Che

 
…Ti dirò, stasera?
Non sarà voce sorgente,
se medito ora.
Mente a mente,
occhi negli occhi, noi
ciascuno mezzo mondo alle spalle,
ma non formare una sfera.
Forse fardelli  terreni pressanti,
lingue di fuoco, paletot pesanti.
Che ti dirò stasera?
Da mille anni, al canto del gallo,
tradisco l’orgoglio.
Ti penso.
Mille anni che inciampo il calvario,
ed ogni tuo sguardo
là, in cima m’incrocia.
.
Che ti dirò stasera,
se la mia lingua è spuntata
ed ogni tuo chiodo risorge?
Ti dirò che l’Estate
non è mai terminata
e la luna sui monti
sa ancora incantare;
che il gatto tuo appeso
nel quadro in salotto
lo sfamo a sorrisi e ricordi;
che parole stilettano,
dai tuoi fogli scrostati.
 
Che ti dirò, stasera?
racconterò venature
riarse dal sole,
o ciò, che davvero
irrora il mio cuore?
… Ti dirò stasera?

Flavio Zago

Aspettando

 
Parole stampate su strisce di carta bianca,
serpenti di folla,
adunate di giovani e adulti
da tutte le latitudini
per pregare e socializzare
in questa parte di mondo
ove la guerra non è ma si sente
Abbraccio di sentimenti,
calvario di pianto,
di dolori rinnovati
quasi obbligati e puntuali
per queste nostre generazioni,
passate e presenti e, ahimè!, future!
Aspettando
l’alba di un giorno di pace
per seppellire i corpi
e i ricordi di gente che non è più.
Aspettando
l’alba di un giorno lontano,
tramonto di mille civiltà
l’una contro l’altra armata,
nel nome e per conto di un solo Dio
che non hanno voluto o saputo amare.
Aspettando
da quando siamo in vita
la civiltà del cuore e del pensiero.
Aspettando
invano che il potente sia meno potente,
che il debole sia meno debole.
Aspettando
che i bambini siano il futuro del nostro mondo
li ammazziamo
e non solo con le bombe
ma con tutte le altre armi
che la moderna civiltà ci ha regalato.
Aspettando
quei bambini che sono morti di fame e di sete,
di malattie e sopraffazioni indicibili.
Aspettando
quelli che non ritorneranno
alle case distrutte, ai loro genitori ammazzati,
inutilmente.
Quei bambini,
che non sanno di essere bambini,
sanno solo di essere oggetti,
di far parte di un mondo che corre,
dove,
non si sa,
ma di certo in un baratro infinito
di miseria e di abbandono.
Aspettando
che l’odio diventi amore,
che l’ingiustizia diventi giustizia,
che non esistano più
i terzi e i quarti mondi,
che il nord dei ricchi si mescoli al sud dei poveri,
diseredati e senza terra da calpestare
Aspettando,
noi siamo diventati vecchi,
quasi colpevoli, perchè non abbiamo urlato
le disgrazie del nostro tempo.
Noi
abbiamo soltanto aspettato!

Gavino Puggioni

Che ho sempre amato

THAT I DID ALWAYS LOVE

I bring thee Proof
That till I loved
I never lived – Enough –

That I shall love alway –
I argue thee
That love is life –
And life hath Immortality –

This – dost thou doubt – Sweet –
Then have I
Nothing to show
But Calvary –

 §

Te ne porto la prova
Prima d’amare infatti
Abbastanza – non ho vissuto mai –

Che amerò sempre –
Te l’argomento
L’amore è vita infatti –
Ed immortalità ha in sé la vita –

Se tu di questo – dubitassi – caro –
Allora non ho io
Nient’altro da mostrare
Tranne il Calvario –

EMILY DICKINSON

 

(Traduzione di Letterio Cassata)

Published in: on ottobre 16, 2011 at 07:10  Comments (3)  
Tags: , , , , ,

Fonte Vecchia

Fonte Vecchia laggiù sotto il Calvario
con il suo prato verde, tra le fratte
cupe d’ombre e misteri, ancora batte
scrosciando su la pietra. Il solitario

salice ancor si specchia nel pantano
limpido, e ancor sta in piedi il vecchio cerro,
devastato dai turbini e dal ferro
degli uomini, sul limite lontano.

Ma nulla più dei canti né del coro
giovanile d’un tempo: non festivi
balli, non corse rapide, non vivi
squilli di risa, nei tramonti d’oro.

Or il villaggio ha i nuovi fontanini
belli, eleganti, in mezzo alle sue piazze,
e serie van per acqua le ragazze
sotto gli occhi materni. I cristallini

zampilli han bianche aspergini, hanno lampi
d’iride al sole, e presto empion la secchia:
chi si ricorda più di Fonte Vecchia
lontana, oltre il Calvario, là tra i campi?

Sono tant’anni… E pure, se per sorte
qualche memore cuor ci si ritrova,
nel suo profondo non men dolce e nova
sente la vita delle cose morte.

CESARE DE TITTA

 

La tua assenza

la tua assenza, amore
ha code di lucertola
che si replicano all’infinito.
in tutte le pareti delle mie vene
vedo scorrere  un calvario di verdi ombre.

Anileda Xeka

Published in: on aprile 16, 2010 at 07:31  Comments (5)  
Tags: , , , , , , ,

A me non basta la primavera


Oggi non voglio questo tempo di marzo
quest’aria che sta per intiepidire le strade
o amori in attesa di lettere e rose,
a me non basta la primavera
gli alberi di gemme appiccicose,
un cappello di rafia,
un soprabito nuovo di gabardine,
a me non basta la primavera
le processioni, i lumini alle finestre,
le pasque di passione,
le piazze, le giostre e il gonfalone,
a me non basta la primavera
il profumo sfacciato dei tigli,
l’ortica sotto il sole,
l’amido alle tende e le tue tristi viole,
a me non basta la primavera
la pioggia leggera,
l’orto vestito di bianco ciliegio,
le ore più lunghe nella sera,
a me non basta la primavera
i nidi alla volta del tuo capannone
le briciole che metti
per tortore e il pallido rondone,
(mentre io qui sono senza pane)
a me non basta la primavera
mi accontento di un tempo
che neghi l’astio,
qualche venerdì senza calvario
e non queste barricate
accatastate di silenzi,
queste vigne d’agonia
potate con il lampo e il tuono,
prestami il tuo respiro,
vecchio ragazzo di via Pál,
e una bandiera bianca
per un’ora,
voglio respirare,
una tregua,
arrendermi.

barche di carta