Pensieri

Nel temporale dell’oscuro
invano le mie mani inquiete
cercano riparo dall’abisso
nel mare in tempesta
tutto irrompe
nulla più
non mi lascio sfuggire
nella burrasca
dell’estensione
di un oceano
senza fine
l’albero maestro vacilla
le vele strappate
i remi spezzati
il mio carico di speranza
ormai non più
legata nella stiva
fa dondolare la mia nave
acqua da tutte le parti
ombre immagini fragori
d’intricato e tortuoso
in balia dei miei pensieri
uragani della ragione

Capitano !!! Capitano !!!

una voce nel vento impetuoso
ma non rispondo legato al timone
voglio affondare con la mia nave
avanti tutta
nello scatenare degli elementi
ma un fulmine di ragione
luce di un faro
nell’occhio del ciclone
mi fa cercare l’ancora
che dovrei avere accanto
per gettarla nelle mie profondità
prima di naufragare
tra gli scogli della follia

vicino al mio timone
ora di funi serrate
sciolgo i nodi
che non sono più

libero di navigare ancora
in acque calme
in cerca dell’isola che non c’è

Pierluigi Ciolini

L’essenza

l’essenza stava dentro
l’occhio del ciclone
in prigione
mai arrendevole
finchè
dalla conchiglia
astro e sirena risorsero
fu così che
noi
amore
mettemmo le ali.

Aurelia Tieghi

Published in: on maggio 17, 2011 at 07:39  Comments (11)  
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Uva Passa

Cariche le braccia di frutti
mi affaccio, generoso tralcio,
nel tuo tempo d’autunno.

Appoggio rotolanti
i miei anni distillati
al tuo viso spremuto,

capolinea galleggiante
di un accidentato
viaggio solitario.

Dalla plancia inamidata,
affascinato scruti
il torchio del ciclone

ma la bitta rassicuri
che più non scioglierai
il rassegnato ormeggio.

Porterò frutti appassiti
sulle mie braccia asciutte
al mercato d’inverno.

Anna Maria Guerrieri

Sonettessa maliarda

SUNETASSA MALIÈRDA

La malî l’éra cla prâtica
che cardänz dal medievèl
garantèven ch’déss la siâtica
ai nemîg e tant brótt mèl:

la fatûra é acsé dramâtica
da fèr dân intestinèl
e ala jàndola linfâtica
surtilég’ che an n’é di eguèl:

ah magî zîrze ed incànt
atratîva e sugestiån
d’un pèr d’ûc’ miurè col rìmmel:

bróssc amåur só bavv trî kìmmel
t’an arè pió al côr scuntänt
ch’l’é in arîv al tô uragàn:

che incantaisum l’é al prodîg’
zert l’é grâzia e seduziån
gran piasair e bèl prestîg’:

mo la ièla che litîg’
l’é un melòc’ una scalåggna
såtta un zîl oscûr e bîs:

i é anc la fûrba incantasån
ch’la lusénga una zigåggna
con la tåurta col limån:

fén che al sån dal culissån 1
si tarzéini ed poesî
e sèt étto ed malî…

zå i se sdràjen cån Zé Arzî!

§

La malìa fu quella pratica
che credenze medioevali
garantìvan desse sciatica
ai nemici e tristi mali:

la fattura è sì drammatica
da far danni intestinali
e alla ghiandola linfatica
sortilegi senza eguali:

ah magia circe e incanto
attrattiva e suggestione
di due occhi pinti al rimmel:

brusco amor bevi tre kümmel
non avrai più il core affranto
ch’è in arrivo il tuo ciclone:

che incantesimo è il prodigio
certo è charme e seduzione
gran piacere e bel prestigio:

ma la iella che litigio
è un malocchio una scarogna
sotto un cielo oscuro e bigio:

poi c’è furba incantagione
che lusinga una cicogna
con la torta col limone:

finché al suon del colascione (1)
sei terzine di poesia
e sett’etti di malìa…

giù si sdràian con Zia Argìa!

Sandro Sermenghi

(1) colascione: liuto a manico lungo, uso popolare, origine orientale, diffuso nei secc. XVI e XVII sovrattutto in Italia meridionale; cassa da mandolino, manico ca. 1 m., corde da tre a sei. Nel 1700 i fratelli Colla di Brescia e Merchi di Napoli furono famosi esecutori di colascione (o calascione).

La musica

LA MUSIQUE

La musique souvent me prend comme une mer!
Vers ma pâle étoile,
Sous un plafond de brume ou dans un vaste éther,
Je mets à la voile;

La poitrine en avant et les poumons gonflés
Comme de la toile
J’escalade le dos des flots amoncelés
Que la nuit me voile;

Je sens vibrer en moi toutes les passions
D’un vaisseau qui souffre;
Le bon vent, la tempête et ses convulsions

Sur l’immense gouffre
Me bercent. D’autres fois, calme plat, grand miroir
De mon désespoir!

§

Spesso è un mare, la musica, che mi prende ogni senso!
A un bianco astro fedele,
sotto un tetto di brume o nell’etere immenso,
io disciolgo le vele.

Gonfi come una tela i polmoni di vento,
varco su creste d’onde,
e col petto in avanti sui vortici m’avvento
che il buio mi nasconde.

D’un veliero in travaglio la passione mi vibra
in ogni intima fibra;
danzo col vento amico o col pazzo ciclone
sull’infinito gorgo.

Altre volte bonaccia, grande specchio ove scorgo
la mia disperazione!

CHARLES BAUDELAIRE

L’amante

Nebbia, morbida sei, che quasi
parmi di carezzarti con la mano.
A me ti stringi, m’avviluppi
quasi impalpabile amante, lieve,
col respiro breve, sento tremare
quel bacio freddo strano. Con acre
voluttà, guardo nel grigio opale
del tuo bel corpo andando oltre
al tuo opacotorbido bagliore,
per questa ipocrisìa losca e sinistra.
Tormentato da subdoli pensieri,
ambigui e foschi, vorrei vederti
vaporar lontano. Vinta, distrutta, doma.

Rapido giunge all’improvviso il vento,
quasi ciclone turbine. Una brillanza
improvvida: un tetto sporge e disegna
una sagoma nera nel cielo. Un cane dorme.
Silenzio. Un guizzo rossastro e un tuono
squarcia la notte orrenda. Nel plumbeo
deserto animato dal rotto ansimar
della pioggia furente, il cane guaisce.
Un attimo: il cielo s’infiamma,
improvviso, l’intenso bagliore. Uno schianto.
La terra, la pavida terra che trema.
Più il lampo non sfreccia, non rompe
la tenebra immane. Nel cupo scrosciare
c’è il cane, barbaglio terrore negli occhi,
che fugge. Ululando.

Paolo Santangelo