MEMORIA E SMEMORATEZZA

Qualcuno ricorda le foibe, termine usato per ricordare il massacro di migliaia di italiani tra donne, bambini, uomini, vecchi? Cinque lettere per indicare uno dei tanti orrori che la guerra crea ad ogni latitudine indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso e politico. Le foibe sono dei crepacci di natura carsica con profondità anche di centinaia di metri, così stretti da essere in molti casi  parzialmente o totalmente inaccessibili. Quelli in oggetto riguardano la penisola istriana. Il massacro fu opera delle truppe jugoslave di Tito e delle bande partigiane jugoslave. Le foibe servirono sia come fosse comuni naturali per le esecuzioni sommarie avvenute in vari punti della penisola che come luoghi delle esecuzioni stesse. Gente legata tra loro, bastava colpirne uno per far precipitare anche gli altri, un gesto di sadismo degno dei peggiori aguzzini nazisti. La particolarità che distingue questo orrore dagli altri, qualora si voglia fare una classificazione dei vari orrori, è che a perire furono anche partigiani italiani che contribuirono alla liberazione. Fascisti e partigiani accomunati da un unico e tragico destino. Perirono anche persone innocenti che nulla ebbero a spartire sia con i fascisti che con i partigiani. Furono massacrati solo perché potevano essere dei potenziali oppositori ancor prima di essere italiani. Perirono quelle persone che erano in vista nei paesi magari perché erano il farmacista, il medico condotto, l’impiegato delle poste, l’avvocato e via dicendo, fino alla vedova di guerra, al figlio più piccolo di un soldato italiano. Una vera e propria pulizia etnica. Si volle annullare la potenzialità della memoria e quella culturale nell’ottica barbara e sanguinaria di un regime comunista che non voleva gente pensante. Le foibe furono su vasta scala anche l’opportunità per vendette personali e per appropriazioni indebite di terreni e beni edilizi distruggendo i catasti ed eliminando i proprietari. Bastava solo un’accusa senza prove, bastava essere solo italiani. Molti tra i più anziani ricordano i tanti profughi istriani e dalmati che si rifugiarono in Italia, peraltro non sempre accolti con la solidarietà dovuta a dei connazionali in difficoltà.  Oggi ricorre “La giornata del ricordo”, una specie di commemorazione riparatoria  che giunge tardivamente a dare considerazione a quella tragedia e a quei lutti. Ma il punto è un altro. A che serve un giorno della memoria nel momento in cui il mondo è teatro continuo di olocausti, nel momento in cui non abbiamo nemmeno la memoria dei tanti olocausti passati dal dopoguerra in poi? A che serve un giorno della memoria quando l’Europa fece finta di non vedere le  pulizie etniche nell’ex Jugoslavia, intervenendo solo nel Kosovo per motivi di convenienza, anni dopo? Qualcuno ha inventato un giorno della memoria per quanto avvenuto in Cile e Argentina? Vogliamo ricordare la Cina con la sua “Rivoluzione culturale” la marea di imbecilli che la celebravano anche in Europa con il famoso libro rosso di Mao Tse Tung? La contestazione era di moda ma nessuno si domandò dove finivano milioni di cinesi “dissidenti”. Memoria corta o menefreghismo di comodo? A che serve un giorno della memoria quando ci scordiamo che nel Darfur c’è un genocidio in atto? Che strano aver sentito le giuste parole di Napolitano nel commemorare l’olocausto, e pensare che in quello stesso momento stavano morendo donne, vecchi e bambini in quella regione dal nome simile ad una caramella che ancora molti non sanno nemmeno dove si trovi? Non parliamo poi della Russia che ha conosciuto l’orrore dei “Gulag”, un orrore cominciato ben prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. I russi non hanno mai quantificato il numero dei deportati dopo la fine della guerra. A milioni non sono tornati: dissidenti, ex borghesi o piccoli proprietari, credenti che non si piegavano all’ateismo di stato, avversari politici interni alla nomenclatura ed anche vittime di vendette personali. E moltissimi ebrei. Quanti giorni della memoria dovremmo avere nell’arco di un anno?  Qualcuno ricorda lo sterminio con i gas dei curdi nel nord dell’Iraq ai confini con la Turchia? C’è memoria della Cambogia dei Khmer rossi di Pol  Pot , dove la popolazione alla fine della dittatura risultò quasi dimezzata?  È servito il giorno della memoria a rallentare il risorgere del neonazismo che da pochi anni è in forte aumento? Mi chiedo chi glielo abbia spiegato a quelle teste “circoncise” che vanno in giro per la Germania e il resto d’Europa  cosa è stato il nazismo. La comunità ebraica ha il triste primato del primo genocidio documentato con immagini che ogni anno ci vengono riproposte a testimonianza di ciò che avvenne. Le immagini arrivano prima delle parole, sempre uguali, alle quali si può credere o meno a seconda di quanto siamo sensibili o interessati. Le immagini non lasciano spazio a interpretazioni di comodo. Ma nessun popolo può sentirsi il depositario del diritto di considerarsi  vittima dell’orrore. Semmai si dovrebbero accomunare tutti gli orrori e le sofferenze delle tante popolazioni che stanno subendo anche oggi lo stesso destino.  Ricordare è giusto ma sarebbe più giusto combattere perché questi orrori non avvengano più,  e se di giorno della memoria si deve parlare, se ne parli  per tutto il mondo, in un punto del mondo, raggruppando i rappresentanti di ogni nazione dove esista l’orrore o dove sia esistito. Una conferenza planetaria con filmati del presente e del passato dei tanti, troppi genocidi, da mandare a reti unificate per tutto il pianeta, per ventiquattro ore di seguito.  Non servirebbe a niente, lo so, ma è sempre meglio dell’ipocrisia dei “moniti” lanciati da stanze dorate, comode e riscaldate, mentre dietro l’angolo un fiume di sangue scorre aggiungendo l’orrore degli uomini alle tragedie della natura e a quelle della carestia e delle malattie. La morte degli innocenti non fa rumore nelle coscienze, altrimenti gli stermini sarebbero cessati da un pezzo.

Claudio Pompi

Chiedo scusa se parlo di Maria

Chiedo scusa se parlo di Maria
non del senso di un discorso, quello che mi viene
non vorrei si trattasse di una cosa mia
e nemmeno di un amore, non conviene.

Quando dico “parlare di Maria”
voglio dire di una cosa che conosco bene
certamente non è un tema appassionante
in un mondo così pieno di tensione
certamente siam vicini alla pazzia
ma è più giusto che io parli di

Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

Non è facile parlare di Maria
ci son troppe cose che sembrano più importanti
mi interesso di politica e sociologia
per trovare gli strumenti e andare avanti
mi interesso di qualsiasi ideologia
ma mi è difficile parlare di

Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

Se sapessi parlare di Maria
se sapessi davvero capire la sua esistenza
avrei capito esattamente la realtà
la paura, la tensione, la violenza
avrei capito il capitale, la borghesia
ma la mia rabbia è che non so parlare di

Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà
Maria la realtà
Maria la realtà.

GIORGIO GABER