Dopo una separazione

Sto cercando di rimuovere il grigio,
brandelli di vecchie tappezzerie
restano attaccati come
croste residue
di un male feroce

Se provi a rimuovere le croste
la carne ferita ancora risanguina,
ogni volta, crudele, il dolore
riaffiora e la memoria non muore.

Con le unghie non vale graffiare
la crosta pesante,
il dolore è presente ancora,
forse solo più pallido
ma col ghigno maligno si appropria
del tuo pensiero costante.

Non vale sovrapporre
altra tappezzeria, magari fiorita
o di color più brillante,
il grigio permane e soffocante
vanifica il desiderio di restauro.

Forse sarebbe la soluzione migliore
gettar della calce su quel muro graffiato,
riempire gli spazi e bruciare le attese,
colmare i solchi e ripianar le fessure.

Una bianca parete di nuovo
pulita e spianata
potrebbe far sempre la sua bella figura!

Anna Maria Guerrieri

Lasciatemi

 
O forse il glicine
di novembre scruta ?
.
Ci si porta, assenti,
sul ciglio della zolla
e gridiamo alle stoppie
che saranno.
E il grano…
Il grano ?!
.
Non mi farò urtare
dal cielo cupo
che pure morde il pane
nero e nero !
Non mi farò vestire
per andare oltre
questo miglio appena
che mi bacia il passo.
.
O forse, il glicine,
corteggia la calce spenta ?!
.
Lasciatemi la pelle, nuda !
Lasciatemi al pane duro
al tepore dell’urlo d’amore,
alle fiamme del poco
per inventare azzurri.

Stefano Lovecchio

Published in: on gennaio 28, 2012 at 06:59  Comments (5)  
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Rigattieri

Orologi di sfere in dicerie di ruggine
numeri color feltro
in calce voci di chicchere spaiate
giare cucite a fil di ferro
di verghiana memoria

ci si sposta nel tanfo delle cose
la spilla in filigrana del pavone
ha perso gli occhi
la teiera cinese chiccoriso
sul fornellino a spirito riposa

mi sento antica in versi, sarà mica
che il tempo ha patinato la mia voce?
È vero è sera
crepuscolo direi (se non fosse parola
assai usurata)
però mi dico, accade la giornata
e non si può chiamarla in altro modo
perciò se a notte mi ritrovo è notte
word suggerisce: tarda serata, buio
tenebre oscurità, perfino cecità
ma cosa importa
mi sveglio e scrivo la chincaglieria
delle mie insonnie.

Cristina Bove

I vecchi

I vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria e un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi
i vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire
i vecchi tosse secca che non dormono di notte
seduti in pizzo al letto a riposare la stanchezza
si mangiano i sospiri e un po’ di mele cotte
i vecchi senza un corpo i vecchi senza una carezza
i vecchi un po’ contadini
che nel cielo sperano e temono il cielo
voci bruciate dal fumo dai grappini di un’osteria
i vecchi vecchie canaglie
sempre pieni di sputi e consigli
i vecchi senza più figlie questi figli che non
chiamano mai
i vecchi che portano il mangiare per i gatti
e come i gatti frugano tra i rifiuti
le ossa piene di rumori e smorfie e versi un po’ da
matti
i vecchi che non sono mai cresciuti
i vecchi anima bianca di calce in controluce
occhi annacquati dalla pioggia della vita
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte che fatica
i vecchi cuori di pezza
un vecchio cane e una pena al guinzaglio
confusi inciampano di tenerezza e brontolando se
ne vanno via
i vecchi invecchiano piano
con una piccola busta della spesa
quelli che tornano in chiesa lasciano fuori
bestemmie e fanno pace con Dio
i vecchi povere stelle
i vecchi povere patte sbottonate
guance da spose arrossate di mal di cuore e di
nostalgia
i vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno i vecchi da
buttare via
ma i vecchi, i vecchi, se avessi un’auto da
caricarne tanti
mi piacerebbe un giorno portarli al mare
arrotolargli i pantaloni e prendermeli in braccio
tutti quanti
sedia sediola… oggi si vola… e attenti a non sudare

CLAUDIO BAGLIONI

Avvolta in una spessa coperta di mattoni

Calce tossica – e voi, folla di muratori
Ansiosi di lavorare – per nutrire
Le vostre famiglie – e soffocare

Soffocare una fresca erba verde
Come fosse gramigna della più infestante
E quindi sempre più sepolta – privata
Anche della lontana luce del sole

Nicole Marchesin

Published in: on maggio 8, 2011 at 07:35  Comments (4)  
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Compianto per Garcia Lorca

Al muro, il poeta al muro
dicevano i giornali,
Lorca fucilato al muro.
Per telegrafo un muro
è uguale a un altro muro.
Gli angeli non hanno pianto
non hanno rivolto domande
perché in paradiso è proibito.
Hanno guardato il muro
Hanno guardato il sangue
Come si guarda una rosa
Sopra un muro di calce.
Hai colto la rosa
E ti sei messo a giuocare:
era come alla fiera di Cordova
era come alla corrida,
era come alla porta del sole
il giorno di Sant’Isidoro.
Era bello vedere gli angeli
Incantati di te, Garcia.
Erano stati ragazzi a Siviglia
E ti apprezzavano.
All’improvviso furono tristi,
la rosa era più bianca
e tu più fioco.
Erano stati ragazzi a Siviglia
E sapevano che un muro
È diverso da un altro muro.
In cielo te lo sei portato
Perché ce ne fosse uno meno.
Gli altri portano cavalli,
portano cigni e colombe:
Tu, Garcia, un muro
Un muro che non si scavalca.
Lasciate che gli angeli piangano.
RAFFAELE CARRIERI

Chiedono

Se passa
e come e perchè
dicono
di far tornare la luce
da quel buio
impastato di calce
affermano che
la vita va avanti
cavalcarla bisogna
trovare il senso
nelle piccole cose
togliere dal petto
macigni
come fossero
fuscelli
strappare velo
dagli occhi
che cambia i colori
…………………

Ma il dolore
è persona forte
comanda al vento e
alla pioggia
è padrone di mare
e di cielo
straripa dai deserti e
dai ghiacci
lascia corpi
senza volto
e strappa anime.

Occorre viverlo tutto
tenerlo a braccio
e farselo amico
altrimenti
diventa te stesso.

Tinti Baldini

Ali

Ma voi che v’imbrattate
di calce e sole d’abbaglio
di lamiera che scivola
di mano
e t’accartoccia
e voi che rispondete
a ogni richiamo
senza posa nè spazio
dietro un vetro
o voi che aspettate
all’angolo di vento
un sì per oggi
e voi che chiamate vivere
chinare il capo
a chi vi compra
o voi che vivete
in trottola di fatica
tra pannoloni e puzzo
o voi che non conoscete
il giorno
che vivete la notte
senza amore
ma non vi siete accorti
che state
come i pipistrelli
a testa in giù
non avete capito
che vi stanno
rubando la lingua
per parlare
le orecchie per sentire
il cuore per palpare
il futuro
le ali
per salire alto.

La terra senza voi
trema
e il cielo è muto

Tinti Baldini

Vita agreste

ESTATE: VITA AGRESTE

Immaginiamo un manovale al suo primo giorno di lavoro in un cantiere edile della pianura padana assolata, una calura infernale, e sudore, sudore… Immaginiamo campi di saggina; e una efficiente canalizzazione per l’agricoltura utile anche, purtroppo, per la nutria, quel roditore acquatico del Sudamerica tra il castoro e il topo che sta infestando le campagne emiliane e scava gallerie che mettono in pericolo la tenuta degli argini dei fiumi. Immaginiamo, ultimo sforzo, frotte di pennuti che andando di fiore in fiore alla ricerca di cibo danno origine alla fecondazione.

Eccovi il quadretto:

VITA AGRESTE

La calce fra i mattoni
s’insinua ed è fatale
che un dito il manovale
si schiacci ch’è un giaguar:
la nutria oltre il sorgo
negli umidori acclivi
forbisce i fioi giulivi
come se fosse in mar.
Sale su dai fettoni
del capo squadra Armando
fetido odore quando
smette di lavorar:
mentre uccelletti a sgorgo
pronubi e fra gli strilli
suggon stami e pistilli
di fresie a fecondar.

Sandro Sermenghi

Fluitare

Sono di terra
e mi faccio ferita
così mi curerai con le tue mani di fiume
con i verbi del corpo declinati al
singolare apparente
scorrere tra rapide e muschi

m’incaglierò sui tuoi traslati
berrò dagli interstizi dei tuoi occhi
colore di ricordi

e poi vedrai
farsi declivio il seguitare
di calce viva e il rosso
del mio accendino infisso nel midollo
smuovere gli anni grigi del cemento
rinascere dal grumo di titanio
la morbidezza di un  respiro
ancora

Cristina Bove