La tempesta

E non m’importa del seme sradicato
dell’alberata braccia protese
dei cavalli
che cento, forse mille, già battono sul muro.
Natura e privilegio m’è l’esserti vicino,
sopra le tempia, uscio del fuoco;
benestante
dell’oro dei capezzoli e dell’ombra del mascara.
M’è privilegio e risa felici, pasto nudo
protervia sdolcinata del fiore che s’allaga.
M’è privilegio come tra l’onde farmi remo
cavare luce e aria con bocca da gigante
con occhi liquefatti e guardinghi.
Ché sicura, tu sei come lettiga in stagione di bufera
come la piaga avvolta nel lino
rossa
scura;
la via di guarigione che, netta, fa l’amore.

Massimo Botturi

Si nasce ciechi

Le foglie grinze,
quel forte odore d’azzurro
masticato in silenzio
nell’alba del morire.

Si nasce ciechi
eppur sappiamo già
i capezzoli dell’immenso.
E ci si insegna, poi,
a dimenticarsi l’un l’altro
appena il chiodo sfiora il legno.

Quale musica se non che il tedio
vestito a festa
spesso troviamo indenne
tra le righe passe ?!

Se sarò amico
non ditelo alle finestre,
fatene unguento per i feriti dall’ovvio,
per le colombe storpie,
i passeri a cui strappiamo
le ali.

Stefano Lovecchio

Gemme

Ti dico della volpe, con la sua coda rossa
la strada con un cenno indicata
la salvezza.
La sua eleganza è la gioventù che avevo
i cani il letto triste del tanto non amore.

Ti dico della lontra che scivola, di pietra
nel fiume nome semplice e povero
il suo peso
corredo di un istante sognato
un guizzo antico
simile a quello che insieme facevamo
io ed il mio corpo serpe di luna.

Dico l’erba, il mais novello per le poiane
e quelle gemme
capezzoli immaturi di un latte passeggero.
Ti dico le ho succhiate per tutto il tempo giusto
ne ho ancora qualche festa annunciata per la bocca.
Insieme a tenerezze vicine agli occhi
e in fronte
nel cavo delle mani, sul petto
tra le rose.

Massimo Botturi

Due cardini d’ibisco

Due cardini d’ibisco vorrei mi costruissi.
Per fare che, voltandomi
ti carezzassi ancora.
Due cardini d’ibisco e una casa senza porte
dove soltanto farmi annunciare dall’odore
del giorno di lavoro; di voglia di sedermi
di togliermi le scarpe e di aprire un’aranciata.
Due cardini d’ibisco da far vibrare insieme
memoria dei capezzoli
dei buchi sulla luna. Memoria della schiena
segnata da una lampo
di una misura in meno, ma ci sei affezionata.

Massimo Botturi

Published in: on settembre 15, 2011 at 07:21  Comments (7)  
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Neve e fuoco

Legati poi che avevi i capelli, e sciolti i dubbi
entrasti come lenza di luna
in riva d’acqua, là dove il lago spegne le onde
e dorme pietre.
Dove più verde imprime alle canne il limo oscuro,
e cecità s’attacca alle cose
in quiete d’ombra.

Io t’aspettavo messo di guardia ai pochi panni
prendendo sandaletti e camicia
se poi uscivi, dall’ottica
in cui tu mi apparivi più vicina;
matura nei capezzoli bruni
neve, e fuoco.

Massimo Botturi

Terra dolorante

Più non riconosciamo
questa nostra madre,
la nostra ingordigia
sottomette la ragione.
Scotta fra le mani
questa terra in febbre,
sordo è in noi
il suo faticoso respiro,
non vogliamo vedere
il lutto che copre
il suo splendore.
Animi vili
accecati dall’ipocrisia
continuano a poppare
dai suoi capezzoli
ormai larvati.

Rosy Giglio

Published in: on maggio 19, 2010 at 07:11  Comments (3)  
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Era era Frine?


Ti ho intravisto le tette
e ho annusato l’afrore
del tuo astuto sudore;
non m’interessa un ette
se tu eri anche sudicia,
perché fra la camicia
vedevo i tuoi capezzoli
eletti quai corbezzoli
etnei da mordicchiare.
Oh il sangue, se ardeva in vene!
Sì che il turgore del bene,
che s’iniziava a esaltare,
tosto faceva aumentare
sana una brama sensuale;
lo struggimento era tale
che sotto le mutandine
immaginavo, Era Frine,
flavo della porta il vello:
e mi rodeva il cervello!
Strapparti la sottana
e averti in bolognese
poi subito all’indiana,
era per me impellente;
volevo tanto amarti,
e con l’alato arnese
in foga penetrarti,
ché pur s’eri fetente
scottava il vagheggiare.
Ma ehimè mi sono accorto
che avevo sol sognato!
E sveglio, a sogno morto,
mi ritrovai sudato!

Sandro Sermenghi