L’onda che scorre

tra le braccia del mondo
ferma impassibilmente,
contata, riletta, sfogliata…
é lemma di lancette metodiche
a cui s’aggrappa in rapido mutare
la somma di cifre abbattute
che schiaccia il peso dell’età
nello spazio invisibile di un soffio
e rende presupposti
di navigazione
nella sfera celeste.
Ora che incombe il senso
della partenza
con la valigia vuota
cerco qualche indumento
da portare:
versi lasciati impressi sulla tela,
fantasie di proventi accumulati,
teneri fili a ricucire inganni…
all’altro lato
sono previste risme di rimpianti
a cui s’affida l’eco palpitante
ancora dentro il vuoto della stele.

Giuseppe Stracuzzi

Qui

Aquí
en esta orilla blanca
del lecho donde duermes
estoy al borde mismo
de tu sueño. Si diera
un paso más, caería
en sus ondas, rompiéndolo
como un cristal. Me sube
el calor de tu sueño
hasta el rostro. Tu hálito
te mide la andadura
del soñar: va despacio.
Un soplo alterno, leve
me entrega ese tesoro
exactamente: el ritmo
de tu vivir soñando.
Miro. Veo la estofa
de que está hecho tu sueño.
La tienes sobre el cuerpo
como coraza ingrávida.
Te cerca de respeto.
A tu virgen te vuelves
toda entera, desnuda,
cuando te vas al sueño.
En la orilla se paran
las ansias y los besos:
esperan, ya sin prisa,
a que abriendo los ojos
renuncies a tu ser
invulnerable. Busco
tu sueño. Con mi alma
doblada sobre ti
las miradas recorren,
traslúcida, tu carne
y apartan dulcemente
las señas corporales,
para ver si hallan detrás
las formas de tu sueño.
No la encuentran. Y entonces
pienso en tu sueño. Quiero
descifrarlo. Las cifras
no sirven, no es secreto.
Es sueño y no misterio.
Y de pronto, en el alto
silencio de la noche,
un soñar mío empieza
al borde de tu cuerpo;
en él el tuyo siento.
Tú dormida, yo en vela,
hacíamos lo mismo.
No había que buscar:
tu sueño era mi sueño.

 §

Sto qui,
su questa riva bianca
del letto dove dormi,
proprio appena sul bordo
del tuo sogno. Facessi
un passo in più, cadrei
tra le sue onde, rompendolo
come un vetro. Il calore
del tuo sogno mi sale
fino al viso. Il respiro
misura il movimento
del tuo sognare: è lento.
Alterno e lieve, un alito
mi offre questo tesoro
esattamente: il ritmo
del tuo viver sognando.
Guardo. Vedo la stoffa
di cui è fatto il tuo sogno.
Corazza senza peso
che sta sopra il tuo corpo.
Ti avvolge di rispetto.
Al tuo vergine torni,
interamente, nuda,
quando entri nel sogno.
E ferme sulla riva
restano le ansie e i baci:
senza fretta, ad attendere,
finchè tu aprendo gli occhi
ceda il tuo invulnerabile
essere. Io ricerco
il tuo sogno. Con l’anima
piegata su di te,
perlustrano gli sguardi
la tua carne traslucida,
scostando dolcemente
i suoi accenni corporei
per trovarvi al di là
le forme del tuo sogno.
Non si trovano. E allora
penso al tuo sogno. Voglio
decifrarlo. Non servono
cifre, non è segreto.
E’ sogno e non mistero.
E d’un tratto, nell’alto
silenzio della notte
un mio sognare inizia
sul bordo del tuo corpo;
in esso sento il tuo.
Tu dormendo, io in veglia,
facevamo lo stesso.
Non c’era da cercare:
il tuo sogno era il mio.

LUIS CERNUDA BIDÓN

Cosa diresti papà?

Cosa direbbe mio padre se mi vedesse ora?
Con le sue vecchie mani di impiegato,
Dalla vita e dalla gente candidato
Ad impiegare quelle mani per scrivere e sommare
Le cifre di un bilancio
Che mai avrebbe potuto quadrare.

Cosa farebbe mai mio padre se mi vedesse adesso?
Se sapesse che mentre guardo il mare grosso
Mi chiedo se gli avrebbe fatto piacere
Sapere che non sono più lo stesso?

Chiudo gli occhi e lascio affiorare
Ricordi ormai lontani,
Confusi in una nebbia di memoria
Che non permette certezze,
Che confonde la storia.

Che diresti papà se mi vedessi ora?
Per quel che sono e che sono stato,
Per quel che ho preso e per quel che non ho dato.
Vorrei solo poterti dire,
Ora che ho quasi l’età della tua morte,
Quanto, quanto mi sei mancato!

Sandro Orlandi

Published in: on febbraio 24, 2011 at 07:09  Comments (6)  
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La vita è come un fiume di sangue


La  Vita,
un  fiume
di  sangue  incessante
che entra  in  materia
di  goccia,
spruzzata  per  caso
sul  bordo  dai  gorghi;
e,  poi,  lenta  si  essicca
cominciando  a  finire,
prima  rossa,
in  polvere  nera.

Cosa  è  umano
il  calendario
la convenzione tempo:
lunga  sequela
di  cifre
del  passato  prossimo
remoto. . .ricordo,
del  domani  venturo
paura  d’ ignoto
o  di  speranza . . .

Settembre,
Autunno,
Inverno
della  goccia
di  sangue  che  coagula
e  rapprende
ed  esplode,
in  mille  granuli,  oltre  i  cieli,
dal  buio  nella  luce
o,  viceversa,
in  altri  stàdi  e  forze. . .
. . .il  corpo  umano
disperso  sgretolato, dall’anima
distacco,  conclude  il  suo
destino  dove. . .
non  c’ è  vento, né  luogo, né  tempo.

Paolo Santangelo

L’odor di penna

E’ quando ne sento
la mancanza
che cerco tratti sperduti
anche nel nasconderlo a me stessa
naufragandomi
in cerca d’ossimori

spostandomi nel domani
per una caccia al tesoro
dove la mia mappa mentale
perpetra sconfinate cifre illogiche
in assetto baritonale

lungo sospiro bramato
l’esistenza di questi punti
e virgole non presenti
(ma veggenti)
da questi disegni di parole
appena-appena traslocate
dalla primaverile sostanza
in essere di corsa del mio
momentaneo fermarmi
in fermento.

Glò

Caro amico

Abbiamo sognato insieme
l’ultimo tratto…
hai concluso il cerchio
che ha stretto il tempo
col suo raggio chiuso
fra due cifre
dentro lo spazio fermo
della stele.
Il mio sguardo
che ti ha seguito
lungo il rettilineo
per qualche passo indietro
ti ha perduto
dietro l’angolo
alzato sulle punte
esplora il buio…
Anch’io sono diretto
a quella curva
dove il sonno che dorme
trasparisce
l’eco dell’orme
a cui gli parlo muto.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on giugno 2, 2010 at 07:13  Comments (6)  
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arrendevolMENTE

Smette gramaglie e veste ambrosia
il palpito che tenta la battuta
codificata a pentagrammi.
Come l’ortica nata nelle crepe
– colore di lucertola – affamata
di terra e pioggia.
Ho in viso il marchio della luna
calante
in corpo intolleranze elementali
graffiti sulla scorza dei minuti
e mi si chiede l’ora
È un quadrante che liquefa ricordi
su nude cifre d’albero
dove preparo il nido al suo respiro
senza sapere mai se se ne accorge
dei miei silenzi fatti di parole
mi cerca non so come
tantomeno perché
ma se mi giunge un grido
– agli altri sembrerebbe un pigolare –
dall’anima sua stanca
non so dire di no
perché più del mio piangere nascosto
temo la sua mancanza.

Cristina Bove