Egregi signori…

 
Noi, egregi signori,
ci scapestriamo in atti di perbenismo agguerrito
laddove la consumazione dei pasti  poeticamente romanzati
si svolge in Tavole Rotonde di Circoletti Viziosi
Gareggiare di “reminiscenze” nell’ogni giorno indebolito
di malattia planetaria sprofondiamo nella miseria
d’un saper guardare attraverso un minuscolo buco di serratura
costruendo lungometraggi di pensieristiche considerazioni
battendo col martello di parole cervelli
perché l’intelligenza ha  sapore metallico, scuote scuoiando
emotive sensibilità nella loro inferiorità.
Ancora si assiste a genocidi aberranti
nei silenzi politici d’intese democratiche
mentre nei deserti diversificati dalle loro naturali scenografie
spuntano cadaveri con i loro maleodoranti diritti negati.
Nessun tramonto, nessuna alba fredda o calda
nessun mare o lago o terra di fango di fiori e di cemento
merita l’assistenza di cuori deboli che sprofondano in girotondo astemio.
Egregi Signori
noi sempre gravidi di buoni propositi,
noi sempre protagonisti della nostra storia,
noi sempre portatori di (favolose) intimità,
noi sempre nascosti dietro il voler comprendere,
noi sempre egregiamente ci troviamo
a nascondere sotto la copertura della codardia
poesie romanzi trattati e saggi
in un’enciclopedia mai sfogliata
perché al minimo accenno d’orrore
maltrattiamo la verità nelle sue architettoniche
lingue esauste di umiltà.

Glò

LA GUERRA CIVILE DI CORCYRA

Cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti. L’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà verso i compagni, il prudente indugio viltà sotto una bella apparenza. La moderazione schermo alla codardia e l’intelligenza di fronte alla complessità del reale, inerzia di fronte ad ogni stimolo; l’impeto frenetico fu attribuito a carattere virile, il riflettere con attenzione fu visto come un sottile pretesto per tirarsi indietro.  Chi inveiva infuriato riscuoteva sempre credito, ma chi lo contrastava era visto con diffidenza. Chi avesse avuto fortuna in un intrigo era intelligente, chi ne avesse preso spunto era ancor più bravo, ma provvedere in anticipo ad evitare tali maneggi significava apparire come un disgregatore della propria eterìa o un pavido nei confronti degli avversari.

TUCIDIDE

(da La Guerra del Peloponneso, libro III)

Martina

Sei ancora bimba e mi parli d’amore
sei bimba che cerca la vita
affronti noncurante la sorte
conosci il destino che t’attende
ma lotti per avere  diritto d’amare.

Il tempo è senza fine nelle Sue mani
non c’è nessuno a contare le tue ore
è un raggio di sole il tuo guardare
con ardente gioia t’avvolgi
in un manto di stelle e pianeti

Mi dicesti, sai io sono ospite
e devo partire, mi stringesti forte
la mano dicendo che era festa
la festa dei fantasmi
che non sanno
quando devono morire.

il tuo sorriso appare
scintilla di luce sulle onde,
danzi lievemente
sul limitare del tempo
come se tu fossi rugiada
in cima ad una foglia

Mi dici, ascolta la senti
questa musica
è la mia orchestra fatta di archi
vieni fammi ballare
vorrei allontanarmi da te ma non oso
tratto crudelmente il mio dolore
per non rivelare la mia codardia..

Partiamo, grande tesoro,
vieni così come sei,
non indugiare,
vieni come sei è tardi
la signora t’attende paziente
dammi la mano ed insieme
varchiamo la soglia finale.

Marcello Plavier

a Martina