Ajsha

La domenica che rivide Ajsha
non volle farsi leggere la mano.
La vide assorta, chiusa come una i,
che guardava soprattutto il cielo.

Le domandò allora cosa avesse,
dov’è ch’era finito l’estro suo,
la parlantina solita di sempre
ai piedi dei gradini della chiesa.

Rispose lei ed anche a malapena
di non avere voglia della vita.

Nessuna quotidiana profezia,
Ajsha chiese al signor Mario Rossi
notizie fresche della Primavera
mentre cascate di capelli neri
smorzavan flussi dell’antico ardire
e in rossi lobi gli ori erano rame.

Aurelio Zucchi

Destino e libero arbitrio

 
Ecco quel che idearon,
antichi savi greci,
per fiabe raccontare
a lor concittadini:
.
Clothò tesseva un filo.
Làchesis l’avvolgeva
attorno al corpo umano
e vita gli donava.
In tempo stabilito,
Atròpos,  con cesoia,
quel filo recideva,
ponendo fine al duolo.
.
Ma tutta questa storia,
da saggi progettata
per ingannar balordi,
ebbe un  proseguimento.
.
Un giorno in Palestina
da immacolata nacque
uomo pien di carisma
ed ordine rimise.
Lui vide l’ingiustizia
ed elencò peccati
regole e norme emise.
Conformemente visse.
.
Però per gli altri il cuore
avea d’amor stracolmo,
così  regole e  norme
flessibili egli rese.
Donò libero arbitrio
a tutti i suoi seguaci.
Di questi fu la scelta:
seguirle o interpretarle.
.
Ma ci pensò Ireneo,
alcuni anni dopo,
a sceglier tra i vangeli
quelli più confacenti,
più convenienti a chiesa
allora in formazione.
Suggestionar le  menti
 serviva a quel potere.
 .
Così,  frammezzo a tanti,
scelse quelli opportuni,
quelli  magnificanti
l’umanità del Cristo.
Degli altri documenti,
parlando di scintilla,
un grande rogo fece.
.
Chiesa volle premiarlo
rendendolo suo padre.
.
Ma il tempo galantuomo,
tra Nag Hammady e Qumran
ci rese quei volumi
facendoci più edotti.
.
Così potremo sceglier
tra umanità e divino,
tra libero pensiero
e sorte d’altri scritta.

Piero Colonna Romano

Zirudella a Fausto e a Zuffi

ZIRUDÈLA  A  FAUSTO  E  A  ŽOFF 1

Zirudèla a mi anvudéin
Fabio ch’l’é un bel birichéin
onna a in pansa e dåu l’in fa
ch’tira l’âcua e zà ch’la va
pr’el schèl d cà comm un dilûvi
provochè dal vec’ Giòv Plûvi!
.
Zirudèla qué a Bulaggna
sveglia danca, ban csa faggna?
duv el pió qal bèl dialàtt
del Spadrì che ogni tusàtt
al dscurrèva coi cuséin
du grasû gnanc un turtléin?
.
Zirudèla anc a mi ziéina
totta cisa santarléina
ch’la va a pass ind al Santéren
sia d’estèd cme pûr d’invêren
lé la biâsa bàbbel-gum
pò l’as bavv tri lîtr’ed rum!
.
Zirudèla a Fausto e a Žoff
sampr’in giro e mai stoff
i en na bela cumpagnì
forsi neda in Sant’Isì
sàmper pronti dri a strulghèr
mùsic canti in zil o in mèr!
.
Zirudèla a Gigéin Livra 2
ch’l’um fa vgnîr una gran fivra
ché al schicara sanza freno
in tulièna a l’Autotreno
quand al tòurna a cà ind la nôt
al scapozza ind un buslôtt!
.
Zirudèla al Gvéren Prodi
tanti créttich pôchi lôdi
cm’é difézil guvarnèr
par cambièr ed arfurmèr
e scunfézzer l’impustûra
ch’i en trûp i ân che ormai la dûra!
.
Zirudèla ai simunzéin
che am cuntèva al mi nunéin
che so mèder in salmì
ai cuśèva anc coi pì
tanta granda era la sghessa
che incû inción i é ch’al capessa!
.
Zirudèla a l’Ucaréina
d Budri sàmper la pió féina
che par st’An Nuvantasètt
me am la mett int na baghètt
con un etto ed murtadèla
Tic e Tac la Zirudèla!
 

§

Zirudella a mio nipotino
Fabio ch’è un bel birichino
una ne pensa e due ne fa
lui tira l’acqua e giù che va
per le scale di casa come un diluvio
provocato dal vecchio Giove Pluvio!
.
Zirudella qui a Bologna
sveglia dunque, che facciamo?
dov’è più quel bel dialetto
delle Spaderie che ogni bimbetto
discorreva coi cugini
due ciccioli neanche un tortellino
.
Zirudella anche a mia zia
tutta chiesa santarellina
che va a pesce nel Santerno
sia d’estate sia d’inverno
lì lei mastica bubble-gum
poi si beve tre litri di rhum!
.
Zirudella a Fausto e a Zuffi
sempre in giro e mai stufi
sono una bella compagnia
forse nata in Sant’Isaia
sempre pronti a strologare
musiche canzoni in cielo in mare!
.
Zirudella a Luigi Lepri 2
che fa venirmi una gran febbre
giacché trinca senza freno
in bisboccia all’Autotreno
quando torna a casa a notte
lui s’inciampa in un barattolo!
.
Zirudella al Governo Prodi
tante critiche poche lodi
com’è difficile governare
per cambiare e riformare
e sconfigger l’impostura
che troppi anni son che dura!
.
Zirudella anche ai gattini
mi narrava il mio nonnino
che sua madre in salmì
li cuoceva anche coi piedi
tanto grande era la fame
che oggi niun lo può capire!
.
Zirudella all’Ocarina
di Budrio sempre la più fina
che per quest’Anno Novantasette
me la metto in una baguette
con un etto di mortadella
Tic e Tac la Zirudella!

Sandro Sermenghi    (1997)

Fausto: Carpani, il postino cantautore dialettale;
   Zoff: Stefano Zuffi, eclettico suonatore, chiacchierone,
   tubofonista, maestro, attore, fantasista,ecc.;
2 Gigén Livra: Luigi Lepri, uno che sa molto di letteratura
   dialettale bolognese, fine “ghiottologo” ed “enologo”!
 

La Vergine a mezzogiorno

LA VIERGE À MIDI

Il est midi. Je vois l’église ouverte. Il faut entrer.
Mère de Jésus-Christ, je ne viens pas prier.
Je n’ai rien à offrir et rien à demander.
Je viens seulement, Mère, pour vous regarder.
Vous regarder, pleurer de bonheur, savoir cela
Que je suis votre fils et que vous êtes là
Rien que pour un moment pendant que tout s’arrête.
Midi !
Être avec vous, Marie, en ce lieu où vous êtes.
Ne rien dire, regarder votre visage,
Laisser le cœur chanter dans son propre langage.
Ne rien dire, mais seulement chanter parce qu’on a le cœur trop plein,
Comme le merle qui suit son idée en ces espèces de couplets soudains.
Parce que vous êtes belle, parce que vous êtes immaculée,
La femme dans la Grâce enfin restituée,
La créature dans son honneur premier et dans son épanouissement final,
Telle qu’elle est sortie de Dieu au matin de sa splendeur originale.
Intacte ineffablement parce que vous êtes la Mère de Jésus-Christ,
Qui est la vérité entre vos bras, et la seule espérance et le seul fruit.
Parce que vous êtes la femme, l’Eden de l’ancienne tendresse oubliée,
Dont le regard trouve le cœur tout à coup et fait jaillir les larmes accumulées.                                                                                                                       Parce que vous m’avez sauvé, parce que vous avez sauvé la France,
Parce qu’elle aussi, comme moi, pour vous fut cette chose à laquelle on pense,
Parce qu’à l’heure où tout craquait, c’est alors que vous êtes intervenue,
Parce que vous avez sauvé la France une fois de plus,
Parce qu’il est midi, parce que nous sommes en ce jour d’aujourd’hui,
Parce que vous êtes là pour toujours,
Simplement parce que vous êtes Marie,
Simplement parce que vous existez,
Mère de Jésus-Christ, soyez remerciée !

§

E’ mezzogiorno. Vedo la chiesa aperta. Bisogna entrare.
Madre di Gesù Cristo, non vengo a pregare.
Non ho niente da offrire e niente da domandare.
Io vengo soltanto, madre, per guardarvi.
Guardarvi, piangere di felicità, dire questo,
che io sono vostro figlio e che voi siete là.
Solo per un momento mentre tutto si ferma.
Mezzogiorno! Essere con voi, Maria, in questo luogo dove voi siete.
Non dire nulla, guardare il vostro viso,
lasciar cantare il cuore nella sua propria lingua.
Non dire nulla, ma soltanto cantare perché si ha il cuore troppo pieno
come il merlo che segue la sua idea in queste specie di distici improvvisi.
Perché voi siete bella, perché voi siete Immacolata,
la donna nella grazia infine restituita,
la creatura nella sua gioia e nella sua fioritura finale
tale come è nata da Dio nel mattino, dal suo splendore originale.
Intatta ineffabilmente perché voi siete la madre di Gesù Cristo,
che è la verità nelle vostre braccia, e la sola speranza e il solo frutto,
perché voi siete la donna, l’Eden dell’antica tenerezza dimenticata,
il cui sguardo scova il cuore all’improvviso e fa sgorgare le lacrime accumulate,
perché voi mi avete salvato, perché voi avete salvato la Francia,
perché anche lei, come me, per voi fu quella cosa a cui si pensa,
perché nell’ora in cui tutto cedeva, è allora che voi siete intervenuta,
perché voi avete salvato la Francia una volta di più,
perché è Mezzogiorno, perché siamo in questo giorno d’oggi,
perché voi siete là per sempre, semplicemente perché voi siete Maria, semplicemente perché voi esistete, madre di Gesù Cristo, siate ringraziata.

PAUL CLAUDEL

Quelli della domenica

Quella mano da suppliche tesa,
con pena che dentro lo chiama,
proprio là, dirimpetto alla chiesa,
ha, Cristo, risposta assai grama.

Insensibili passano e vanno
nemmeno guardandosi intorno,
il tuo verbo nel cuore non hanno:
ipocriti anche in quel giorno.

Nello stomaco tanta la fame
da vincere tutti gli indugi,
ma le facce di bronzo e di rame
non lasciano aperti pertugi.

Con sorrisi di miele, tra loro
si ammiccano in rapidi sguardi:
quelli tengono solo al decoro.
Li vedi? O Cristo! Li guardi?

Silvano Conti

Avventura e fortuna

BONNE FORTUNE ET FORTUNE

Moi, je fais mon trottoir, quand la nature est belle,

Pour la passante qui, d’un petit air vainqueur,

Voudra bien crocheter, du bout de son ombrelle,

Un clin de ma prunelle ou la peau de mon cœur…

Et je me crois content — pas trop ! — mais il faut vivre :

Pour promener un peu sa faim, le gueux s’enivre….

Un beau jour — quel métier ! — je faisais, comme ça,

Ma croisière. — Métier !… — Enfin, Elle passa

— Elle qui ? — La Passante ! Elle, avec son ombrelle !

Vrai valet de bourreau, je la frôlai… — mais Elle

Me regarda tout bas, souriant en dessous,

Et… me tendit sa main, et…

m’a donné deux sous.

§

Quando è bel tempo, batto i marciapiedi
per la passante dall’aria di vittoria
che scardineraà con una punta d’ombrello
la palpebra dei miei occhi o la scorza del mio cuore.

Contento (ma non troppo) mi dico: questo e’ vivere:
a spasso con i crampi, il barbone si ubriaca.

Un bel giorno (che mestiere!) faccio al solito il mio giro.
Beh, mestiere…E alla fine, passa lei.
Lei chi? Ma la passante! Col suo ombrello!
Come un ladro in chiesa la sfioro…e lei
mi guarda un po’, sorridendo benevola,
mi tende la mano
e sgancia due soldi.

TRISTAN CORBIÈRE

I vecchi

I vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria e un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi i vecchi mezzi sordi
i vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire
i vecchi tosse secca che non dormono di notte
seduti in pizzo al letto a riposare la stanchezza
si mangiano i sospiri e un po’ di mele cotte
i vecchi senza un corpo i vecchi senza una carezza
i vecchi un po’ contadini
che nel cielo sperano e temono il cielo
voci bruciate dal fumo dai grappini di un’osteria
i vecchi vecchie canaglie
sempre pieni di sputi e consigli
i vecchi senza più figlie questi figli che non
chiamano mai
i vecchi che portano il mangiare per i gatti
e come i gatti frugano tra i rifiuti
le ossa piene di rumori e smorfie e versi un po’ da
matti
i vecchi che non sono mai cresciuti
i vecchi anima bianca di calce in controluce
occhi annacquati dalla pioggia della vita
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte che fatica
i vecchi cuori di pezza
un vecchio cane e una pena al guinzaglio
confusi inciampano di tenerezza e brontolando se
ne vanno via
i vecchi invecchiano piano
con una piccola busta della spesa
quelli che tornano in chiesa lasciano fuori
bestemmie e fanno pace con Dio
i vecchi povere stelle
i vecchi povere patte sbottonate
guance da spose arrossate di mal di cuore e di
nostalgia
i vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno i vecchi da
buttare via
ma i vecchi, i vecchi, se avessi un’auto da
caricarne tanti
mi piacerebbe un giorno portarli al mare
arrotolargli i pantaloni e prendermeli in braccio
tutti quanti
sedia sediola… oggi si vola… e attenti a non sudare

CLAUDIO BAGLIONI

Kavaja

Kavaja ha finestre affacciate sull’Adriatico
Davanzali di gerani, con mani in attesa
Vicini di casa con Bari, sono, li senti parlare a volte
O li vedi, a prendere un caffè nella veranda del mare

Avviene quasi sempre nelle belle notti d’estate
In cui le tarde ore ci trovano ancora fuori
A contemplare il cielo, i boschi fitti dei pini
Pilastri illuminati dal chiarore argenteo

Ha un suono mistico il suo silenzio
Le sue piccole case dalle rosse tegole
Le sue strade, spoglie da notturni rumori
Da vani luccichii e vanità giovanili

Due bianche dita al cielo si volgono
L’uno libertà, democrazia l’altro
Inciso di sangue in ogni soglia e pietra
Echeggiano orgogliosi in ogni cuore di Kavaja

Kavaja dalla rughe sul volto
Dalle mille sofferenze che ti squarciano l’anima
Nelle polveri di burocrazie, sepolta
Dalle sorgenti in secca, Kavaja assetata

Kavaja è donna di casa, dal capo coperto
Dalle lunghe vesti o minigonne e tacchi a spillo
Che orma non lasciano sul marciapiede
Ove giovani ragazzi,  fuori dalle botteghe, attendono

Kavaja dalla generosità di bellezza autentica
Tempio d’armonia e rispetto, t’accoglierà in ugual modo
Che tu sia uno che prega Allah, nell’antica moschea
O candele accendi, dinnanzi ad una croce, nella giovane chiesa

Kavaja terra del grano, del granturco e degli
Insonni poeti, che tessono versi per belle fanciulle
Kavaja dalle timide e sognanti palpebre
L’epicentro del mio cuore e dei miei pensieri

Anileda Xeka

Solitudine

Quando senti di aver ragione
e a nessuno puoi dirlo
perché nessuno ti capirebbe.
Quando la tua voce tra tante
è inascoltata perché nessuno
vuole sentire e tu gridi fino
a sentir il pulsare del cuore
nelle tempie.
Quando sai che qualcosa
che nel cuore culli e proteggi
ti appartiene e mani rapaci
dalla tua anima la rubano
come da chiesa di notte aperta
e dimostrarlo non puoi
perché di te riderebbero.
Quando la tua voce si perde,
allora ti accorgi che sei solo.
Altro non hai che una mente
dove echeggia la voce
delle tue ragioni,
dove urlanoi tuoi perché irrisolti.
Sul muro che ti circonda,
l’ombra irridente della solitudine
nuova compagna che a complice
follia ti guida e tra le sue mani
la mente tua distrutta depone.

Claudio Pompi

Published in: on giugno 2, 2011 at 06:56  Comments (4)  
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Le mani

Mani a contare
prima di parlare
intrecciate come ballerine
in una danza
giunte in preghiera
ad osannare lodi
in un canto di chiesa
elevate al cielo
ad invocare pietà
delicate ad asciugare lacrime
appassite dall’età che avanza
ispessite dal lavoro fino a sera
ad imbracciar fucili
in guerre senza patria
ricolme di pianto
a raccogliere il dolore
mani unite ad indicare
pace

Maristella Angeli