Metaforizzando…a far la vita meno amara

Quanti scivoloni
ancora
prima di risalire
il gesto benedetto?

Il segno della croce
per tenersi a galla
stroppia il canoro
all’eco
che mi ritorna sordo.

Saggio colui che non pesa
l’occhio di una triglia
in ruota posticcia ruba
la scena madre
al pavone su di turno.

Allora meglio pesce
un pesce nel barile
addizionando cane
per non essere sardina

e prendere la vita
di cicala
che se riesce giuro
f(r)inisco che mi sdoppio.

Beatrice Zanini

Published in: on marzo 26, 2012 at 07:33  Comments (5)  
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Sei donna

Sei bionda o bruna o rossa
Canuta o pelata
Sei donna magra o grassa
Anoressica o bulimica
Tu donna sorridi o piangi
Sei timida o spavalda
Forte o debole
Sai essere madre e moglie
Amante e amica
Sei chioccia sei tigre
Sei pantera o farfalla
Sei formica sei cicala
Sei rosa o sei ortica
Sei quercia sei salice
Sei roccia sei sabbia
Sei calore sei ghiaccio
Sei lacrime sei sorrisi
Sei amore gioia dolore
Sei indispensabile per l’universo

Gianna Faraon

La cicala di novembre

Un frinire…

il sole che brucia ha rivoltato i suoi raggi

resiste l’umido nel cuore

dove cammino

e sono nuvola di nebbia…

Confuso al tramestio dei passi tra le foglie

il caldo dimenticato qui dalla sfinita estate

mi mette nelle mani l’infinito canto malinconico

della sua ultima cicala di novembre…

poi morire…

Enrico Tartagni

Published in: on novembre 14, 2011 at 07:31  Comments (3)  
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Catartico tondeggio

ehhh ssì.

Facile lasciarsi assorbire
da teutoniche reminescenze:
troppo fredde, grandi,
ingestibili.

Ora le dita
non funzionano
tra le rime d’un spiegare qualcosa
in versi o parole povere.
(svigorite da strana stanchezza)

Nella preghiera
dell’aria serale,
di questa aria imbrunita
niente è più scontato
d’uno svegliarsi
al mattino
dopo il viaggio sveglio
nella capitale del sogno.

Ancora annego nel capire
complessati desideri,
verità di bronchiti
spiovute dal galattico astrale
ridimensionato al “razionale d’essere”

ma son queste asteroidi maledette
d’”appartenenza” che fan piovere
piedi scalzi sul bagnato
su una terra dove il nulla storico
rimbomba senza il suo senso

solo strafatto nel petto abitudinario.

Complesso e troppo nudo
il trapezio sospeso,
muto d’assolo
nella ribelle linfa della foglia
chè stiracchiandosi
ringrazia il solfeggio
solare boreale
taciturno nel suo amplesso
congiunto nell’ovvia nascita.

E’ in questo memorabile passato
che vivo d’insoddisfatta caparbietà.
Le parole forse trovano la nicchia
in tane secolari,
quando il verbo
non necessitava
di piegarsi
all’incestuoso dis-piegarsi
d’una giustificazione
in suono temporale
d’una bandiera sventolante
e
vocale.

Traballando s’un fieno
morbido
lascio vibrare,
così,
suon di cicala combattiva.

Perché il loro canto
sopravvive
oltre le colonne sudate
delle formiche….

Glò

La cicala e la formica

LA FÔLA DLA ZIGHÈLA E DLA FURMÎGA

In st mänter che un dé d invéren
äl furmîg i éren drî a fèr sughèr
al sô furmänt ch’al s éra inmujè,
una zighèla afamè l’arivé par dmandèri
socuanti granléini.
Äl furmîg i génn:
“Mo parché t an è brisa fât pruvéssta
anca té, st’estèd?”
“An avèva brisa tänp” l’arspåus lî,
“avèva da cantèr äl mî
canzån melodiåusi”.
Ridànd, äl furmîg i arspundénn:
“E té bâla, adès ch’l é invêren,
se d estèd t è cantè!”

La morèl:
La fôla la dimåsstra che, in tótti äl fazànd,
chi vôl evitèr dulûr e résschi al n à brisa da èser negligiänt.

§

LA CICALA E LA FORMICA (DA ESOPO)

Mentre in una giornata d’inverno
le formiche stavano facendo seccare
il loro grano che s’era bagnato,
una cicala affamata arrivò
per chiedere loro un po’ di cibo.
Le formiche le dissero:
“Ma perché non hai fatto provvista
anche tu, quest’estate?”
“Non avevo tempo” rispose lei,
“dovevo cantare
le mie melodiose canzoni”.
Ridendo, le formiche le risposero:
“E tu balla, adesso che è inverno,
se d’estate hai cantato!”

La morale:
La favola dimostra che, in qualsiasi faccenda,
chi vuole evitare dolori e rischi non deve essere negligente.

§

CICADA AND THE ANT (FROM ESOPO)

While in a day of winter
the ants were making to dry
their grain that had been bathed,
a cicada starved it arrived
in order to ask they a little food.
The ants said to her:
“But because you have not made supply
also you, this summer?”
“I did not have time” answered she,
“I had to sing my melodiouse songs”.
Laughing, the ants answered to her:
“and you bale, now that it is  winter,
if in summer you have sung!”

The moral:
The extension fable that, in whichever matter,
who wants to avoid pains and risks does not have to be negligent.

§

LA CIGALE ET LA FOURMI  (D’ESOPO)

Tandis que pendant une journée de l’hiver
les fourmis faisaient pour sécher
leur grain qui avait été baigné,
une cigale affamé il est arrivé
afin de les demander un peu d’aliment.
Les fourmis dites à elle:
“mais parce que tu n’as pas fait l’approvisionnement
également tu, cet été ? “
“je n’ai pas eu le temps” elle a répondu,
“j’ai dû chanter
mes chansons mélodieuse”.
Riant, les fourmis répondues à elle:
“et tu balle, maintenant que c’est hiver,
si en été tu as chanté!”

La morale:
La fable montre que, en affaire quelconque,
qui veut éviter douleurs et risques il ne doit pas être négligent.

§

LA CIGARRA Y LA HORMIGA  (DE ESOPO)

Mientras en un día de invierno
las hormigas estaban haciendo secar
su trigo que se mojó,
una cigarra hambrienta llegó
para preguntarles un po de comida.
Las hormigas le dijeron:
“Pero porque no has hecho provisión
también tú, este verano?”
“No tuve tiempo” contestó ella,
“tuve que cantar
mis melodiosas canciones.”
Riendo, las hormigas le contestaron:
“Y tú bailas, ahora que es invierno,
si de verano has cantado!”

La moral:
El cuento demuestra que, en cualquiera asunto,
quien quiere evitar dolores y riesgos no tiene que ser negligente.

Sandro Sermenghi

All’alba dei vent’anni

Ricordo che con l’aria da bambina
i ricci tuoi ribelli avvoltolavi,
col nastro rosso della festa grande,
al tondo specchio.

Ricordo quella sera che svanisti
via dal mio cuore, ormai invaghito
perso, all’alba dei vent’anni.
Pallido il sole.

E ancora quando d’allegria più gaia
baciasti quella foglia di ginestra,
mentre, tremulo, un trillo di cicala
echi destava.

E tua volesti far viola vermiglia,
a un libro di poesie dentro serbasti
quel caro fiore: futuro di ricordi,
ch’ora son mesti

per me. Ora sogno, pien di tenerezza,
gli atti infantili e splendido il sorriso
ancora vedo, penso: “col tuo viso
ciao, Giovinezza”.

Paolo Santangelo