Le nuvole non hanno lacrime

Hanno le spiagge dell’infinito
delle eterne mutazioni
Hanno le pianure sconosciute
dove cavalieri erranti
percorrono le vie del cielo
e non lasciano traccia

Le nuvole non hanno lacrime
perchè la terra è già bagnata dalle proprie
che sono, qualche volta, anche di gioia
quando un bambino nasce, sopravvive
e riesce a vivere
Ma non gridano al miracolo

Grigie, bianche, di fumo, sovrapposte
ed incrociate in un disegno catartico,
movimento di movimenti ispirati
e creati dall’amico vento,
le nuvole non hanno lacrime
perchè non hanno il tempo per piangere o per gioire.

Corrono, s’adunano e scompaiono
mentre l’occhio umano s’adombra
e ne segue, altalenanti, le immagini.
Caleidoscopio di pensieri che avvincono,
vaganti nei sentieri del nulla
dove tutto si può guardare, senza vedere.

Le lacrime non appartengono alle nuvole.
Sono della terra,
nella terra che noi calpestiamo.
Orme inzuppate di dolore, di attesa, di morte,
prive di sentimento,
piene di odio e di indifferenza.

Le nuvole ascoltano pure i lamenti terreni,
li trasportano, li mischiano, li nascondono
Li vomitano, poi, a mo’ di pioggia o di tempesta
ma nessuno se n’avvede, per paura, per ignominia,
in una vita spesa, a volte, nel male, in questo mondo
dove pare germoglino tanti, troppi fiori finti.

Le nuvole non hanno lacrime,
non le cercano, non le creano.
Di queste nuvole anche noi viviamo
e, dopo, noi sogniamo, respiriamo, dormiamo
ed amiamo ma non ci guardiamo
perchè i nostri occhi piangono

Gavino Puggioni

Poesia premiata con menzione particolare al Premio Internazionale di Poesia Nosside, di Reggio Calabria, nell’edizione del 2010.

Antichi Cavalieri sostano

Nel borgo del duemila tutto tace.
Antichi Cavalieri sostan fieri,
attendono quel freddo locandiere
che schiuda l’uscio fresco di vernice
.

all’aria netta di leggenda eterna
perché si posi in ritrovata lena
tra nuovi e vecchi tarli adesso sparsi
sott’occhi ignudi di trofei dormienti.
.
Su, da tempo, li aspettano le dame
a mo’di madri riposate a lungo,
innamorate del previsto sgarbo
di un muto lattante che prima o poi,
.
non più immobil perla tutta rosa,
dal fondo della tana paradiso
e dal tepor d’immacolata coltre
si desterà braccando lesto il seno.
.
Stagion dei sempre vivi eroi
a tutti annuncia già il suo ritorno.
Altera e schietta, oggi si prepara
a rinnovare i sogni un dì spezzati
.
dal Nuovo Evo Nuovo dei previsti cieli,
delle ventur vagliate una ad una
e dei respiri freddi e soppesati,
del nulla che oramai non ci consola.
.
Antichi Cavalieri sostan fieri.
Si guardan tutt’intorno frastornati,
le grate d’ombra solo rischiarate
dai riflessi di tegole argentine.
.
E c’é chi lustra lame affezionate,
chi già si appresta con arditi guizzi
ad allestir lo sventolio di chiome
alla conquista degli amori persi.

Aurelio Zucchi

La notte santa

Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.

Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.

Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!

Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

GUIDO GOZZANO

Dippold l’ottico

            

            DIPPOLD THE OPTICIAN

What do you see now?
Globes of red, yellow, purple.
Just a moment! And now?
My father and mother and sisters.
Yes! And now?
Knights at arms, beautiful women, kind faces.
Try this.
A field of grain – a city.
Very good! And now?
Many womens with bright eyes and open lips.
Try this.
Just a globet on a table.
Oh i see! Try this lens!
Just an open space – i see nothing in particular.
Well, now!
Pine trees, a lake, a summer sky.
That’s better. And now?
A book.
Read a page for me.
I can’t. My eyes are carried beyond the page.
Try this lens.
Depths of air.
Excellent! And now?
Light, just light, making everything below it a toy world.
Very well, we’ll make the glasses accordingly.

§

Che cosa vedi adesso?
Globi rossi, gialli, viola.
Un momento! E adesso?
Mio padre, mia madre e le mie sorelle.
Sì! E adesso?
Cavalieri in armi, belle donne, volti gentili.
Prova queste.
Un campo di grano – una città.
Molto bene! E adesso?
Molte donne con occhi chiari e labbra aperte.
Prova queste.
Solo una coppa su un tavolo.
Oh, capisco! Prova queste lenti!
Solo uno spazio aperto – non vedo niente in particolare.
Bene, adesso!
Pini, un lago, un cielo estivo.
Così va meglio. E adesso?
Un libro.
Leggimene una pagina.
Non posso. I miei occhi sono trascinati oltre la pagina.
Prova queste.
Profondità d’aria.
Eccellente! E adesso?
Luce, solo luce che trasforma tutto il mondo in un giocattolo.
Molto bene, faremo gli occhiali così.

EDGAR LEE MASTERS

La figlia dei burattinai

Ti è rimasta la brama di verità

e quella di giocare, di fingere.

Chi sei, Giuseppe, oltre quel piccolo

che studiava tutte le sere, ai vetri

della grande veranda con un binocolo

da teatro, le stelle – era il cortile

dei fichi e dei nespoli già tutto

buio, e il pozzo che ti faceva

tanta paura, cancellato.

Che cosa credi, il tempo passa

Ma mica così in fretta come dicono.

Sei ancora lì, che piangi nella cucina

Senza sapere il perché, che guardi

Con una gioia sgomenta quella bambina

– la figlia dei burattinai, che venivano

tutti gli inverni nella tua città

da oltre le montagne, che davano

spettacoli di cavalieri e maghi –

e copri tutte quelle lentiggini

e le sue trecce, di lontano, di baci.

GIUSEPPE CONTE

Insonnia

Vorrei sapere che senso può avere
inseguire un sogno e mettersi a guardare
quel che succede cambiando alcune cose
per poi svegliarsi e rimanere lì a pensare.

Vorrei sapere da che parte è il mio destino
e quanto dista nel sogno il cimitero
prender la spada e combattere da uomo
in questa stanza che mi vide già bambino

E all’orizzonte cavalieri medievali
vengono avanti senza far rumore
le nubi bianche fanno da cornice
e un sole grande sia arrende e poi muore.

Anche domani scenderò le scale
di questa vita sempre più banale
senza sapere cosa devo fare
per impedire al sogno di tornare

Poter dormire e non stare più a fissare
là nella notte le stelle silenziose
sperando che nel buio del mio cuore
venga poi l’alba e quindi nasca il sole.

Sandro Orlandi

Nel mio cuore


Sei tu
che passeggi nel mio cuore,
raccogli fiori e foglie cadute,
coriandoli e stelle filanti,
nani e ballerine,
Alice e le sue meraviglie,
rose e spine, bambini
e giovani donne innamorate.
Sei tu
che passeggi nel mio cuore
e incontri dame e cavalieri,
scacchi e tarocchi
e carte truccate,
cavalli volanti, asini parlanti,
nuvole di zucchero filato,
un pappagallo impagliato
e un cardellino innamorato.
Sei tu
che navighi nel mio cuore
ed ammiri polene e navi pirata,
segui le onde
ed a volte hai mal di mare
e credi sia amore
tutto quello che vedi,
che ti viene addosso
che ti perde ritrovandoti
come dopo un sonno agitato.
Sei tu
che cammini nel mio cuore
a passi svelti raccogli
pezzi di vetro e ne fai gioielli.

Maria Attanasio