La tigre

EL TIGRE

Soy el tigre.
Te acecho entre las hojas
anchas como lingotes
de mineral mojado.

El río blanco crece
bajo la niebla. Llegas.

Desnuda te sumerges.
Espero.

Entonces en un salto
de fuego, sangre, dientes,
de un zarpazo derribo
tu pecho, tus caderas.

Bebo tu sangre, rompo
tus miembros uno a uno.

Y me quedo velando
por años en la selva
tus huesos, tu ceniza,
inmóvil, lejos
del odio y de la cólera,
desarmado en tu muerte,
cruzado por las lianas,
inmóvil, lejos
del odio y de la cólera,
desarmado en tu muerte,
cruzado por las lianas,
inmóvil en la lluvia,
centinela implacable
de mi amor asesino.

§

Sono la tigre.
Ti spio tra le foglie
ampie come lingotti
di minerale bagnato.

Il fiume bianco cresce
sotto la nebbia. Giungi.

T’immergi nuda.
Attendo.

Allora in un salto
di fuoco, sangue, denti,
con un colpo d’artiglio abbatto
il tuo petto, i tuoi fianchi.

Bevo il tuo sangue, spezzo
le tue membra una a una.

E resto vegliando
per anni nella selva
le tue ossa, la cenere,
immobile, lontano
dall’odio e dalla collera,
disarmato nella tua morte,
attraversato dalle liane,
immobile nella pioggia,
sentinella implacabile
del mio amore assassino.

PABLO NERUDA

Alla luna

Quando così ti sbianchi
quasi disfatta, incerte
parvenze hai d’antichissimi
sfocati volti.

Forse sgomenti spettri
sorpresi all’alba in fuga.

Quando t’arrossi torbida
sanguigne voglie fermenti
e forse hai mari in collera
furia di venti cinerini
nei cieli gonfi.

Fra bianchi abeti senti d’ululato
fai specchio il lago
e sgorghi nebbia azzurra nel silenzio
destandoci fantasmi di memorie
e infiniti abbandoni

lontanissima luna.

LUCIO PICCOLO DI CALANOVELLA

Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Per favore

Frenami le parole in bocca
fa che il tuo bacio non mi lasci ferirti
non ti percuota mai la stizza che mi dà il cercarti,
collera che incalza quando altera mi rifiuto
o nego la donna che vorrebbe il suo uomo.

Risoluto afferrami i polsi
fermali sui fianchi tondi, tienili stretti
mentre accosti il petto tuo al mio, adagiati, fremi!
E se virile orgoglio t’invita a resistermi
lasciati legare, per favore, le parole in bocca…

per favore, lasciami fare.

Daniela Procida

Published in: on giugno 18, 2011 at 07:43  Comments (3)  
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Din…Don…Dan…

 
Tutte allietando
le dorate pièvi, 
dopo,  il cielo terso.
L’anima, ebbra di sole, è come a un nido.
.
Forse nella mia vita non è accaduto mai,
così profondamente:   mi debba risvegliare,
andare  ritornare  avere te,   
triste anima sola.
.
“.…..Io sogno, io sogno!….” Eppure! 
Vorrei dimenticar quello che fu:
chiudere gli occhi, e non vederti
più su questa terra.
.
Primavera, biondeggia il grano nell’ardente
estate, guarda l’Autunno le sue foglie morte
Inverno le sue nevi immacolate e
invece… guerra.
.
Quale tristezza assal l’anima mia?
Quale tristezza indefinita?  Nella vita
vorrei vedere una barca che ha bisogno
del mare per poter andare, la primavera
del sole per fiorire.
.
Sarà, arcano, ma vorrei vedere,
la farfalla su un fiore, un bimbo con una mano
che l’accompagni, un cane col tutore,
l’aquilone nel vento per poter
volare…
……….Palpita umile oggi più dell’usato
il dolore che non lascia riposo
in occulto fondo.
.
Il cuore, poi in angoscia, l’uomo baciato
muore: egoismo di mente d’ignoranza,
collera  passione, alla radice
dei problemi del mondo.

Paolo Santangelo

2 dicembre 1951

Dovrei essere felice
e invece non è vero

Dicevano che fossi bellissima
ma per mia madre ero un mostro

Anche dopo forse la pensava così
quando ravvedeva in me
forti somiglianze con mio padre

E’ passato del tempo
e sono ancora qui a ricordare

Da fuori dovrei rallegrarmene
ma non è proprio come pensate

Non per tutti voi naturalmente
ma per gli scherzi che il tempo mi ha fatto

Non sono veramente in collera
soltanto vorrei ancora poter cambiare

Vorrei riprendermi le corse mozzafiato
e stupirmi di nuovo dei fiori di campo

Vorrei riprendermi i baci e le carezze
capricci di una bimba e panni da lavare

Ho camminato tanto per arrivare dove siamo
ma sembra che i miei piedi siano rimasti là

Scusatemi se non so più esser felice
da quando ho perso i suoi occhi innamorati.

Anna Maria Guerrieri

Published in: on dicembre 2, 2010 at 07:38  Comments (6)  
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La notte nell’isola

LA NOCHE EN LA ISLA

Toda la noche he dormido contigo

junto al mar, en la isla.

Salvaje y dulce eras entre el placer y el sueño,

entre el fuego y el agua.

Tal vez muy tarde

nuestros sueños se unieron

en lo alto o en el fondo,

arriba como ramas que un mismo viento mueve,

abajo come rojas raíces que se tocan.

Tal vez tu sueño

se separó del mío

y por el mar oscuro

me buscaba

como antes

cuando aun no existías,

cuando sin divisarte

navegué por tu lado,

y tus ojos buscaban

lo que ahora

– pan, vino, amor y cólera –

te doy a manos llenas,

porque tú eres la copa

que esperaba los dones de mi vida.

He dormido contigo

toda la noche mientras

la oscura tierra gira

con vivos y con muertos,

y al despertar de pronto

en medio de la sombra

mi brazo rodeaba tu cintura.

Ni la noche, ni el sueño

pudieron separarnos.

He dormido contigo

y al despertar tu boca

salida de tu sueño

mi dió el sabor de tierra,

de agua marina, de algas,

del fondo de tu vida,

y recibí tu beso

mojado por la aurora,

como si me llegara

del mar que nos rodea.

§

Tutta la notte ho dormito con te
vicino al mare, nell’isola.
Eri selvaggia e dolce tra il piacere e il sonno,
tra il fuoco e l’acqua.

Forse assai tardi
i nostri sogni si unirono,
nell’alto o nel profondo,
in alto come rami che muove uno stesso vento,
in basso come rosse radici che si toccano.

Forse il tuo sogno
si separò dal mio
e per il mare oscuro
mi cercava,
come prima,
quando ancora non esistevi,
quando senza scorgerti
navigai al tuo fianco
e i tuoi occhi cercavano
ciò che ora
– pane, vino, amore e collera –
ti do a mani piene,
perché tu sei la coppa
che attendeva i doni della mia vita.

Ho dormito con te
tutta la notte, mentre
l’oscura terra gira
con vivi e con morti,
e svegliandomi d’improvviso
in mezzo all’ombra
il mio braccio circondava la tua cintura.
Né la notte né il sonno
poterono separarci.

Ho dormito con te
e svegliandomi la tua bocca
uscita dal sonno
mi diede il sapore di terra,
d’acqua marina, di alghe,
del fondo della tua vita,
e ricevetti il tuo bacio
bagnato dall’aurora,
come se mi giungesse
dal mare che ci circonda.

PABLO NERUDA

Nuance

Che fine ha fatto quel pastello
colorato variamente,
quello lieto dei disegni
in cui schizzavo il mio ritratto?
Nel temperarlo s’è compiuto
e solo lascia ora grigio il lapis
a scorrere tracciati sopra l’aria
che manca più dell’acqua all’assetato.
Per riaverne uno che di lontano
almeno un po’ gli s’accostasse,
ieri l’altro,
ho rubato al firmamento il suo corredo,
una briciola ogn’ora del giorno.
Collera invero
m’ha lanciato dietro il cielo,
finanche il nero senza stelle della notte,
che scioccamente scaltra
non avevo preteso.

Daniela Procida

Published in: on maggio 28, 2010 at 07:12  Comments (2)  
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Haiti 1986 o la danza sul vulcano

HAITI 1986 OU LA DANSE SUR LE VOLCAN  (A mon frère Guy)

il faudra l’éruption du volcan pour que cesse la danse
la montagne et ses cendres écarlates pour engloutir
les châteaux de l’inconscience
le fleuve et ses laves de feu pour chasser la puanteur où la
négraille grouille comme des vers
le griot retourné aux sources africaines
parle d’un pays en trois morceaux
Haïti de la piraterie
Haïti de la bouffonnerie
Haïti de la tragédie
entre la tête d’or du monstre
et ses jambes que la gangréne pourrit
ces vastes terres vagues ce no man’s land
dont l’une des frontières atteint les cîmes glacées
du mépris
et l’autre voisine avec le cratère d’où jaillissent
les hautes flammes de la colère
il faudra l’explosion du volcan pour que cesse la danse
sauf sur la mer
face à la masse blanche du palais assis sur ses pattes
au milieu des flots verts que lèchent les pieds du
grand escalier à demi circulaire
liberté en guenilles
liberté nue
le peuple a conquis la parole et les rues
j’ai vécu pour ce jour où je plonge dans
mon peuple

comme dans les flots verts de mon enfance
l’embouchure de l’adolescence dont le courant m’emmène
à la mer
femme dont je suis né
toi qui m’as ressuscité
femme qu’à ton image j’ai créée
l’itinéraire du poète débouche sur l’épopée
Colomb jeté à la mer avec son épée et sa croix
dans le sillage des caravelles les négriers des colons
les cuirassés
de l’Occupation et les bateaux démâtés des marrons
de l’océan
dans le sillage des caravelles de Colomb
jeté à la mer avec son épée et sa croix
et à sa place
machette au clair
Péralte debout
porté par les vagues de la liberté
je me baigne dans les eaux de l’avenir
je vogue sur la tempête qui balaie l’île
je vogue dans la gueule de l’orage qui laisse la terre neuve
comme au premier jour
femme
j’ai vécu pour ce jour où je plonge dans mon peuple
comme dans l’ouragan de l’amour

§

ci vorrà l’eruzione del vulcano perché cessi la danza
la montagna e le sue ceneri scarlatte per inghiottire
i castelli dell’incoscienza
il fiume e le sue lave di fuoco per cacciare la puzza in cui
la negraglia brulica come vermi
il griot ritornato alle fonti africane
parla di un paese in tre pezzi
Haiti della pirateria
Haiti della buffoneria
Haiti della tragedia
tra la testa d’oro del mostro
e le sue gambe che la cancrena imputridisce
queste vaste terre incolte queste no man’s land
di cui una delle frontiere raggiunge le cime ghiacciate
del disprezzo
e l’altra vicina al cratere da cui scaturiscono le
alte fiamme della collera
ci vorrà l’esplosione del vulcano perché cessi la danza
salvo sul mare
di fronte alla massa bianca del palazzo seduto sulle zampe
in mezzo a flutti verdi che lambiscono i piedi del
grande scalone semicircolare
libertà vestita di stracci
libertà nuda
il popolo ha conquistato la parola e le strade
io ho vissuto per questo giorno in cui m’immergo
nel mio popolo
come nei flutti verdi della mia infanzia
la foce dell’adolescenza la cui corrente mi trascina
al mare

donna da cui sono nato
tu che mi hai resuscitato
donna che a tua immagine io ho creato
l’itinerario del popolo sfocia nell’epopea

come la fonte al ruscello il ruscello al torrente il torrente
al fiume e il fiume al mare
l’itinerario del popolo sfocia nell’epopea
Colombo gettato in mare con la spada e la croce
nella scia delle caravelle le negriere dei coloni le corazzate
dell’Occupazione e i battelli disalberati dei fuggiaschi
dell’oceano
nella scia delle caravelle di Colombo
gettato in mare con la spada e la croce
e al suo posto
machete di luce
Péralte in piedi
portato dalle ondate della libertà
io mi bagno nelle acque dell’avvenire
io navigo sulla tempesta che spazza l’isola
io navigo nelle fauci della burrasca che lascia la terra nuova
come il primo giorno
donna
io ho vissuto per questo giorno in cui m’immergo nel mio popolo
come nell’uragano dell’amore

PAUL LARAQUE     (Poeta haitiano, 1920-2007)