La favola dell’ingordo

LA FÔLA DAL LÅUV

Tótta la cåulpa l’êra
såul ed Naldo!
Mo al ciôd al s’êra acsé insinuè
ch’l’êra pîz d’un sasulén
int una schèrpa!
E par cavères cal sasulén
al pensé ed cantèr
la sô vétta priglåusa,
cme quand al curèva drî all panpåggn
o al scurtèva äl cô del lusért
o l’andèva a inznucèrs da Mavrézzi,
caplàn curiåus
ch’ai dmandèva
in dóvv al tgnèva äl man e la zócca,
a lèt,
la nòt.
Pò al prît ai dèva la penitänza:
“Dîs pâter-ave-glòria, luvigiån!”
Mo ló, la nòt,
la zócca e äl man i andèven…
dóvv ai parèva a låur!
E al s’insugnèva ed tafièr
cme un låuv
zóccher filè e zalétt,
mistuchéini e fîg sécc,
stra mèz al ragazôli in gîrtånd!
Èter che l’ècstasi
di zùven d’incû!

§

Tutta la colpa era
solo di Arnaldo!
Ma il chiodo s’era talmente insinuato
ch’era peggio d’un sassolino
in una scarpa!
E per togliersi quel sassolino
lui pensò di cantare
la sua vita pericolosa,
come quando inseguiva le farfalline
o accorciava le code delle lucertole
o andava a inginocchiarsi da Maurizio,
cappellano curioso
che gli chiedeva
dove teneva le mani e la testa,
a letto,
la notte.
Poi il prete gli dava la penitenza:
“Dieci pater-ave-gloria, golosone!”
Ma lui, la notte,
la testa e le mani gli andavano…
dove volevano loro!
E sognava di mangiare
come un lupo
zucchero filato e gialletti,
mistocchine e fichi secchi,
in mezzo alle bimbe in girotondo!
Altro che l’ecstasy
dei giovani d’oggi!

Sandro Sermenghi

Che

 
…Ti dirò, stasera?
Non sarà voce sorgente,
se medito ora.
Mente a mente,
occhi negli occhi, noi
ciascuno mezzo mondo alle spalle,
ma non formare una sfera.
Forse fardelli  terreni pressanti,
lingue di fuoco, paletot pesanti.
Che ti dirò stasera?
Da mille anni, al canto del gallo,
tradisco l’orgoglio.
Ti penso.
Mille anni che inciampo il calvario,
ed ogni tuo sguardo
là, in cima m’incrocia.
.
Che ti dirò stasera,
se la mia lingua è spuntata
ed ogni tuo chiodo risorge?
Ti dirò che l’Estate
non è mai terminata
e la luna sui monti
sa ancora incantare;
che il gatto tuo appeso
nel quadro in salotto
lo sfamo a sorrisi e ricordi;
che parole stilettano,
dai tuoi fogli scrostati.
 
Che ti dirò, stasera?
racconterò venature
riarse dal sole,
o ciò, che davvero
irrora il mio cuore?
… Ti dirò stasera?

Flavio Zago

Si nasce ciechi

Le foglie grinze,
quel forte odore d’azzurro
masticato in silenzio
nell’alba del morire.

Si nasce ciechi
eppur sappiamo già
i capezzoli dell’immenso.
E ci si insegna, poi,
a dimenticarsi l’un l’altro
appena il chiodo sfiora il legno.

Quale musica se non che il tedio
vestito a festa
spesso troviamo indenne
tra le righe passe ?!

Se sarò amico
non ditelo alle finestre,
fatene unguento per i feriti dall’ovvio,
per le colombe storpie,
i passeri a cui strappiamo
le ali.

Stefano Lovecchio

Ho sentito quadri

strapparmi il cuore
pieghe nella tela tesa
profonde come crepe
riflessi accecanti
e un pianto
che ho riconosciuto
un chiodo al punto giusto
un nodo
che dello stomaco
possedeva la fame
ma non il nutrimento

ma le sue braccia
erano forti
e ciò che sembrava
preda del vento
stava invece danzando
in un vuoto
senza ostacoli
consolandosi
nell’unicità
del suo dolore

Nicole Marchesin

Bersaglio_follia

Vibra
sotto pelle
l’estro dei sensi
e guizzi folli forse

un chiodo fisso

e sono l’arco flesso
di punta sulla cocca
il tuo respiro dentro

miro a un punto in movimento
folle bersaglio.

Beatrice Zanini

Published in: on febbraio 2, 2011 at 07:33  Comments (2)  
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E’ una pioggia di giugno a cadere sui tralicci inesplorati

sui muri d’ipocrisia
tirati malta fine
che snodano flessuosi
in danze caraibiche

stucchevole l’inganno
a tinte forti, scoppietta
il lato migliore
di un insolito carnevale.

Muri di un’epoca lontana
quelli delle scritte incise a chiodo
ci si credeva
e l’amico di pelle
era fratello e giuramento.

L’ipocrisia è un lungo fiume
colorato
vanta di traversate oltre confine
e di respiri, ultimi assoldati.

– Chi trova un amico trova un tesoro –

ce l’hanno tramandato
le mura degli antichi
probi e proverbi
nei testi masticati

e mi crollano promesse
e calcestruzzo
come quelle degli amanti
coi loro cuori trafitti per davvero

restano tra le macerie
e gli occhi rossi
silenzi sordi
che tanto fanno male
che tanto non udite.

Beatrice Zanini

Il vestito


Appenderò al chiodo dei ricordi
anche quest’abito ormai dismesso.
Mi ha vestito nell’età che passa
e ora, tanto consunto quanto lindo,
io non lo butterò nel cassonetto.

Non lo regalerò a quel barbone
del terzo ingresso del supermercato,
neanche alla donna dai capelli neri
seduta il martedì fianco alla chiesa
e non perché avaro io sia diventato.
E’ cosa mia, è cosa del mio cuore
e un dì potrei rimetterlo di nuovo.
Fosse così, riacquisterei gli odori
di tutti i giorni appena consumati,
delle mie carni ahimè modificate
dall’avanzare del bastardo tempo.
Intanto, nella sala mi rivesto
d’uguale taglia ed ugual modello
con due tre ghirigori in meno
per lasciar spazio al vivere concreto.

E tasche…
tasche grandi quanto basta
per fare accumulo del mio futuro.

Aurelio Zucchi

Il consiglio

EL CONSEI

Fora la primavera
a cambia so temp
con lòsne e tron
mentre a jè chi s’la spassa
a  beiv e a sganassa
e chi a fa’ na vitassa
sensa na broca da ciucé

I vardu  cola brunassa
che da n’ora ambelessi a passa
e mi per rompe la giassa
am dagu da fe’

Su dame da’ment ‘
l’è mac na bagassa
ca cerca al merlot
laste nen angabiolè

A jè  edcò chi a s’cerca
chi a s’lassa, chi a s’odia
chi a s’massa
per la grana o per la rassa
o sensa un perchè

vive come a n’ piassa
a l’è mej piela pi bassa
penso c’ha sta mej
chi a s’rilassa
davanti u-na tassa
sètà andrinta a ‘n cafè

§

Fuori la primavera
si trasforma
con lampi e tuoni
mentre c’è chi se la spassa
a bere ed a ridere
e chi fa una vitaccia
senza succhiare un chiodo

Io guardo quella brunaccia
che da oltre un’ora da quì passa
ed io per rompere il ghiaccio
mi metto a darmi da fare

Su dammi retta
è solo una bagascia
che cerca il merlotto
non lasciarti ingabbiare

C’è anche chi si cerca
chi si lascia, chi si odia
chi s’ammazza
per la grana o per la razza
oppure senza un perchè

Vivere come essere in piazza
è meglio prenderla più bassa
penso stia meglio
chi si rilassa
di fronte ad una tazza
seduto dentro un caffè.

Marcello Plavier

I poeti

Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell’ambito della visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa).

Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!

Ci sono al mondo gli apparenti – invisibili,
(il segno: màcula da lebbrosario)!
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbe se non fosse che:

noi siamo i poeti – e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!

MARINA IVANOVNA CVETAEVA

Datemi un’alba

Datemi un’alba,
di quelle che vedevo tempo fa
mentre passavo l’esca viva
a Gino, mio fratello,
equilibrista sullo scoglio nero

Assicuratevi, però,
che l’ora sia la più giusta
che il mare sia protagonista
col sole a fargli buona spalla
ancor prima d’esser semicerchio.

Mettete, se potete,
la scia d’un vecchio gozzo in legno,
i primi suoi riflessi in acqua,
il viso asciutto d’un pescatore
che chiamerete Peppe, e basta!

– Peppe! Dov’è che vai questa mattina?
– Io vado dentro, dove lui mi porta.
Poi butterò i cento e passa ami
e aspetterò, caffé e sigaretta in bocca

Datemi un’alba,
di quelle che vedevo tempo fa
ed io la fermerò,
dovessi usare il chiodo d’oro
al quale ho appeso nostalgie perenni!

Aurelio Zucchi