Ns divenire

Forse è celato
dietro l’occhio materno
l’ormeggio ombelicale
del proprio figlio
guardato in divenire.

Il compasso
nel cerchio
segmentato
rischia
di non perdersi mai.

Nella sua circonferenza
vive la chiave
d’apertura
pronta a debellare
cancelli chiusi
nell’ermetismo
dei silenzi
mai affrontati.

Glò

Published in: on novembre 28, 2011 at 07:13  Comments (4)  
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Chi siede

Chi siede
su quello scranno
e tutti attorno
chi sbuccia banane
chi rimesta fango
chi conta scudi
chi li disperde
c’è massa silenziosa
che acconsente
gruppi inerti che
scandiscono il tempo
poi quelli che arrossano
gote e malleoli
mentre chini raccolgono
briciole di luna
a parte un cerchio di festanti
che mandano fetore e risate
c’è chi mormora al vento
chi assopito rinuncia
chi applaude senza le mani
o s’accanisce su ruvidi fogli
ci sono poi anziani e bambini
a raccolta
attorno ad uno stagno
che si specchiano
avari di sorrisi
e donne colorate che
attendono
sguardo al mare
che non c’è
………….
ma chi è seduto
su quello scranno?

Nessuno

Vuoto è il potere
se ferisce le anime
dei vivi
e quelle dei morti.

Tinti Baldini

Da nostalgia braccato

Sto vivendo braccato
da amore e nostalgia del mio passato
dentro il suo cerchio
che via via si stringe.

Inutile è ogni fuga,
ché tutto è stampato in ogni piccola ruga.

Albe di luce
sapor di primavera,
meriggi di fuoco, e l’inquieta sera.

Armando Bettozzi

Published in: on settembre 23, 2011 at 07:37  Comments (4)  
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Topante

 
Un giorno un topo vide,
s’era di primavera,
un’elefanta al bagno,
scendeva già la sera.
.
Fu galeotto il stagno
e magici i colori,
all’elefanta il topo
narrò questi dolori:
.
O dolce mia piccina
di te m’innamorai,
del cuor la mia regina
un giorno tu sarai.
.
La dolce elefantessa,
invero già stupita,
rispose un po’ perplessa:
vorretti per la vita.
.
M’ahimè topino bello
diggià promessa fui.
Voler di mio fratello
ed anche dell’altrui.
.
Ma la tenzone amara,
tra cuore ed il dovere,
io scioglierò stasera.
Branco deve sapere!
.
Scese nella radura,
vide tutti gli astanti.
Nel cuore la paura,
ma col dover davanti.
.
In cerchio tutti quanti,
al centro la gran rea,
udirono vocianti
quello che dir volea.
.
Poi  cominciò un tumulto:
che credi tu di fare,
da che paese arriva,
non vedi ch’è foresto,
la pelle ha pien di peli,
in Rha egli non crede,
non mangia le banane,
persino boscaioli
a lui la caccia danno,
e la foresta è piena
di simili furfanti.
.
Quel pugno di briganti,
via così dicendo,
la testa le confuser.
Lacrime van scendendo.
.
E si levò il gran saggio:
elefantessa rogna,
tu sai che a noi fa aggio
che sposi chi t’agogna.
Al branco un grande dono
quel giorno porterà.
Deh chiedi il suo perdono,
d’amor ti riempirà.
.
E poi non ti scordare,
siamo la razza pura,
con quello che vuoi fare
tu ne farai lordura.
.
Perciò quest’io ti chiedo,
curvo su mie ginocchia,
non darci questo spiedo,
cessa di far la ‘ntrocchia.
.
Sdegnata ed avvilita
abbandonò il consesso,
s’arrampicò in salita
tornand’al suo possesso.
.
Questi che l’attendea,
di molto trepidante,
chiese con voce tesa
sentenza, esitante.
.
E quando alfin sapette
la storia dall’amata,
d’acchito promettette:
l’avrebbe mai lasciata.
.
Per cieli puri andaron
cercando  loro mondo.
A lungo essi s’amaron
felici a tutto tondo.
.    
E giunse poi l’inverno.
Vibrava del suo amore
la coda d’una stella.
La neve era un candore.
.
Un suono allor si spanse,
nell’aria tersa e chiara,
un tenero vagito
salì da quella cara.
.
E verso il cielo sale,
quel morbido sospiro,
a traforar quegli astri
portando il suo respiro.
.
Topante ei fu nomato,
accolto fu da un coro:
tu toglierai peccato,
amore avrai per loro.
.
Il cielo allor s’aperse,
le stelle palpitaron,
il vento poi disperse
nequizie e infamità.
.
Le trombe del giudizio
sonaron inquietanti,
nell’ora del solstizio,
cercando i lestofanti.
.
Ma quel sublime amore
tutto avea mondato
e il fosco trombettiere
a casa fu mandato.

Piero Colonna Romano

Universo

 
Godere, dell’inverso aperto
UNIVERSO
perfetto, vecchio saggio
che poggi sulla distesa
della tua genesi
vibrante d’energia, senza tempo.
Contemplo
ciò che m’assorbe
ESISTENZA
mi accende lo sguardo
 assimilo un tutto.
La forza creativa arriva
dalla  tua valle solitaria
dove straripano supernove
nello scintillio d’argento vivo
 mi ruota l’infinitesimale.
ETERNITA’
mai ti negherò,
chissà, forse poi scorrerò
nel cerchio dell’anello
come un fiume cosmico.

Aurelia Tieghi

L’ultima nota

 
 
 
Sigillo fiabesco, memoria d’un canto,
rimane nell’aria una nota sospesa
e ancora riporta del mare l’incanto
a folla silente, rapita in attesa.
.
Quel piano sfiorato da dita preziose,
che intrecciano suoni di mille colori,
come arpa risuona, a ricordo di cose,
di luoghi vissuti e nostalgici amori.
.
La sua melodia in cerchio si chiude,
son gravi ed acuti i suoi toni cangianti,
quel lieve ondeggiare risacca dischiude,
carezzan la sabbia quell’onde vaganti.
.
E pare d’udire l’urlar dei gabbiani,
nel mentre quel cielo s’infiamma al declino.
Poi nasce la spuma, che bagna le mani,
da un’onda che avvolge l’ambiente vicino.
.
Di salso il profumo, di sale il sapore,
ubriacan quei suoni che scavano a fondo
e dai nostri cuori cancellan dolore.
Ci danno la pace, donandola al mondo.
.
Così è questa voce che assolve peccati.
E alfin, nel silenzio, rimangon nel cuore
magia di quei suoni, momenti fatati
che dentro han lasciato intenso stupore.

Piero Colonna Romano

(omaggio a Ludovico Einaudi)

Scabrose geometrie

 
Vagando in cerca della verità
mi ritrovo a inciampare qua e là
sui punti di una retta senza fine
o in questo cerchio cosparso di mine.
Se esaminassi con mente più quadrata
I lati e gli angoli in trigono, beata,
della mia pace arbitro il Pentagono
più non sarebbe; ma solo l’Esagono
intrigherebbe di rime ogni mio giorno,
e il rombo poi, me lo farei al forno.
Tanto l’enigma di sta telenovela,
la sa il Triangolo, ma non la rivela.

Viviana Santandrea

Agli orti

 
Era qui che volevo ritornare
qui fra questi orti, a incontrare i poeti
e insieme rinverdire la poesia
in pochi ormai a frugare i ricordi.
Se chiudo gli occhi, tutti vi rivedo
amici cari, compagni di-versi
e tra tutti un sorriso ed una voce:
“Sarò la spiga, sarò la danza e il canto”
Qui fra i radicchi, i gatti e i pomodori
risuonavano i cori,  e le risate
fuori dal cerchio delle barzellette;
qui sbocciavan germogli di parole
tenere, dolci, piccanti oppure amare
bouquets di versi più o meno pensati
comunque belli, pur se improvvisati.
Poesie come bolle colorate
catturate dal vento e forse ancora
nascoste qui, tra i cespi di lattuga
o rimaste fra gli alberi impigliate;
è così che mi piace immaginarle
leggére, ma indelebili, e ascoltate
forse dagli angeli.
Sì, era qui che volevo ritornare
coi poeti di oggi e quelli di ieri
ancora stretti in un cerchio d’amore.

Viviana Santandrea

EVVIVA LE DONNE!

Evviva le Donne! oggi è la nostra Festa!
quando andiamo, quando si resta
se siamo aperte o chiuse in noi stesse
ad ascoltar le parole nel cerchio riflesse
quel sospiro quel cielo
quell’alito leggiero
che solo noi sentiamo
o quando condividiamo
pane e sogni con amore
quando siam cieche di furore
ogni tanto succede
non è la nostra fede
è reazione quando non siamo ascoltate
non siamo solo belle fate
a volte streghe nere arrabbiate

quanto bello sarebbe sempre sognare
allargate le braccia al vento
della primavera fiore che si apre
splendide sulle colline di tutti i tempi
accanto al mare col suo dolce rumore
nel sole o fra tutte le stelle del firmamento
senza più l’ombra dei rimpianti
alzare assieme i nostri canti
libere e folli di quell’ebbrezza
che apre la mente e fantastiche
con tutta la nostra tenerezza
dire sì sì  al bello alla vita alle antiche
madri che ce le hanno trasmesse
tutte queste possibilità di essere
di essere in essere ci hanno fatte
noi e i nostri compagni amici fratelli
non sempre belli a volte nemici
coi figli coi padri andare forse in bici
e credere ancora all’Amare pure
nelle amare ore di incerti momenti
nelle avversità sperare contenti
in un Destino un Futuro un Mondo Migliore!

Alessandra, una Donna!

Alessandra Generali

Saltimbanchi

Bum! Bum! Bum! Fuori ragazzi!

Ecco in piazza i saltimbanchi!

Spiccan salti, lancian lazzi;

vien dal rider male ai fianchi.

Bum! Bum! tuona la grancassa,

la trombetta rauca strepe.

Ecco, fermasi chi passa,

altri accorrono e fan siepe.

A slargare il cerchio intorno

della banda il capo or gira,

suona in faccia a tutti un corno,

ed indietro ognun si tira.

Quella banda si compone

d’un pagliaccio infarinato

con in testa un berrettone

bianco, lungo, acuminato;

d’una donna macilente,

dalla strana acconciatura,

che con voce sonnolente

indovina la ventura;

v ’è un ragazzo capelluto,

che a far ridere si sforza;

ma il meschino è sordo e muto

saltator di prima forza,

Viene infin Lulú, ch ’è un cane

barboncin di buona scuola;

par che dica: “Oh Dio, c ’è pane?”

ma gli manca la parola.

Questa banda pel paese

già da un mese in giro va,

con la fame ell ’è alle prese

ma com ’andar via non sa.

È domenica. Ha piovuto,

e bagnata è ancor la piazza;

Roro, il bimbo capelluto,

e Lulú, cane di razza,

al comando del pagliaccio

spiccan salti in sú e in giú.

“Roro, lèvati su un braccio!

Lulú, opla! opla! sú”

Roro or via di tra ’ ginocchi

si fa uscir la testa; caccia

fuor la lingua, strizza gli occhi,

si contrae tutta la faccia.

Ognun ride, a ognun fa pena,

ma nessuno un soldo dà

a quel bravo Roro appena

col piattello in giro va.

Muto ei guarda quella gente

senza cuor, guarda la mano

tesa indarno, e mestamente

la reclina piano piano.

Dai balconi ah non scappate

anche voi, cari bambini!

Se v ’han fatto rider, date,

date un soldo a quei tapini!

LUIGI PIRANDELLO