Evoluzione

Evolversi crescere svilupparsi
Modificare il proprio modello di vita
Ecco ciò che preme nel mio mondo segreto
Andarsene fuggire da questo vuoto opprimente

Come una ferita aperta stillante sangue
Mi irride il senso del nulla
amaro ma incredibilmente vivo
mentre voci ridenti risuonano prive d’ogni logica

ho sepolto la mia razionalità
sotto un fiume di fango
in attesa di un nuovo restauro vitale
pieno di amore e musicalmente pregno

il mio tempo affronta il presente
penetrando come schegge di vetro nella viva carne
i ricordi di ieri ed i progetti del domani
umiliandomi nel ristagno dell’inutile oggi

Marcello Plavier

Domani

MAÑANA

«Mañana». La palabra
iba suelta, vacante,
ingrávida, en el aire,
tan sin alma y sin cuerpo,
tan sin color ni beso,
que la dejé pasar
por mi lado, en mi hoy.
Pero de pronto tú
dijiste: «Yo, mañana…»
Y todo se pobló
de carne y de banderas.
Se me precipitaban
encima las promesas
de seiscientos colores,
con vestidos de moda,
desnudas, pero todas
cargadas de caricias.
En trenes o en gacelas
me llegaban -agudas,
sones de violines-
esperanzas delgadas
de bocas virginales.
O veloces y grandes
como buques, de lejos,
como ballenas
desde mares distantes,
inmensas esperanzas
de un amor sin final.
¡Mañana! Qué palabra
toda vibrante, tensa
de alma y carne rosada,
cuerda del arco donde
tú pusiste, agudísima,
arma de veinte años,
la flecha más segura
cuando dijiste: «Yo…»

§

“Domani”. La parola
libera, vacante, senza peso,
si muoveva nell’aria,
così senz’anima e corpo,
senza colore nè bacio,
che l’ho lasciata passare
al mio fianco, nel mio oggi.
Ma all’improvviso tu
hai detto: “Io, domani…”
E tutto si è animato
di carne e di bandiere.
Mi si precipitavano
addosso le promesse
di seicento colori,
con vestiti alla moda
nude, ma tutte
ricolme di carezze
In treni o gazzelle
mi giungevano – acute,
suoni di violini –
snelle speranze
di bocche verginali.
O veloci e grandi
come navi, di lontano,
come balene
da mari remoti
immense speranze
d’un amore senza termine.
Domani! Che parola
vibrante, tutta tesa
di anima e carne rosata,
corda dell’arco dove
tu hai messo, acutissima,
arma di venti anni,
la freccia più sicura
quando hai detto: “Io…”

PEDRO SALINAS Y SERRANO

Apocalisse

Paurosamente vuoto:
è una tortura dei sensi
che beve il sangue della vita.
Corvi malvagi
strappano la carne del tempo.
Qualcuno grida dalla cantina,
è l’emozione sepolta viva.
Un esorcista stanco
apre il petto
per liberare i demoni.
Svuota l’anima e prega
finché ti è concesso.

Simone Magli

Published in: on Mag 3, 2012 at 07:10  Comments (7)  
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Pioggia di fine estate

Leggera
tutta la notte
e tutto il giorno
l’eterna madre
ha versato sulla terra assetata
il nettare della vita.

La pioggia irrora
la mia malinconia
riarsa dalle vampe
della fulgente estate
che ora va via.
Il suo scroscio quieto
allontana
l’urlo della carne e della passione,
il fruscio dolce
delle sue fresche gocce
assopisce
lo strepitio dei desideri
e le sue mani materne
accarezzano
il mio animo inquieto.

Nino Silenzi

Eterno bambino

Se tu fossi Tutto,
non avresti altro da esigere,
saresti Tutto e più nulla.
Più nulla?
Il vuoto,
vuoto anche di luce
non si lascia immaginare;
la tua carne, gonfia di pensieri,
non fa che consumare,
e incauta sognare e risvegliare
atavici nonsensi.
“Fossi almeno il niente,
che contiene e avvolge il cosmo,
piano sparirei per, lentamente,
riessere, assorbito dalla sua espansione,
in un crescendo fiero,
inesorabile, d’autocoscienza.”
Amniotico ed immenso albume,
culleresti il tuo tuorlo.
Finalmente ermafrodito;
artefice di te stesso, di un universo
le cui costellazioni
sono tue frazioni,
e le tue dita sinaptiche
infiniti tragitti da te dettati.

Ed eccoti Tutto.
Ad altro non puoi anelare.
Tu sei Tutto. Tutto sei tu.
Solo il nulla che eri,
più non possiedi.
Può il Tutto contenere il nulla?
Il nulla è scorza: lui contiene il Tutto
E, certo, non puoi regnarne poco,
non sarebbe tutto il nulla.
Ti rendi così conto, che per averlo,
devi negare il Tutto.
Si tradisce ancora
la tua instabile natura.
Ancora gli estremi si confondono.

E il Tutto e il niente,
è dondolo d’eterno bambino,
che quando è in alto,
vuol discendere, quando in basso,
risalire e,
se in equilibrio, più non si diverte.

Flavio Zago

Forse ne scrissi già

   
 
del trapelare cielo tra le scapole
degli angeli spaesati
inzaccherati fino all’osso sacro
sepolti nella carne
io credo
che se si percorresse tutto il mare
dalla ferita del cursore
apparirebbe il sole

Cristina Bove

Published in: on aprile 28, 2012 at 07:36  Comments (6)  
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Contro corrente

Contro corrente come bionde trote
fendevano la calca cittadina
due fanciulle insolenti di bellezza.
Curiosando strusciarono i musini
di maliziosa cipria qua a un acquario
di lusso di dormenti onde ravvolte
di stoffe per murene ed aragoste,
più in là a un brillante altar di calzature,
spume di cardi rossi per pianelle
di Cenerentola, lustrini e argenti
per taccuini da ballo. Scantonarono
a un tratto e una si chinò nascosta
dall’inquieta compagna ad allacciarsi
la giarrettiera a mezza coscia ignuda.
Le succhiò la corrente cittadina.
Vedo sempre la strada illuminata
da quel fulgore di carne di donna
nel marmo della pioggia settembrina.

CORRADO GOVONI

Vorrei esistere

ma sto precipitando
aggrappato ai tuoi pensieri che non conosco
lapilli che bruciano carne
lame che tagliano le mie mani
in cerca di un tesoro incustodito
eppure mai violato

Vedo tue parole inseguirsi
le une attaccate alle altre
Scivolano
posso solo immaginare
su pagine di acqua gelida e scura
dove io non riesco a nuotare

Provo ma non so fermare
quest’idea che m’assale
e violenta il mio corpo indifeso
come campo di grano seminato
ingiallito bruciato e poi spaccato
dal suo amico aratro, compiaciuto

Vorrei esistere anche e solo
in un filo dei tuoi pensieri
senza rubarti tempo
senza rubarti niente
come il nostro ieri
quando mi hai donato altra vita
dove l’anima tua non mentiva

Gavino Puggioni

Published in: on aprile 10, 2012 at 07:04  Comments (3)  
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Adesso che ritardo chiedi all’alba

Disturbo arreca quel vocìo di notte
quando tu credi d’essere del sonno.

È l’ultima città ch’ancor non dorme,
meteore di carne parcheggiate
solo ad un metro dal Casino Royal,
sul marciapiede che si fa teatro.

T’affacci sul terrazzo della luna
e questa volta gli occhi vanno giù,
canotte bianche a scoprir tatuaggi,
vuoti di birra in bilico sui bordi.

Ritorni a letto quasi barcollando
sperando ancora nell’accesso ai sogni
ma sogno nel frattempo é l’incontro
con i vent’anni che non van dispersi,

con l’afa d’oltre mezzanotte al Sud,
fette d’anguria enormi tra le mani,
il blu del mar ch’aspetti di vedere
assieme a labbra a colorar mattini.

E quindi del dormir poco t’importa
adesso che ritardo chiedi all’alba.

Aurelio Zucchi

Noi siamo fatte

Noi siamo fatte
di tormento
quello che si tiene
stretto stretto
come figlio malato
che succhia latte
siamo fatte di carne
morbida e salata
e le rughe la rendono
più vera
siamo fatte di cirri
d’incedibili forme
che viaggiano malcerti
poi
e s’abbassano
a capire
siamo fatte di terra
rossa e spessa
nel cui grembo
s’attorcigliano
radici che
strappano
noi siamo fatte di vento
soffice in spuma
se la voglia ci prende
uragano di note
e parole
se il male
ci schiaccia
siamo monti di  luna
la notte di veglie
e chiazze di fango
se la mano ci taglia
siamo occhiaie silenti
senza lamento
siamo salvezza
e orrore
sapienza e
ignavia
paura e coraggio
siamo nate dall’acqua e
riarse di mare
conteniamo
nei visceri e fessure
tutto il mondo
e in qualche modo
lo doniamo al cielo.

Tinti Baldini