Scagliandomi nudo contro il vento avverso


          M. dice che da quando hanno aperto le frontiere
          non sente più lo stesso brivido di quando ha raggiunto Copenaghen o Barcellona
          con un bel po’ di fumo nel fondo del bagagliaio
          e intanto ha sposato quel tipo di donna che mangia solo rose
          ed è meraviglioso vederli ballare anche se non ballano in maniera meravigliosa.

F. ha inghiottito tutti i tubetti dei colori ma non è ancora riuscita a dipingere niente
scrive cose deliziose con la punta del piede ma ho saputo che ha perso una gamba
gettandosi da una finestra.

P. e L. si svegliano raramente di notte e ancora più raramente si svegliano di giorno
ho contato i morti fino all’alba e i primi due erano loro con le loro vite segrete
con il loro mazzo di chiavi ciascuno con i loro modi troppo gentili.

R. e F. sono due persone per bene, si lavano i denti tutti i giorni, non hanno bisogno di niente
anche se R. una volta diede un colpo secco ai canali di Amsterdam
e ci fece ridere per tutto il millennio.

          D. e I. hanno sempre vini eccellenti e grappe affumicate da contorcerti le budella,
          sanno parlare di tutto ed I. è deliziosa come un furetto.
          A volte rido come un idiota con D. quando ricordiamo l’insetto gigante che ci apparve
          al posto di un palo della luce nella notte sintetica.

Per il resto non ho ancora smesso di cercare tra le pulci dei cani
ed ho scritto sulla copertina di un libro tutti i miei indirizzi
scagliandomi nudo contro il vento avverso
che è l’unico capace di insegnarmi
                                                                 -tutti i venti…

Massimo Pastore

I se

Ossessione intramontabile
o incredibile scommessa
storia a tinte forti
cromie in invisibili racconti
che cambiano i colori ai canali dell’amore.
Attualmente non so i se
non so se sono un jap decò o un pop retrò…
ma anche morire è interessante…
se vinco la scommessa.

Enrico Tartagni

Published in: on marzo 3, 2012 at 07:29  Comments (4)  
Tags: , , , , , , , ,

Ora che sale il giorno

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchi mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre bette il piede dei cavalli!

SALVATORE QUASIMODO

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Il Delta del Po

AL DELTA DAL PO


Vâsc d’alevamànt pr’i péss,

udåur ed faggn apanna sghè,
la casléina cån dåu turàtt,
videocâmera
såura i zâl di canp ed furmànt
ed Vèc’ Pieter Bruegel,
bèl canpanéll dnanz a fûs ed canpâgn.
E intant la pasa
l’anulatrîz stereotipè bèla vétta…
E bum bum, buuum…
mo
in dóvv saggna in dóvv staggna
andànd?
I vôlen acsé
là in dóvv i pôlen quall ch’i vôlen,
e brisa fèr del dmand!

E fîrum a l’ånbra d n albarâz
i mâgnen is divérten,

ronf… roonf… ronfroonff…

zz… zzz… zzzz… zic!
e i se dsdàzden ed såurasèlt!
Uaaai, uaaah, mo che åura srèl?
(dû zûven is dan al petting).
Guardäggna äl foto? Nå,
äl diapo äl diapo!
Mo nåaa, che bèrba, la videocasatta!
Pén e tamarîs, dôn culurè,
la canta spass pr indvinî
dla dôna la beltè,
ciciricii, ciricicii, mo…
an i é gnanc un panén!
E da bàvver?
Veeeh, guèrda là,
ai é una fasèna! Però al fasàn
l’é pió elegant, cun el såu
pann variopénti! Eh, as sa,
i mâsti… E pasa la giurnèta, e
chisà… Canócc’ di canèl,
l’anziàn barcarôl,
la zentrèl ed sâbia,
al zlè slurp slurp, ah cum l’é bån!
al cavalîr d’Italia fantèsma,
l’idròvora e la lanterna…

E al vèsper
clap clap un sbatmàn
al Po dal Delta!

§

Vasche per piscicoltura,
odore di fieno appena segato,
la casina con due torrette,
videocamera
sui gialli dei campi di grano
di Vecchio Pieter Bruegel,
bel campanile dinanzi a fossi di campagne.
E intanto passa
l’annullatrice stereotipata bella vita…
E bum bum, buuum…
ma
dove siamo dove stiamo
andando?
Vogliono così
là dove possono ciò che vogliono,
e non far domande!

E fermi all’ombra d’un tremolo
mangiano si divertono,
poi
ronf… roonff… ronfroonff…
poi
zz… zzz… zzzz… zic!
e si svegliano di soprassalto!
Uaaai, uaaah, ma che ora sarà?
(due giovani si sbaciucchiano).
Vediamo le foto? No,
le diapo le diapo!
Ma nooo, che barba, la videocassetta!
Pini e tamerici, donne colorate,
canta spesso per sciarade
della donna la beltade,
cicciriciii, ciriciciii, ma…
non c’è neanche un panino!
E da bere?
Veeeh, guarda là,
c’è una fagiana! Però il fagiano
è più elegante, con le sue
penne variopinte! Eh, si sa,
i maschi… E passa la giornata, e
chissà… cannucce dei canali,
l’anziano barcarolo,
la centrale di sabbia,
il gelato slurp slurp, ah com’è buono!
il cavaliere d’Italia fantasma,
l’idrovora e il faro…

E al vespro
clap clap un applauso
al Po del Delta!

Sandro Sermenghi

Mi ricorderò di questo autunno

Mi ricorderò di questo autunno
splendido e fuggitivo dalla luce migrante,
curva al vento sul dorso delle canne.
La piena dei canali è salita alla cintura
e mi ci sono immerso disseccato dalla siccità.
Quando sarò con gli amici nelle notti di città
farò la storia di questi giorni di ventura,
di mio padre che a pestar l’uva
s’era fatti i piedi rossi,
di mia madre timorosa
che porta un uovo caldo nella mano
ed è più felice d’una sposa.
Mio padre parlava di quel ciliegio
piantato il giorno delle nozze, mi diceva,
quest’anno non ha avuto fioritura,
e sognava di farne il letto nuziale a me primogenito.
Il vento di tramontana apriva il cielo
al quarto di luna. La luna coi corni
rosei, appena spuntati, di una vitella!
Domani si potrà seminare, diceva mio padre.
Sul palmo aperto della mano guardavo
i solchi chiari contro il fuoco, io sentivo
scoppiare il seme nel suo cuore,
io vedevo nei suoi occhi fiammeggiare
la conca spigata.

LEONARDO SINISGALLI

Se non fosse


Se non fosse
per la danza canterina
di due merli in amore
che m’invitano ad uscire
dalla mia timida corazza
tarderei stamattina
ad unirmi al passo giocoso
ed invitante della tardiva primavera.
La vita stamani mi respira addosso
e si posa lieve in dolce pioggia
d’ignare lacrime che solcano gote
come se fossero canali asciutti.
Mi lascio andare
io posso volare
posso alzarmi e camminare
fra arbusti d’incertezze
e dipingere con pastelli d’amore
il mio oggi e spero anche il domani.
Non porrò limiti al mio volo
non farò più domande
oggi vivo anche per chi non può farlo
per chi è stato rapito prematuro
dallo scenario meraviglioso della vita
perché la vita ha in sé il fascino
dell’impossibile e della bellezza pura
se solo ne gustassimo il calice pienamente
se solo riuscissimo a capirne l’importanza
se solo l’amassimo come fosse l’ultimo giorno
se solo la rispettassimo con giustizia
non la negheremmo al nostro fratello
nato figliastro con la pelle scura
e con il marchio fame impresso
negli occhi sporgenti e scheletriti.

Roberta Bagnoli

Fevràr

Sensa fuèjs a era l’aria,
sgivìns, ledris, moràrs…
Si jodèvin lontàns
i borcs sot i mons clars.

Strac di zujà ta l’erba,
in tai dis di Fevràr,
i mi sintavi cà, bagnàt
dal zèil de l’aria verda.

I soj tornàt di estàt.
E, in miès da la ciampagna,
se misteri di fuèjs!
e àins ch’a son passàs!

Adès, eco Fevràr,
sgivìns, ledris, moràrs…
Mi sinti cà ta l’erba,
i àins son passàs par nuja.

§

FEBBRAIO

Senza foglie era l’aria,

canali pianelli, gelsi.

Si vedevano lontani

i borghi sotto i chiari monti.

Stanco di giocare, sull’erba,

nei giorni di Febbraio,

mi sedevo qui, bagnato

dal gelo dell’aria verde.

Sono tornato d’estate.

E in mezzo alla campagna,

che mistero di foglie!

e quanti anni sono passati!

Adesso, ecco Febbraio,

canali pianelli, gelsi…

Mi siedo qui sull’erba,

gli anni sono passati per nulla.

PIER PAOLO PASOLINI (da “La meglio gioventù”)