Di quell’amore…

Di quell’amore…di quale amore, 
nato così per caso, 
così sbagliato, così malato. 
L’incanto delle parole
– magico caleidoscopio di chimere –
elaborate dalla tua mente
in disarmoniche azioni distruttive.
Emozioni  bruciate, invase, 
usate per sudice pulsazioni,
sgretolate inesorabilmente 
come castelli di sabbia 
davanti alla marea che sale.
Di quell’amore… in quell’amore,
tu spietato carnefice  
trincerato dietro false ideologie,
sei entrato come ombra oscura 
che profana tempi verginei
con rabbia cieca e devastante,
col bisogno d’amore inappagato
di chi è incapace d’amare.
Di quell’amore… su quell’amore
palpebre stanche calano
tra macerie e silenzi amari
lasciati da chi ha solo preso 
… e mai saputo donare
Patrizia Mezzogori

Accade

 
Apprezziamo le piccole cose
quando non ci perdiamo
nei gorghi mostruosi delle chimere.
Abbiamo voglia di placide notti
viviamo giorni inquieti, difficili.
Cerchiamo di ridere
quando gli altri ci spingono
nei cortei di tristezza annunciata.
Godiamo alla vista
del timido, meraviglioso pettirosso
e non serve far scongiuri
se ci attraversa un innocuo gatto nero.
Accade ciò che deve accadere.
Accade ciò che vogliamo che accada.

Roberta Bagnoli

Published in: on ottobre 22, 2011 at 07:33  Comments (11)  
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Torino

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino…
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino…

L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,

Ch’io perseguendo mie chimere vane
pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…

Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!..

GUIDO GOZZANO

 

E’ solo un sogno?

 
Leggero, il pensiero sognato,
volteggia
si libra nel vento;
tra l’ombre di fiamme danzanti,
archetipo d’ombra,
si specchia nel sogno pensato.
Ignaro di sé si compiace;
si fa, quel suo dolce abbandono,
via…via…più vivace;
confuso tra lingue di fuoco,
e sogna di un gioco
entro cerchi di mura pagane.
Frenetico, il ritmo lo ingoia;
travolto, lui crede
di esser del vero l’essenza….
poi, brusco il risveglio,
il sogno si muta in coscienza:
è solo.  Non vede
che tracce confuse di passi
di strade ormai chiuse;
l’arcano comprende…..
gli restan deluse chimere;
esausto, si arrende.

Viviana Santandrea

Su d’un eremo volare

 
Sto pensando di mollare,
e su d’un eremo volare.
Porterò poco, o niente,
d’ogni cosa,
del sistema che m’imbriglia,
e che l’una all’altra s’assomiglia.
Voglio dire…basta al mondo,
che mi prende per il fondo,
in una corsa in girotondo…
e non s’arriva mai al traguardo,
come il criceto sulla ruota
nella gabbia
E da lassù …
griderò ad alta voce,
di non esser così voraci…
nel rincorrer le chimere,
ma ricordarsi d’anteporre…
sempre il proprio essere…
anziché il proprio avere  

Ciro Germano

Published in: on maggio 28, 2011 at 07:11  Comments (6)  
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Incantesimo

Drappeggi fiammeggianti
nel tramonto
che incendia
sterpi d’inverno.
Spira
sui campi
una brezza
arpeggiando
chimere,
seduce
la statica quercia
dai fianchi
perfetti.

Graziella Cappelli

Published in: on gennaio 4, 2011 at 07:27  Comments (10)  
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Tatoo

Percorro con le dita
la tua pelle attraversando
terre e foreste impervie
valicando monti
e tramonti viola.
Nuove albe di sogni
e notti disilluse
chimere le stelle
dietro sbarre chiuse.
Imbevuti di sole
gli occhi neri
stanchi del buio
e di sconfitte.
Graffi-ti a colori
mappa di ricordi
incisi a perpetuare
un marchio passato.
Velluto la mia carezza
leccherò le tue ferite
per arrivare al cuore.

astrofelia franca donà

Cieli

Cieli,
per giorni e giorni uguali,
svogliate e inaffidabili chimere,
quando l’unico colore percepito
è un fondo di cravatta da indossare.

Li ho visti,
aprirsi insieme in sincronia
coi fuochi dei sorrisi da me appiccati.
Ricordo ben d’averli anche indicati
a donna amore che mi stava a fianco.

Li ho visti,
dall’alto dei vent’anni,
vincer le nubi e all’angol relegarle

come educande offese ed umiliate,
mandate in fretta dietro la lavagna.

Cieli
che, incazzati, chiudono i battenti
e grandi e grossi si fanno metter sotto
dal primo cenno d’ingarbugliata pioggia
o dal malessere di questo loro figlio.

Li ho visti, poi,
rompere ogni plumbeo assillo,
apparecchiar la festa sotto il sole
nel cuore d’attimo di mia felicità sublime
ed invitarmi a prender posto al desco.

Cieli,
malinconie d’azzurro smascherate,
che a farsi belli pelano le stelle,
che scippano la luna da dietro le montagne
per obbligarmi alle romantiche manie.

Aurelio Zucchi

L’ultimo bottoncino del Dandy

L’ ÛLTUM PTUNZÉN DAL SPOMÈTI

Ancåura adès
a Bulåggna
a i é un antîg spomèti,
fazulàtt al còl cån la pêrla,
buchén d òs cån la Mentolo
zander bianca cme al giâz,
gardäggna ala fnistrèla,
bâfi inpomatè,
prêda råssa a drétta,
e gätt
cån l ûltum ptunzén sptunè.

Mo
int la platé dal Pavajån
an al vadd inción,
al scunparéss stra la fûria ôrba
ed pôver inciaptè viandànt
incucalé ala câzia
ed parpâi.

Cm i éren bî chi ténp
dl’eleganza ariåu§a
e
dåpp al ûltum ptunzén…
la gaźåusa!

§

Ancora adesso
a Bologna
c’è un antico dandy,
cache-col con la perla,
bocchino d’osso con la Mentolo
cenere bianca come il ghiaccio,
gardenia all’occhiello,
baffi impomatati,
rubino a destra,
e ghette
con l’ultimo bottoncino sbottonato.

Ma
nella platea del Pavaglione
non lo vede nessuno,
scompare tra la fretta cieca
di poveri agghindati passanti
rimbambiti alla caccia
di chimere.

Com’eran belli quei tempi
dell’eleganza ariosa
e
dopo l’ultimo bottoncino…
la gazzosa!

Sandro Sermenghi

Cristalli

E’ la notte
dedicata ai tristi versi…
Pertugi ancorati a follia
entrano straziando l’anima.
Stolte chimere
di donna sonnolenta
erompono infrangendosi
in diafani cristalli.
Fuggenti ombre
rifuggono un sogno lontano.
Le ore consunte
rincorrono ignare
una mera felicità.
Sensi, parole, gesti
più non giocano allietanti.
Ho smarrito il mio io,
nè mai, perduta
ritroverò pace!

Michela Tarquini

Published in: on settembre 28, 2010 at 07:21  Comments (7)  
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