COLTIVIAMO LA SPERANZA

Lasciate che ci congediamo dall’ Italia, con tutte le sue miserie e le ingiustizie, affettuosamente, con la nostra ammirazione per le bellezze, naturali e artificiali, di cui è piena fino a traboccare, e con la nostra tenerezza verso un popolo, naturalmente ben disposto, paziente e di temperamento mite. Anni di abbandono, oppressione e malgoverno hanno operato per cambiare la sua natura e fiaccare il suo spirito; gelosie miserabili… sono state il cancro alla radice della nazionalità… ma il bene che era in esso c’è ancora, e un popolo nobile può, un giorno, risorgere dalle ceneri. Coltiviamo la speranza.

CHARLES DICKENS

Eubea

A volte mi diletto
a sognare quel ceruleo mare
dove riposan le ceneri
dei guerrieri Japigi.

E vedo triremi lente andare,
solcare l’Egeo mare
ed approdare sulle itale coste.

Oh, mia progenie,
padri dei miei padri,
invano lacrime verso
sulla patria lasciata.

I Ciclopi
sommergono di massi
i miei pensieri.

Salvatore Armando Santoro

Insinuarsi…

Forse la vita migliore

sul tempo e sulla gravità è
passare senza lasciare tracce,
passare senza lasciare un’ombra
sulle pareti…
                Forse prendere con
la rinuncia? Cancellarsi dagli specchi?
Così, come Lermontov nel Caucaso,
insinuarsi senza inquietare le rocce.
Forse il migliore diletto
è, col dito di Sebastian Bach,
non sfiorare l’eco dell’organo?
Sfaldarsi senza lasciare le ceneri
per l’urna…
            Forse prendere con
l’inganno? Farsi cancellare dalle latitudini?
Così, insinuarsi nel Tempo come
nell’oceano, senza inquietare le acque…
MARINA IVANOVNA CVETAEVA

Punto d’arrivo

Lenti e sfocati
ricordi tornan
da antichi tempi.

E più non guardo
verso il domani
non c’e speranza
del dove andare
né soluzioni
al divenire.

E cerco il cielo
e cerco il mare
dove la mente
possa annegare.

Vita vissuta
passata invano,
giorni di gloria
falsa ed ottusa,
pene ottenute
e pene date,
senza rimpianti
senza rimorsi.

Disperse all’aria
ceneri voglio
che nulla resti
a ricordare
né pietra bianca
per rammentare
nè inutil fiore
su essa posare.

Così finisce
il vano viaggio.
Mille domande
senza risposte.

Piero Colonna Romano

La barca

Tornerò alle sabbie
di questa riva abbandonata,
profugo di terre deluse
barcollando i miei passi
su ceneri di sogni spenti.
Cercherò quella barca sicura,
se sarà lì ad aspettarmi ancora
in questa notte di raro chiarore.
E non avrò in tasca
nemmeno un addio.

Fabio Sangiorgio

Published in: on aprile 24, 2011 at 07:21  Lascia un commento  
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La fenice

Forse, sebbene affranta,
rinasce, novella fenice,
dalle ceneri la mia Musa.
Seppur nel dolore,
la sua voce addolcisce,
mitiga, lenisce ricordi
che la mente non riesce
a dimenticare, ma che il cuore
trasforma in gocce
di acqua limpida, essenza
di un fiume impetuoso.
La mia Musa, regina
incontrastata,
che oltrepassa la mera realtà
per vivere là…
dove mai tramonta
il sole ed è sempre
primavera.

Sandra Greggio

Published in: on aprile 23, 2011 at 07:06  Comments (2)  
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Dogliani, agosto 1943

Era un Agosto
di un’alba piatta, molle
e senza vento.

Arrivarono a gruppi
neri figuri
formiche avide
in affannosa ricerca
di cibo e
fecero falò
di case, donne e bambini.

Ritornarono stanchi
a meriggio assolato
gli uomini dai campi
e dalle sinuose
colline langarole
un urlo squassò
tutta la vallata.

Tornava mia madre
canticchiando
capelli al vento
e libri sulla spalla.

Cadde trafitta
piegata su ceneri bianche
e resti di famiglia già
violata da sciacalli
vagolanti attorno.

Ancor oggi gli occhi
son velati.

Tinti Baldini

Mia madre, quando avevo cinque anni, mi fece vedere la foto, un poco sbiadita, di mia nonna Cristina, bella, altera, con un sorriso seduttivo che aveva incantato mio nonno che la sposò diciassettenne, lui di 35 anni, e la amò come fosse la sua “principessa”…poi cominciò il suo racconto: “Un giorno, a Dogliani, dove tua nonna con sua madre trascorrevano l’estate (era il 3 Luglio del 43) in una casetta in collina alta e stretta tra noccioli e faggi, arrivò uno squadrone fascista e cominciò a dar fuoco prima alle stoppie  e poi via via alla case. Gli uomini erano al lavoro nei campi o in città, i ragazzi a scuola ad Alba e le donne in casa (il caldo era liquido, quasi si vedeva) o al lavatoio. Molte uscirono di corsa con i piccoli al seno ma tua nonna dovette prendere in braccio sua madre invalida e piuttosto pesante e non riuscì ad uscire.”  Io allora ben poco capii sia di squadroni o di fascisti, ma della sua fine sì, anche se non avevo idea alcuna di che cosa significasse morire bruciata. Poi, crescendo, leggendo varie lettere degli zii (uno di loro non è più tornato da Via Tasso), ascoltando racconti del nonno che mai si è ripreso da quel ghiaccio nel cuore e ora, andando su Internet, ho aggiunto informazioni sull’eccidio. Sono morte cinque donne e tre bambini arsi vivi, gli altri sono arrivati ai campi…si è trattato di una rappresaglia perchè molti della zona avevano ospitato partigiani o ebrei. I loro nomi sono incisi su una lapide del cimitero di Dogliani dove è sepolto Einaudi e tutta la sua famiglia. Mia madre da quel giorno è rimasta bambina e mai è riuscita a vedere la vita vera, ma solo quel suo mondo fatto di urli e cenere …e io faccio fatica  a trovarne ragione.

Tra vergogna e paura

E allora, aquila bicipite,
verso dove abbiamo preso il volo
con una ignominiosa nuova gloria,
verso le tormente cecene?

Là, per vergogna e paura,
sulle vette guardarsi
negli occhi l’un l’altra
due teste aquiline non potranno.

Chi ti strappò le penne
sopra ceneri e polvere?
No, non fu scelta aquilina –
tra vergogna e paura.

EVGENIJ ALEKSANDROVIC EVTUSHENKO

Published in: on dicembre 27, 2009 at 07:28  Comments (2)  
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