteo perché restasse un segno –
O di farfalle, che in volo si librino
Senza suono da rive meridiane.

EMILY DICKINSON

(Traduzione di Letterio Cassata)

Nuance

Che fine ha fatto quel pastello
colorato variamente,
quello lieto dei disegni
in cui schizzavo il mio ritratto?
Nel temperarlo s’è compiuto
e solo lascia ora grigio il lapis
a scorrere tracciati sopra l’aria
che manca più dell’acqua all’assetato.
Per riaverne uno che di lontano
almeno un po’ gli s’accostasse,
ieri l’altro,
ho rubato al firmamento il suo corredo,
una briciola ogn’ora del giorno.
Collera invero
m’ha lanciato dietro il cielo,
finanche il nero senza stelle della notte,
che scioccamente scaltra
non avevo preteso.

Daniela Procida

Published in: on maggio 28, 2010 at 07:12  Comments (2)  
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