Lo cammino tuo

 
Si lo pensiero inganna lo tuo sentire
e d’una coltre vela sì tanto lo vedere    
 .
netta lo vanto che t’accompagna
d’umil vesti ricopri l’intero tuo
 .
e dallo core apri a musica soave
per ascoltar lo canto che solo  suona
di virtude e beltade
 .
riscoperto diverrà lo senso
che nelle genti incontri
ancora nello cammino tuo
 .
non sia malizia e tracotanza
nè  bestemmia detta  nello peccato abiuro
a non aver compreso lo fin dello creato

Il Passero

Piangerai. Piangerò.

Ahi! Come passi sera!
Sciogli nell’atmosfera
il sogno. Proverò

un po’ a mimetizzarmi,
a stendere una coltre
sul tempo che va oltre:
che non sa più aspettarmi.

Silvano Conti

Published in: on febbraio 7, 2012 at 07:03  Comments (4)  
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Antichi Cavalieri sostano

Nel borgo del duemila tutto tace.
Antichi Cavalieri sostan fieri,
attendono quel freddo locandiere
che schiuda l’uscio fresco di vernice
.

all’aria netta di leggenda eterna
perché si posi in ritrovata lena
tra nuovi e vecchi tarli adesso sparsi
sott’occhi ignudi di trofei dormienti.
.
Su, da tempo, li aspettano le dame
a mo’di madri riposate a lungo,
innamorate del previsto sgarbo
di un muto lattante che prima o poi,
.
non più immobil perla tutta rosa,
dal fondo della tana paradiso
e dal tepor d’immacolata coltre
si desterà braccando lesto il seno.
.
Stagion dei sempre vivi eroi
a tutti annuncia già il suo ritorno.
Altera e schietta, oggi si prepara
a rinnovare i sogni un dì spezzati
.
dal Nuovo Evo Nuovo dei previsti cieli,
delle ventur vagliate una ad una
e dei respiri freddi e soppesati,
del nulla che oramai non ci consola.
.
Antichi Cavalieri sostan fieri.
Si guardan tutt’intorno frastornati,
le grate d’ombra solo rischiarate
dai riflessi di tegole argentine.
.
E c’é chi lustra lame affezionate,
chi già si appresta con arditi guizzi
ad allestir lo sventolio di chiome
alla conquista degli amori persi.

Aurelio Zucchi

Sera

Stanco si addormenta il mondo
avvolto dalla coltre della notte.

Riposa, caro, sotto le ciglia chiuse
distendi la curva schiena dei monti
chiudi le corolle dei fiori

Veglia una mamma sulla culla del bimbo
nella stanza di borotalco
Veglia una donna sola
rimpiangendo un bacio non dato
Veglia un infermo
catturando le ultime stelle

Lunga o breve che sia, la notte sfumerà
in un’alba splendente

E dare il buongiorno
sarà rinascere ogni volta
dal buio della notte.

Sandra Greggio

Published in: on settembre 22, 2011 at 07:45  Comments (8)  
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Residui

Residui…scorie…rimanenze…scarti…
di quello che vien fatto in tutto il mondo
che al mondo van coprendone la pelle
come una coltre insana, che è minaccia
che sempre s’avvicina, e i boschi e i prati
ghermiscono a quel troppo disattento
erede universale;
pesano su ognuno,
anche a chi ricorre a la finzione
di non saperne niente.

Scorie a nutrir carote e teste d’aglio,
e scarti di città, in periferia,
di gomme e di lamiere deformate,
di miserie – residui – e di opulenze,
e rimanenze, a crescere…montagne…
ed a mortificar chi le respira…
Profuman l’aria putridi miasmi
nell’orride sembianze d’un inferno.

Pure il latte materno è messo al bando,
e chi lo succhia, e la mammella, insieme,
se giudicati scarto…
E scarti, e scorie, e rimanenze…umane
lontan dai nostri spazi progettiamo,
nascosti in mezzo a truci indifferenze,
dietro le nebbie che spruzziamo apposta.
Popoli interi vengono scansati,
lasciati al caso, quando il caso è ostile,
quando una brioche può farsi in due,
ma più che pietra è dura da tagliare!

Armando Bettozzi

Lontano, molto lontano

Grandi sono i tuoi occhi
che mi fissano
nella nebbia fitta e nella notte buia.
Immensa è la coltre scura
che si estende sulla città silenziosa
sotto la quale
troviamo rifugio.

Cadenzati risuonano
sul selciato bagnato
passi che si allontanano.
Il fiume scorre lento
impassibile
acqueggiando sotto il ponte bianco.
Svelto un  gatto scappa via
miagolando
e lasciandomi solo
sospeso nel tempo rarefatto.

Piccole stelle brillano
sul tappeto di velluto nero
del cielo infinito.
Il vento freddo dell’inverno mi trafigge,
mi fa rabbrividire.
Ed io muoio,
io muoio,
perché so che non ti rivedrò mai più.

Sandro Orlandi

Published in: on giugno 28, 2011 at 07:49  Comments (12)  
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È questa la felicità

Miscuglio, primavera, amore, odori, profumi,
ritorni di giorni letizia
briosa solfeggia nelle vene,
brilla lo sguardo, raggiante si mescola all’eco del sorriso
che intreccia i pensieri sospesi nella coltre felice e
l’aria sottile fa da parete
e al morbido alitare del vento affidiamo bisbigli parole
che con ardore percepiscono i sensi
ingoio sospiri,
ricordo, che vivo al momento come favola
e felice all’istante mi tuffo nell’amaca distesa dell’amore,
calamitati,
frizzanti, leggiadri, legati dal soffice amore
un sapore diverso si coglie all’istante
un sapore fresco
un sapore felice
e attorno l’immenso sostiene i piaceri della felicità provata

Rosy Giglio

Città industriale

Residenziali paradisi
pagabili in comode rate
la città si nasconde
nell’afa dell’estate
l’astro fruga la coltre di smog
che nasconde le storie di tutti
è coperta che arieggia
quella che da bimbi ci
proteggeva dal buio
genitore di mostri.
Cataste di mattoni attendono
è come tutto sospeso in città
Gru appassite e scolorate dal tempo
occhieggiano  in cantieri abbandonati
mentre lampioni nella notte
lacrimano per questo mondo
sempre più solitario

Marcello Plavier

Galoppando

Galoppando sentore d’intesa
protetti dalla notte
e la sua coltre di mistero
teneri amanti
s’abbandonano in essa
schivi da giudizi
e dinieghi di forma
solo la passione regna sovrana
in questa notte di passaggi e fusioni
nei diversi chiaroscuri
delle zone d’ombra
tra incertezze e veti stantii
solo il fruscio dei loro corpi
ad accarezzar tra le lenzuola
sorrisi e lacrime
che ancora destano  leste le molle
di un meccanismo che d’incepparsi
non ha più voglia.

Beatrice Zanini

Nella bufera


Errando il crepuscolo bigio
per mano lividi a svernare,
sprofondo afosi pensieri
nel molle nevischio;
tormentata, pallida vela a pois.
Pigramente battezzato
dal ballo arruffato
di fiocchi ubriachi, intirizzisco
meditando sul bianco
che cova tra i miei capelli.
Con passo sospeso
scosto greve il mio cielo,
così radente il lampione,
e sulla coltre dormiente
in un declivio del mondo
ritrovo sbiaditi i righi
di un vecchio pentagramma.
Soffici note echeggiano,
ferendo l’oblio
con mai dimenticati nostri canti;
e ancora ti cammino.
Accanto.
Troppo distante amore.

Flavio Zago