Strambotti

I

Io spero, e lo sperar cresce ‘l tormento:
io piango, e il pianger ciba il lasso core:
io rido, e el rider mio non passa drento:
io ardo, e l’arsion non par di fore:
io temo ciò che io veggo e ciò che io sento;
ogni cosa mi dà nuovo dolore;
così sperando, piango, rido e ardo,
e paura ho di ciò che io odo e guardo.

II

Nasconde quel con che nuoce ogni fera:
celasi, adunque, sotto l’erbe il drago:
porta la pecchia in bocca mèle e cera
e dentro al picciol sen nasconde l’ago:
cuopre l’orrido volto la pantera
e ‘l dosso mostra dilettoso e vago;
tu mostri il volto tuo di pietà pieno,
poi celi un cor crudel dentro al tuo seno.

NICCOLÒ MACHIAVELLI

Magna Grecia e dintorni

 
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l’aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
.
Vestigia d’un maniero,
a coronar la cresta,
 sovrastano la strada.
La nebbia che m’avvolge
 dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
.
Poi verso sud m’appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell’antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
 Delle megar le timpe
comprendo il loro arcano.
.
 L’ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v’è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all’unto ostil sentenza
.
Quell’acque basse e chiare
risplendono di raggi,
 e rendon sfumature
d’ogni color turchese.
Scintilla all’orizzonte
la vela d’una barca
e gridano i  gabbiani,
dal vento sostenuti.
.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell’estremo
che domina quel lido.
Scendendo l’erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
.
E’ qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m’inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla  col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
.
In quell’acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
 con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
 E’ come un dolce canto
“A ‘stura v’arrifrisca”.
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all’improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt’il mondo.
.
Quel lungomar ch’è sogno,
percorro un po’ stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d’una nave,
all’urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da ‘ndrangheta avvilita.

Piero Colonna Romano

 “Pino loricato”: è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna, presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l’aspetto contorto dell’ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura. “Delle megar le timpe”: la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono perpendicolarmente all’autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega. Sull’A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla “Timpa delle megare”. “A ‘stura v’arrifrisca”: significa “a quest’ora vi rinfrescano” ed è il canto col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per l’acquisto. E’ un mio ricordo palermitano dell’immediato dopoguerra, e l’ho risentito a Reggio qualche anno fa. “Vos et ipsam civitatem benedicimus”: è la scritta incisa ai piedi d’una stele, al vertice della quale è posta la statua d’una madonna, all’ingresso del porto di Messina. E’ un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.

La cera

L’artista ha scolpito i giganti
e parlano muti al silenzio
in questo museo delle cere,

la cera la cera la cera
il verso che incide la cera…

si foggia
si scioglie
acconsente
la cera
a misura di calde parole

la cera la cera la cera
il verso che incide la cera…

s’ostina
resiste
rapprende
la cera
per conto del freddo

la cera la cera la cera
il verso che incide la cera…

altre cere animate si agitano
nel grande teatro

la cera la cera la cera.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on dicembre 14, 2011 at 07:02  Comments (7)  
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La forza che nello stelo spinge il fiore

 

The force that through the green fuse drives the flower

Drives my green age; that blasts the roots of trees

Is my destroyer.

And I am dumb to tell the crooked rose

My youth is bent by the same wintry fever.

The force that drives the water through the rocks

Drives my red blood; that dries the mouthing streams

Turns mine to wax.

And I am dumb to mouth unto my veins

How at the mountain spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool

Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind

Hauls my shroud sail.

And I am dumb to tell the hanging man

How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head;

Love drips and gathers, but the fallen blood

Shall calm her sores.

And I am dumb to tell a weather’s wind

How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb

How at my sheet goes the same crooked worm.

§

La forza che nello stelo spinge il fiore,

spinge la mia giovane età; la stessa che dilania le radici degli alberi

è la mia distruttrice.

E sono muto a dire alla rosa avvizzita

che la mia giovinezza è piegata dall’identica febbre invernale.

La forza che guida l’acqua tra le rocce

governa il mio sangue; quella che aspira le correnti alle foci

trasforma le mie in cera.

E sono muto a gridare alle mie vene

che alla fonte montana succhia la stessa bocca.

La mano che agita l’acqua nella pozza

Smuove sabbie mobili; quella che imbriglia i burrascosi venti

pure il mio sudario, regge.

E sono muto a dire all’impiccato

quanto del mio essere vi è nel boia che lo impicca.

Le labbra del tempo leccano il punto in cui la fonte sgorga;

l’amore goccia e coagula, ma il sangue che crolla

calmerà le ferite di lei.

E sono muto a dire al vento dell’inverno

come il tempo abbia scandito un cielo intorno agli astri.

E sono muto a dire alla tomba dell’innamorato

come verso il mio lenzuolo strisci lo stesso raggrinzito verme.

DYLAN MARLAIS THOMAS

Geometria

Di quell’uomo che potevo essere
io ho paura,
di quel suo cavalcare teoremi
tra i simboli,
tra formule, spigoli, basi e altezze
senza avvertire
di luna maestra pervinca sfera
lassù scolpita
perfetta nel ventre d’avido cielo,
senza sentire
il tiepido fascio terra baciare,
senza guardare
il cono di luce bene addestrato
per arrivare
a disegnare lampare sul mare
dentro la notte
d’insopportabile inverno ostinato,
ala di cera
quando il suo gelo angola il cuore,
prende la mira
ed unica fiamma resta l’amore.

Aurelio Zucchi

Madonna delle Grazie

(Ballata in do minore)

Dentro ognuno di noi
c’è un balcone fiorito,
spesso stiamo affacciati
ma senza aver capito
che ciò che vediamo sotto
non sempre è cosa vera
ciò che vediamo sotto
spesso è una chimera.

Con i piedi nella cera
con le piaghe ed i rimorsi
sfilan lente in processione
come anime perse,
quando finalmente guardo
meglio dentro i loro occhi,
vedo che…
hanno volti tutti uguali
vedo tanti me…

Ma è il coraggio di sfilare
sotto al mio balcone
che non ho,
che mi fa capire infine
che non sono io,
e l’altrui giudizio
le trafigge come una spada,
siate voi dannate ovunque
senza fine sia la strada.

Se potessi bagnarmi
nelle acque di un fiume
formato dalle lacrime
di chi è senza rancore,
e asciugarmi al vento
di un’estate infinita
di chi crede nell’amore
di chi crede nella vita.

E sei tu dolce Mirella
che cammini in mezzo a tante,
con un cero nella destra
e un foulard intorno al viso,
porti un cuore palpitante
di passioni e di rimorsi
e vedo che
hai tuo figlio nei tuoi occhi
ed è dolce il tuo sorriso.
Puoi guardare ancora il mondo
con gli occhi di un bambino
con lo sguardo di speranza
di un Gesù non divino,
con la mente galleggiare
a metà tra il bene ed il male,
tra un futuro ed un passato
che non resti tutto uguale.

Alla fine della mia vita
forse anch’io entrerò in chiesa,
come loro,
a contare i miei peccati
le speranze ormai deluse,
ma ho paura sia finita
impossibile è il perdono,
tutti i fiori appassiti
il balcone ormai è chiuso.

Sandro Orlandi

Elogio di una rosa

Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.

Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa
Rosae, della rosa…

MARINO MORETTI

Distacco

(Autoritratto – Pierluigi Ciolini)

Su ali di cera
che non uso ancora
mi trascino incerto
nell’ombra di un sogno
che aliena la mente
che d’impulso deforma
ciò che l’impressione dischiude
e discioglie su carta
il mio grigio stupore
che non è più

Pierluigi Ciolini

Published in: on gennaio 10, 2011 at 07:34  Comments (4)  
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Un etereo sogno

(A mia madre)

Un fremito
come fragile foglia
una lama
come spada tagliente
a fendere l’aria
nel silenzio
e nel vuoto

l’assenza
la mano
non accarezza
la foto
e il volto caro

quell’aria
sospesa
in un soffio di vita

quel sorriso
ormai spento
il volto di cera
non rintocca quel battito
di cuore malato

un etereo sogno
riveste quel corpo
sospeso il tempo
in eterno

Maristella Angeli

Published in: on dicembre 2, 2010 at 07:42  Comments (10)  
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Scheletro con la falce

Quasi tutti gli umani hanno
paura della Morte, ma io ho visto
un’immagine di Vita: era una forma
giovane di donna, come quella
che al Piacere invita, teneva un po’
rialzata la sua gonna. Era la Morte:
bruna fanciulla che mi si mostrava.
Quali luoghi comuni della falce
e lo scheletro curvo? Ella era bella
e aveva gli occhi d’un marrone opàle.
In questa vita in cui l’uomo è nemico
anche del fratello, passa nei sogni
dell’età fiorita. Ci sorridiamo estatici.

Dopo tant’anni, quando ride bruta
la vita, con quell’invito perfido
bugiardo, tutta tossico e cicuta,
ora senti arido battere il cuore
una volta gagliardo: diventan bianchi
i tuoi capelli neri e di veleno
s’imbevono i pensieri; amaro piangi,
o sempre ridi: dinanzi al mondo
curvi la tua fronte, e all’anima
comandi: ridi, ridi anche se muore
chi ti vuol più bene, ma dentro
il petto sanguina il tuo cuore;
ed il tuo riso è un riso di dolore.

Disperando di te, della tua sorte
invocherai un angelo pietoso,
e sognerai l’oblio sol nella morte,
sol nella morte l’ultimo riposo.
E la morte verrà, bellissima
ridendo alla tua stolta preghiera.
Cinta di crisantemi e semprevivi
ti passerà daccanto lieve lieve
come sudario d’intangibil neve,
schernendoti dirà: stupido, vivi!
Danzavano una ridda senza fine
intorno a quella le Ore tempestose;
di sangue si tingevano le cose
della notte nell’ultimo confine.
Ai suoi piedi orchidee illanguidite,
eran di foglie gialle ed appassite,
ed era il Sogno, la Gloria e la Sorte:
Ella rivolse al ciel livido e nero
il supremo e terribile pensiero,
poi cadde in mezzo a quelle cose morte ….
Ella passava avvolta in bianchi veli,
muta il volto di cera e l’occhio nero,
per la strada che mena al cimitero,
ghirlandata di pallidi asfodeli.
Ella passava nei notturni geli .
con passo uguale, tacito e leggero,
il corpo eretto, rigido e severo,
mentre bagliori ardevano nei cieli.
Supplicando una grazia, ai suoi ginocchi
sfilava una funerea lunga schiera,
uomini e donne d’ogni età senza
lampi di lacrime negli occhi;
con lunghi sguardi di preghiera,
singhiozzi che gridavano: pietà.-
E una voce gentil, voce di pianto,
conosco – mormorava – ogni dolore,
sono stanco di vivere e soffrire …
E un’ altra: col mio bimbo al camposanto
ti prego lasciami dormire! – Col mio amore.
col mio povero amor fammi morire!…

E’ triste il cielo, oggi nereggia
una gran nube. Pioverà. Come
son tetri i monti senza sole. L’anima
è triste, l’anima non vuole andare
con dimessa fronte: vuole innalzare
sugli stolti come sopra un altare,
la mente e il cuore. Dall’alta vetta
che il sole bacia e indora in un saluto
all’abisso profondo e spaventoso,
lo stagno putrido s’imperla di vividi
riflessi e di scintille, se vi penetra il riso
di un’Aurora. La tua vita è la vita
un profumo dolcissimo inebriante
e la morte non vien gelidamente
a turbare il tuo sogno dall’oblio …

Paolo Santangelo