Bianco e nero

Sapessimo cercare
negli anfratti spugnosi
delle mezze verità,
nei mezzi toni dubbiosi
delle note in purezza
e chiudere nel marmo
segreti col saio,
potremmo alzare le mani
già piene di terra,
ascoltare disaccordi stonati
senza moti di rabbia,
accettare la pioggia e la neve,
deserti invivibili e ghiacci taglienti.  

Potremmo sederci
sul ciglio del fosso
e rovistare con mani
probabili vermi in libera uscita
senza punirci addosso
di colpe macchiate
da paure ancestrali.

Oppure alzare i veli
del nostro sconforto
accennando un sorriso
che contamini il mondo,
gettando al cestino
il bianco ed il nero
di false certezze.

Lorenzo Poggi

Venti di me

 
 
Venti di me!!
Venti pargoli e di spade,
alzatevi sul miraggio,
portatemi fino alla pelle
del respiro.
.
Ho solo un cestino
di questi petali assenti,
solo un miglio
che sa cantarne il volo
e ne conosce le virgole.
.
Mi spettino volentieri
se il sole è forte,
chissà se la carezza
mi verrà a mondare
e mi chiamerà grano !!
.
Venti di me, venti di vespro
e giunchi chini
e felci maestrali
sulla terra nera.
Portatemi alla mano
i brividi scartati
dalla noia.
Ne farò profili
che solo i ciechi
guardano.

Stefano Lovecchio

Le parole

Le parole
se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l’inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;
le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;
le parole
non chiedono di meglio
che l’imbroglio dei tasti
nell’Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;
le parole
non sono affatto felici
di essere buttate fuori
come zambrocche e accolte
con furore di plausi e
disonore;
le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;
le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c’è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;
le parole
dopo un’eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute

EUGENIO MONTALE

Dove siete?

Alle prime poesie perdute

Oh, dove sei tu,
vergine Poesia,
Vestale degli affetti
di me imberbe quindicenne?
Di te ricordo qualche verso:
“Sfavillano le faville del focolare
nel freddo della sera crepuscolare”.
Non sei più in quel quaderno segreto,
buttato un nero giorno nel fuoco.
E tu, oh, dove sei tu,
timida compagna,
Poesia lontana
nel tempo e nello spazio?
Il tuo inizio era:
“Passa la littorina sul ponte
e la valle rimbomba
al suono metallico e sbuffante”.
Non sei più nel cestino
appallottolata.
Dove siete, soavi creature
dell’età mia fatata?
Siete nella sorgente del mio cuore,
da dove all’improvviso scaturite,
fresche polle, a dolcemente lenire
le ferite della vita.

Nino Silenzi

La lettera

Ara su fondo
l’ancora
non ha fatto presa
vedo fogli strappati
nel cestino
come travi che reggono
il soffitto
mentre la deriva
conduce la mia nave
tra gli scogli…
Ora lo strofinare della gomma
ha trapassato il foglio
senza cancellarti
perciò rimango fermo
sui dettami
di vetro dell’ampolla
a custodirti.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on marzo 26, 2010 at 07:13  Comments (6)  
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