Sempre e per sempre

 
Sempre e per sempre
.
Non chiedo come e perchè
ma sento due scelte
nell’infinito
.
nel random del latte
.
nell’ultima nota da Metheny a  Thielemans
for “always and forever”
ed il perfetto della sua tristezza
.
Sempre e per sempre
nella mia stanza autoptica
che fa continue accomodazioni casuali di cadaveri

Antonio Blunda

Published in: on luglio 7, 2012 at 06:58  Comments (2)  
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Notturno nuziale

Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio,
e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento.
E la ghermisti con artiglio d’aquila, e tutta la costringesti nella tua forza
riplasmandola in te con tal furore ch’ella perdette il senso d’esistere.
E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto,
e dal balcone aperto la notte guardava con l’occhio d’una sola stella
rossastra,
e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri
la tristezza dell’ombra vi vegliò sino all’alba.

ADA NEGRI

Ballata mistica

Dagli stipiti tinti di appoggi di secoli
scivola un’anima a terra.
Occhieggiata da foglie corinzie
rivestita dal tappeto del tempo
corre libera nel suono del vento
adagiando le palme su ritorte preghiere
e scalciando selvaggia il mare d’inverno.

Dalla navata centrale forte s’alza il canto
per ricomporre un rosario dal filo spezzato
cigolante tra legni sconsacrati di scranni.
S’eleva la musica ma suona stonata
sfiorando cariatidi che non sorreggono niente
e diavoli pronti nel fondo d’un pozzo.

Si cerca il perdono in cima ai pensieri
tra campane e folate dell’aria che intorno
ritorna su albe e tramonti segnati
da troppi tratturi e cadaveri a terra.

Lorenzo Poggi

La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu non lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbraccia l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

FABRIZIO DE ANDRÉ

Gentile è la guerra

WAR IS KIND

Do not weep, maiden, for war is kind.

Because your lover threw wild hands toward the sky

And the affrighted steed ran on alone,

Do not weep.

War is kind.

Hoarse, booming drums of the regiment

Little souls who thirst for fight

These men were born to drill and die

The unexplained glory flies above them

Great in the battle-god, great, and his

kingdom –

A field were a thousand corpses lie.

Do not weep, babe, for war is kind.

Because your father tumbled in the yellow trenches,

Raged at his breast, gulped and died,

Do not weep.

War is kind.

Swift, blazing flag of the regiment

Eagle with crest of red and gold,

These men were born to drill and die

Point for them the virtue of slaughter

Make plain to them the excellence of killing

And a field where a thousand of corpses lie.

Mother whose heart hung humble as a button

On the bright splendid shroud of your son

Do not weep.

War is kind.

§

Non piangere ragazza, perché gentile è la guerra.
E se il tuo amato levò disperate le mani al cielo
e terrorizzata la cavalcatura proseguì da sola,
non piangere.
Gentile è la guerra

Cupi rimbombanti tamburi del reggimento,
piccole anime assetate di lotta,
questi uomini nacquero per esercitarsi e morire.
La gloria inspiegata vola sopra di loro,
grande è il Dio delle Battaglie, grande, e il suo
Regno
un campo su cui giacciono mille cadaveri.

Non piangere, piccola, perché gentile è la guerra.
E se tuo padre rotolò nelle gialle trincee,
devastato il petto, e singhiozzò e morì,
non piangere.
Gentile è la guerra

Rapida sventolante bandiera del reggimento,
aquila dalla cresta di rosso e di oro,
questi uomini nacquero per esercitarsi e morire.
Spiega loro la virtù del massacro,
fagli capire il merito dell’uccidere
e un campo su cui giacciono mille cadaveri.

Madre, il cui cuore penzolò umile come un bottone
sull’abbagliante splendido sudario di tuo figlio,
non piangere.
Gentile è la guerra.

STEPHEN CRANE

Egregi signori…

 
Noi, egregi signori,
ci scapestriamo in atti di perbenismo agguerrito
laddove la consumazione dei pasti  poeticamente romanzati
si svolge in Tavole Rotonde di Circoletti Viziosi
Gareggiare di “reminiscenze” nell’ogni giorno indebolito
di malattia planetaria sprofondiamo nella miseria
d’un saper guardare attraverso un minuscolo buco di serratura
costruendo lungometraggi di pensieristiche considerazioni
battendo col martello di parole cervelli
perché l’intelligenza ha  sapore metallico, scuote scuoiando
emotive sensibilità nella loro inferiorità.
Ancora si assiste a genocidi aberranti
nei silenzi politici d’intese democratiche
mentre nei deserti diversificati dalle loro naturali scenografie
spuntano cadaveri con i loro maleodoranti diritti negati.
Nessun tramonto, nessuna alba fredda o calda
nessun mare o lago o terra di fango di fiori e di cemento
merita l’assistenza di cuori deboli che sprofondano in girotondo astemio.
Egregi Signori
noi sempre gravidi di buoni propositi,
noi sempre protagonisti della nostra storia,
noi sempre portatori di (favolose) intimità,
noi sempre nascosti dietro il voler comprendere,
noi sempre egregiamente ci troviamo
a nascondere sotto la copertura della codardia
poesie romanzi trattati e saggi
in un’enciclopedia mai sfogliata
perché al minimo accenno d’orrore
maltrattiamo la verità nelle sue architettoniche
lingue esauste di umiltà.

Glò

Chi ricorda la guerra?

Tornerò indietro
cavalcando cavalli di frisia
e rovi uncinati
della nostra pazzia.
Milioni di cadaveri
usciranno dall’armadio
spargendosi a terra
come foglie d’autunno.
Ricostruiremo la scena
del torrente di sangue
che fa rossa la terra
e nera la falce

appollaiata sui cespugli.

“Siamo pronti a morire soldati
per la borsa del nostro padrone
che altrimenti non può più smerciare
i cannoni che noi fabbrichiamo.

“Siamo pronti a morire soldati
per la patria che sempre ci ha dato
tanta fame da farci crepar”.

S’alza il canto dalle zolle
e dalle trincee.

Risuona lontano nelle fabbriche

e nei campi
disperdendosi lento
come eco senza voce.

Lorenzo Poggi

Il mio paese è l’Italia

Più i giorni s’allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

SALVATORE QUASIMODO

Ma Natale

Prendono corpo i fantasmi
hanno la fretta di chi segna tacche
sui muri della legge
Borsellino scrive col sangue suo
col sangue dei suoi custodi figli
di un’Italia minore

e sulle vie dell’edera mafiosa
s_loggiata_mente
pulsa il cuore massonico le vie
del biancogiallo regno d’anticristo

sfogliano leggi come crisantemi
e marce funebri
mugghiano leghe farfuglianti e sbilenche
pupazzi a zanne panoramiche
su stolli di cadaveri
quando l’acido è poco e il corrosivo
morde solo bambini

come siamo arrivati fino a qui?

Ero nata che i passi li segnavano avanti
nuovi Padri
si facevano Leggi in armonia
e la giustizia ancora
era uguale per tutti
oggi si scalza ad alabarde e cupole
si sorregge lo strascico a chi posa
il suo marchio di fabbrica al paese
Bi_sogna che il diritto sia corona
e ius prime noctis
sull’imene d’Italia.

Popolo di poeti e puttanieri
di santi e stupratori
viaggiatori di slum da casa nostra
a cosa nostra
ci vorrebbe un Escher nero su bianco
a disegnare la follia dei lordi
il travasare uccelli in ostensorii
e longa manus
unire transatlantici e tiare.

Fantasmi di un Natale da venire
di Cristi mai risorti
possiamo solo trattenerli a mente.

Cristina Bove