Edera amara

Sentire: “Figlio mio!”
Mai, mai l’ascoltai;
udire, appena in un sussurro lieve,
lieve per non svegliarmi,
un vezzo dolce su una culla
che dondola pian piano
al rosolante chiarore di un lumino,
sperso nel buio di un casolare antico,
anch’esso smarrito
tra le pieghe d’una memoria stanca.

“Figlio mio!”, sentir solo una volta,
ricordare un pensiero,
una carezza,
un pianto greve sul mio corpo infermo,
un canto lontan di ninna-nanna
che piano si smorza
mentre m’addormento.

Quante volte sognai d’avere un padre,
le cui premure restassero nel cuore
da custodir come reliquia sacra
e poter dire, davanti a un cimitero,
padre t’amai
ed il tuo amore è qui nella mia mente.

Nulla conservo
se non l’ombra nera
di giorni sepolti per non ricordare,
che rimuovo insieme al mio rimpianto
di non poterti, padre, amare tanto.

Salvatore Armando Santoro

Cattiva me

 
 
Cattiva me
Sempre un passo indietro
Sospesa ma non in volo
Cuore di burro di sole
Di riso e acqua di mare
Così simile al sapore delle lacrime
Dolore di una ferita aperta malamente ricucita.
.
Cattiva me
Così sola dimenticata
Dalla mia stessa storia
Piena di Nomi
In fila come croci
Cimitero di guerra
E nemmeno una battaglia persa in fondo.
.
Cattiva me
Cosa mi manca
Per essere meno stanca
E colorare anche il cielo più nero
Ed essere contenta
Di tutte le parole di scorta
Che ho ancora nell’anima
Rea confessa e assolta
Cattiva me.

Maria Attanasio

Il Catinaccio – Rosengarten (Il giardino di rose)

In un tempo in cui gli uomini non conoscevano né odio né violenza i nani avevano creato un immenso giardino protetto solo da un filo di seta. Ma un giorno Laurino rapì la principessa di un regno lontano. L’amore per quella fanciulla portò la sconfitta ai nani che, non avvezzi alle armi, dovettero soccombere ai soldati incaricati di liberare la principessa. Re Laurino passò lunghi anni di prigionia prima di poter tornare al suo giardino. Quel mare luminoso di rose nel bel mezzo delle Alpi non poteva passare inosservato nemmeno all’occhio del viaggiatore più distratto. Laurino si convinse presto che se i soldati lo avevano trovato e sconfitto così facilmente, la colpa era da attribuire al vistoso roseto. Adirato il re lanciò una maledizione, ordinando che le rose diventassero di pietra, di giorno e di notte, dando così origine a quelle vertiginose pareti, a quei picchi aguzzi e inospitali. Nell’incantesimo però, Laurino aveva dimenticato il crepuscolo, che non è né giorno né notte. Ecco dunque perché ancor oggi, quando il sole declina al orizzonte, la grande catena frastagliata del Catinaccio si accende di una luce rossa intensa: le rose rifioriscono solo per pochi attimi a ricordare il regno di Laurino e i suoi nani, e a riportare gli uomini indietro in quel tempo meraviglioso, quando l’odio e la violenza erano del tutto sconosciuti.

Affanno di salita
verso l’alto
sentiero erto,
che porta oltre,
verso il Catinaccio,
il sagrato
della dolomitica
chiesetta,
dal campanile aguzzo,
teutonica.
.
Seminascosto,
in parte, verso destra,
lontano dalla chiesa
cattolica,
il Cimitero “austriaco”
del Millenovecento
quattordici-diciotto:
dodici file
d’ ottanta posti
e a lato il Generale
di ottocentonovanta
caduti, acerbi.
.
Croci di ferro
arrugginito e legno,
con tutti i nomi,
messi a ognuna due
davanti e dietro:
la seconda croce
in terza fila
Franz GUGLER
con POLZ Johann
millenovecentosedici
di Luglio il ventisei,
nona croce più avanti
in quarta fila
WEINKIRN Josef
con RIWAL Lorenz
ventiquattro di Luglio,
due giorni prima . . .
.
Quando –
comandati di uccidere
altri fanti innocenti,
pur’essi
come loro,
accomunati da età,
da sogni e voglie
dei ventanni –
si spense,
a un tratto ed improvviso,
il Sole e il Tempo.
.
Ora vicino, a caso,
stanno le ossa
di Tutti,
i camerati, su tutti
ammanta il verde
di pietosa terra.
A qualche
croce un fiore
finto, una pianta di rosa
selvatica.
.
Rosengarten. Ricordo
di un parente
che, in vacanza,
villeggia,
o un qualche discendente
di re Laurino, che viene apposta,
a Vigo. Passa
parte del Tempo suo
in Val di Fassa.
Paolo Santangelo

Insonnia

Vorrei sapere che senso può avere
inseguire un sogno e mettersi a guardare
quel che succede cambiando alcune cose
per poi svegliarsi e rimanere lì a pensare.

Vorrei sapere da che parte è il mio destino
e quanto dista nel sogno il cimitero
prender la spada e combattere da uomo
in questa stanza che mi vide già bambino

E all’orizzonte cavalieri medievali
vengono avanti senza far rumore
le nubi bianche fanno da cornice
e un sole grande sia arrende e poi muore.

Anche domani scenderò le scale
di questa vita sempre più banale
senza sapere cosa devo fare
per impedire al sogno di tornare

Poter dormire e non stare più a fissare
là nella notte le stelle silenziose
sperando che nel buio del mio cuore
venga poi l’alba e quindi nasca il sole.

Sandro Orlandi

Scheletro con la falce

Quasi tutti gli umani hanno
paura della Morte, ma io ho visto
un’immagine di Vita: era una forma
giovane di donna, come quella
che al Piacere invita, teneva un po’
rialzata la sua gonna. Era la Morte:
bruna fanciulla che mi si mostrava.
Quali luoghi comuni della falce
e lo scheletro curvo? Ella era bella
e aveva gli occhi d’un marrone opàle.
In questa vita in cui l’uomo è nemico
anche del fratello, passa nei sogni
dell’età fiorita. Ci sorridiamo estatici.

Dopo tant’anni, quando ride bruta
la vita, con quell’invito perfido
bugiardo, tutta tossico e cicuta,
ora senti arido battere il cuore
una volta gagliardo: diventan bianchi
i tuoi capelli neri e di veleno
s’imbevono i pensieri; amaro piangi,
o sempre ridi: dinanzi al mondo
curvi la tua fronte, e all’anima
comandi: ridi, ridi anche se muore
chi ti vuol più bene, ma dentro
il petto sanguina il tuo cuore;
ed il tuo riso è un riso di dolore.

Disperando di te, della tua sorte
invocherai un angelo pietoso,
e sognerai l’oblio sol nella morte,
sol nella morte l’ultimo riposo.
E la morte verrà, bellissima
ridendo alla tua stolta preghiera.
Cinta di crisantemi e semprevivi
ti passerà daccanto lieve lieve
come sudario d’intangibil neve,
schernendoti dirà: stupido, vivi!
Danzavano una ridda senza fine
intorno a quella le Ore tempestose;
di sangue si tingevano le cose
della notte nell’ultimo confine.
Ai suoi piedi orchidee illanguidite,
eran di foglie gialle ed appassite,
ed era il Sogno, la Gloria e la Sorte:
Ella rivolse al ciel livido e nero
il supremo e terribile pensiero,
poi cadde in mezzo a quelle cose morte ….
Ella passava avvolta in bianchi veli,
muta il volto di cera e l’occhio nero,
per la strada che mena al cimitero,
ghirlandata di pallidi asfodeli.
Ella passava nei notturni geli .
con passo uguale, tacito e leggero,
il corpo eretto, rigido e severo,
mentre bagliori ardevano nei cieli.
Supplicando una grazia, ai suoi ginocchi
sfilava una funerea lunga schiera,
uomini e donne d’ogni età senza
lampi di lacrime negli occhi;
con lunghi sguardi di preghiera,
singhiozzi che gridavano: pietà.-
E una voce gentil, voce di pianto,
conosco – mormorava – ogni dolore,
sono stanco di vivere e soffrire …
E un’ altra: col mio bimbo al camposanto
ti prego lasciami dormire! – Col mio amore.
col mio povero amor fammi morire!…

E’ triste il cielo, oggi nereggia
una gran nube. Pioverà. Come
son tetri i monti senza sole. L’anima
è triste, l’anima non vuole andare
con dimessa fronte: vuole innalzare
sugli stolti come sopra un altare,
la mente e il cuore. Dall’alta vetta
che il sole bacia e indora in un saluto
all’abisso profondo e spaventoso,
lo stagno putrido s’imperla di vividi
riflessi e di scintille, se vi penetra il riso
di un’Aurora. La tua vita è la vita
un profumo dolcissimo inebriante
e la morte non vien gelidamente
a turbare il tuo sogno dall’oblio …

Paolo Santangelo

Cimitero di Montichiari

Invano, la sgraziata andatura, il piede allatta
in questo cinerario di pini qui zittiti.
Poiché non è del vento la terra che calpesti,
ma di quell’aria immobile che ruggina anche il bere,
di umide marane fuori paese
e fieno, che ci fermenta in ogni narice
verso sera
quando più basso sosta, a dirci vita dura
su dalle concimaie
da quei bitumi morti
di vecchie costruzioni incompiute.
Qui è la storia
che ancora porta schegge sul vecchio campanile:
la fuga dei gerarchi
la lotta per salvare da grandine e rapine
quel poco che dagli orti veniva.
Qui tu arrivi
ad annotare un nome agli andati
a constatare, di quanto spazio ancora necessiti
quel sito,

che sempre più vicino alle case si fa, gli anni.

Massimo Botturi

A spasso nel cimitero

Che strano posto è il cimitero,
c’è una pace soprannaturale
ti chiedi se questo è il mondo vero,
quello dove ognuno all’altro
è uguale.
Nel silenzio dove la pace è sovrana,
sorella morte mette insieme
la fedele sposa con la puttana.
Eppure, per malaugurata sorte,
ci pensano gli esseri viventi
che oltre queste porte,
trascinano, falsi e piangenti, i simboli
indecenti di una vita che di essere più non ha
ragione, qui dove il maltrattato servo
è uguale al dispotico padrone.
Qui non esiste il “lei non sa chi sono io”
perché di sicuro lo sa Iddio.
L’ha sempre saputo, dal giorno che sei nato
fino a quando, dopo l’ultimo respiro esalato
a lui come spirito sperduto
ti sei presentato.
A che servono quelle tombe sfarzose
simbolo di opulenza e grandezza?
A dir che sotto una croce giace
solo mondezza?
Non serve dei redditi la dichiarazione,
la morte non fa sconti a chicchessia,
ha un solo carrozzone sul quale sali
e percorri l’estrema via.

Claudio Pompi

L’UGUAGLIANZA

L’uguaglianza esiste solo nelle virtù di chi è morto, se ci fate caso sono stati tutti buoni, onesti e probi. Non troverete mai scritto “Qui riposa finalmente un uomo che in vita ne ha fatte di tutti i colori”  “Esempio di egoismo massimo, ineguagliabile nullafacente, lasciò questo mondo tra il giubilo di chi per anni sperò che il suo decesso avvenisse prima. No, sono stati tutti ottimi padri, mariti esemplari, menti illuminate, probi lavoratori, pieni di amore e di pietà cristiana. Tutti, indistintamente, hanno vissuto nella grazia del Signore. A cinquantasei anni, credo di avere avuto modo di vedere qualcuno morire e per come ho avuto modo di conoscerlo in vita più di uno non aveva condotto una esistenza così cristallina. Tanto è vero che andando a deporre un fiore più in ricordo della nostra giovinezza passata insieme che per altro, ho trovato questo genere di frasi. Per un momento ho pensato di aver sbagliato fornetto, poi ho capito che era proprio lui. Se volete sapere fino a che punto arriva l’ipocrisia andate al cimitero, è l’enciclopedia per eccellenza nel suo genere. Non sono esenti le donne, anche loro madri esemplari esempi di virtù e abnegazione, spose fedeli. Non troverete mai una che si sia prostituita, eppure la prostituzione è il mestiere più vecchio del mondo, possibile che non siano mai morte? È vero che “una mela” al giorno toglie il medico di torno, ma anche il becchino? Niente da fare! Al cimitero non trovi traccia poiché sulle lapidi trovi scritto solo pregi e virtù. Non trovi traccia di madri che hanno abbandonato i propri figli. Tutte madri che hanno dedicato l’esistenza terrena alla prole. E allora sotto quelle umili croci, semplici lapidi dove oltre al nome e alle date non c’è scritto nulla chi giace? Forse ladri, assassini, prostitute, imbroglioni, madri snaturate, gente che è meglio dimenticare che ricordare. No. Gente che ha attraversato la vita come tutti noi e che di quel che dicono i posteri, nel bene e nel male, non può importare nulla perché nulla erano e nulla sono tornati ad essere. La morte non va presa sul serio ma neppure presa in giro con l’ipocrisia. Quello che vediamo nei nostri cimiteri sono monumenti alla nostra falsità, a noi stessi. Se abbiamo amato qualcuno e lo vogliamo ricordare non abbiamo bisogno di frasi scolpite nel marmo, lo portiamo nel cuore e non abbiamo bisogno di far sapere quanto importante fosse a chi vi entra. Bisognerebbe ricordare che lì ci sono solo dei poveri resti e basta. Il posto dove coltivare il ricordo, portarne avanti l’esempio è in chi resta.

Claudio Pompi