E’ poesia?

Ho spesso trasferito nello scritto
d’anima mia i sogni e le bellezze
ed una penna é andata sempre
a riempire d’emozioni un foglio.
Mi chiedo adesso, all’occorrenza,
se è poesia questa sofferenza
che pure voglio registrar stasera,
chiaro d’inchiostro dalla china nera
come solerte garrulo ronzio.
Le affibbierò parole senza senso
‘sì da confonderla con vaga follia
ed ordinarle a brutto muso e lesto
di abdicar da un trono di regina.
Dovrò usare ingegno e fantasia
perché io presto la esorcizzi tutta
adoperando un po’ di tatto, forse,
e qualche verso d’abile ironia.

Aurelio Zucchi

Donna

          

           spazio
           poi un altro spazio
di doppie assenze
messo da parte ogni progetto
non c’è alcun luogo per i suoi germogli
ridisegnata a china è fatica d’esistere
          in sordina
dimenticata la policromia degli astri
          solo la luna
fotografarla quasi di nascosto.

Cristina Bove

Published in: on maggio 21, 2012 at 07:37  Comments (4)  
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La china

DIE HALDE

Neben mir lebst du, gleich mir:
als ein Stein
in der eingesunkenen Wange der Nacht.

O diese Halde, Geliebte,
wo wir pausenlos rollen,
wir Steine, von Rinnsal zu Rinnsal.
Runder von Mal zu Mal.
Ähnlicher. Fremder.

O dieses trunkene Aug,
das hier umherirrt wie wir
und uns zuweilen
staunend in eins anschaut.

§

Tu vivi presso di me, uguale a me:
come un sasso
nella guancia scavata della notte.

Oh questa china, amore,
dove senza posa, pei rigagnoli,
come sassi,
rotoliamo.
Più e più rotondi.
Più simili. Più estranei.

Oh quest’occhio ebbro,
che in questi stessi luoghi va errando
e su di noi insieme posa
talvolta lo sguardo
e si stupisce.

PAUL CELAN

Published in: on marzo 27, 2012 at 07:33  Comments (4)  
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Magna Grecia e dintorni

 
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l’aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
.
Vestigia d’un maniero,
a coronar la cresta,
 sovrastano la strada.
La nebbia che m’avvolge
 dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
.
Poi verso sud m’appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell’antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
 Delle megar le timpe
comprendo il loro arcano.
.
 L’ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v’è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all’unto ostil sentenza
.
Quell’acque basse e chiare
risplendono di raggi,
 e rendon sfumature
d’ogni color turchese.
Scintilla all’orizzonte
la vela d’una barca
e gridano i  gabbiani,
dal vento sostenuti.
.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell’estremo
che domina quel lido.
Scendendo l’erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
.
E’ qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m’inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla  col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
.
In quell’acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
 con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
 E’ come un dolce canto
“A ‘stura v’arrifrisca”.
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all’improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt’il mondo.
.
Quel lungomar ch’è sogno,
percorro un po’ stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d’una nave,
all’urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da ‘ndrangheta avvilita.

Piero Colonna Romano

 “Pino loricato”: è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna, presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l’aspetto contorto dell’ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura. “Delle megar le timpe”: la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono perpendicolarmente all’autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega. Sull’A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla “Timpa delle megare”. “A ‘stura v’arrifrisca”: significa “a quest’ora vi rinfrescano” ed è il canto col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per l’acquisto. E’ un mio ricordo palermitano dell’immediato dopoguerra, e l’ho risentito a Reggio qualche anno fa. “Vos et ipsam civitatem benedicimus”: è la scritta incisa ai piedi d’una stele, al vertice della quale è posta la statua d’una madonna, all’ingresso del porto di Messina. E’ un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.

Panda

Il mio bianco
il mio nero
peluche combattente
il mio paffuto sorriso
s’intona al verde albino

con occhiali salgo
all’albero ferino
stupendamente incredulo
mi beo della mezza china
inebriato dalla rugiada mattutina
e dai fili d’erba in erba
annuso le nuvole
ravvivo la natura incantata.

Aurelia Tieghi

Published in: on dicembre 4, 2011 at 07:21  Comments (13)  
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Affacciato

alla finestra
degli anni
conto i versi antichi
che guardano
dall’alto
il panorama
abbarbicati a spoglie
di avventure…
si stacca
un pizzo acclive
di sapore antico
che contiene
pezzi di cuore,
si perde
contro la realtà
nuda dei sassi,
rotola sulla china
e si frantuma.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on marzo 28, 2011 at 07:41  Comments (7)  
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Banchina Crocelle


Quel bambino ribelle,
che correva giù al mare,
alla banchina Crocelle…
a guardare le stelle
Le stelle marine…
e la vita sommersa,
che risaliva la china,
delle barche a riposo,
dei pescatori in attesa
dell’alba seguente,
e…
una figura di mamma,
preoccupata e ansimante,
che da lontano chiamava,
quel bambino ribelle…
che dal ciglio, era intento …
a guardare le stelle

Ciro Germano

Etichetta

Naso schiacciato al vetro
fuori piove
quanta ce n’è, per me, d’assoluzione
a colpe omesse?
Con la coda dell’occhio mi sorpasso
chiedendo chiarimenti se
(i bagliori diffusi nei gomiti nei polsi
nelle ginocchia e intorno
pari al centro)
la data sia la stessa.
giornate pettinate a trecce
corpo che  trema sulla china
in mia vece
frammento sabbia rose
di calcite…
In me l’itinerario dei sensori impronte
di titanio
infissi nel profondo
codice a barre
l’ora del tramonto.
E poi dirà, la brava gente, ha vissuto
di suo più che abbastanza.
Ed io lo penso?

Ho cognizione d’essere scaduta?…

Cristina Bove

La tua Musa

A volte
la scorgi giacere lieve
in versi senza vita,
o crepitare
in algida assenza
dagli ovunque
a cui t’ispiri.
Altre,
l’avvisti
a distanza stonare
mollando gli ormeggi
dal mare delle tue cose.

Lei salpa
dal pianto d’un calamaio
per la sua china appassita,
da quello d’una penna d’oca
per il pugno che non l’intinse,
dall’eco che non ritorna
della tua ispirazione.

E cerchi altrove
una risposta
che nutra la vena di poesia,
la stessa
che ti si accosta compiaciuta
felpata come donna
ad appagarsi nel tuo letto,
scivolando via
col dolore nei versi
che non sai più cantarle,
lussuriosa ormai d’altri lidi
che il tuo è deserto.

Daniela Procida