Due bionde in quadriglia


DÅU BIÅNNDI IN QUADRÉGGLIA

Zirudèla dal cuncåurs
d Fón d Arzlè che cómm un åurs
mé ai córr drî da tant ed chi ân
tgnànd un can strécc int la man
e una quâja int la bisâca
ch’l’à la rémma ch’la s intâca.
Mäntr i cachi i én anc dûr
i pondôr i én bî madûr
acsé ai mâgn int la scudèla
con zivålla e pinpinèla
ala sîra e un spîguel d âi
ch’fécca vî tótt i mî guâi.
Int st’estèd andé in Etrûria
a magnèr un pôc d angûria
e pò a tôls un aparàcc’
par vulèr a Casalàcc’
dóvv cuntänt cme un ragazòl
a fé al bâgn col mî lusgnôl.
In Piazôla andé a nasèr
äl zangâtel da cunprèr
e lé a vdé un vèc’ cunpâgn
ch’l alenèva un zåuven râgn
par ciapèr måssc e zinzèl
da rumghèr cómm un vidèl.
Ed pasâg’ da Zänt ed Bûdri
a incuntré dåu biåndi lûdri
ónna zòpa e cl’ètra guêrza
la stanèla tótta lêrza
ch’i biasèven gréll in grégglia
pò i balèven la quadrégglia.
Mî anvudén l’avèva stémma
dal sô nòn in zàirca ed rémma
e al conpiùter mé a pistèva
nòt e dé, e a m insugnèva
la gudûria dla Vitòria
par spasèrmla con la Glòria.
Dåpp cafà e un’arsintè
stamaténna apanna ds
– stlè Snischèlc al s n é andè vî! –
mé, stra crônaca e poesî,
i én dîs ân ed “Fón in Fèsta”
che pr un mais a m spâc la tèsta!
A vdrò zért un mócc’ d amîg
ch’srà un piasair al stèri sîg:
Pèvel, “Faust” e bèl Gigén
a bvarän dsdòt lîtr ed vén
pò inbarièg flîz in barèla
toc e dai la zirudèla!

§

Zirudella del concorso
di Funo d’Argelato che come un orso
io rincorro da tanti anni
tenendo un cane stretto in mano
ed in tasca una quaglia
che ha la rima che tartaglia.
Mentre i cachi sono ancora duri
i pomodori sono belli maturi
così li mangio in una scodella
con cipolla e pimpinella
alla sera e uno spicchio d’aglio
che scaccia via ogni mio guaio.
Questa estate andai in Etruria
a mangiare un po’ d’anguria
e poi presi un apparecchio
per volare a Casalecchio
dove contento come un ragazzuolo
feci il bagno col mio usignolo.
In Piazzola andai a annusare
le cianfrusaglie da comprare
e lì vidi un vecchio compagno
che allenava un giovin ragno
per acchiappare mosche e zanzare
da ruminare come un vitello.
Di passaggio da Cento di Budrio
incontrai due bionde ingorde
una zoppa e l’altra guercia
la sottana tutta lercia
che masticavano grilli in griglia
poi ballavano la quadriglia.
Mio nipote aveva stima
di suo nonno in cerca di rima
e al computer io pestavo
giorno e notte, e mi sognavo
la goduria della Vittoria
per spassarmela con la Gloria.
Dopo caffè e una risciacquata
stamattina appena svegliato
– Siniscalco spezzato se n’è andato via! –
io, tra cronaca e poesia,
son dieci anni di “Funo in Festa”
che per un mese mi spacco la testa!
Vedrò certo un mucchio d’amici
che sarà un piacere stargli insieme:
Gianpaolo, “Faust” e bel Luigi
di vino berremo diciotto litri
poi ubriachi felici in barella
toc e dai la zirudella!

Sandro Sermenghi

La stella più bella


Trema il cielo
un vento gelido
ha sottratto tutte le stelle
la stanza del cuore
risuona di pianto e dolore
Tino, il compagno di una vita
se ne è andato per sempre
verso l’ignoto viaggio
ad accompagnarlo
la stella più bella
l’amore della sua Tinti
e dei suoi figli
a stringerlo forte
a racchiuderlo per sempre
dentro il cuore.

Roberta Bagnoli

Published in: on gennaio 21, 2011 at 19:02  Comments (2)  
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Frammenti di poesie

Frammenti di poesie,
frammenti di me…

[…] La bianca luce dell’alba,
spada luminosa,
trafigge il nero mantello
della notte tenebrosa. […]

[…] Le nuvole,
tenere fanciulle,
abbracciate danzano
ai primi raggi del sole. […]

[…] Il pensiero,
scomodo compagno
dei giorni solitari,
fruga
con le sue dita scabre
nella borsa dei ricordi. […]

Frammenti di poesie,
rami rimasti sospesi
sull’albero della mente
distratta dai fatti quotidiani,
in attesa che il cuore
li maturasse come frutti.
Frammenti d’emozioni
rapide e improvvise
che balenano per un attimo
e si sperdono nell’aria
di ogni monotono giorno.
Frammenti di vita interiore,
foglie ancora fresche e profumate
sparse nel bosco dei sentimenti.

Ogni tanto mi piace
raccogliere nel silenzio
frammenti di poesie,
pezzi di me sparpagliati
nell’angolo segreto
dell’anima mia.

Nino Silenzi

Agisce per amore


Quand’ è innamorata è anche spregiudicata
E’ sicura, decisa,  e non sente ragioni,
si prefigge la meta,  s’insedia… l’ottiene
Agisce con l’impeto della natura,
è un fiume in piena,  non teme ostacoli alla sua discesa
Abbandona il compagno per tuffarsi tra le  braccia
dell’amante
Agisce d’istinto, agisce col cuore… agisce per amore

Ciro Germano

Published in: on luglio 2, 2010 at 06:54  Comments (3)  
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Veglia

Cima Quattro il 23 dicembre 1915


Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

GIUSEPPE UNGARETTI

Compagno di scuola

Davanti alla scuola
tanta gente
otto e venti
prima campana
e spegni quella sigaretta
e migliaia di gambe
di occhiali di corsa
sulle scale
le otto e mezza
tutti in piedi
il presidente
la croce
e il professore
che ti legge
sempre
la stessa storia
sullo stesso libro
nello stesso modo
con le stesse parole
da quarant’anni
di onesta professione
ma le domande
non hanno mai avuto
una risposta chiara
e la Divina Commedia
sempre più commedia
al punto che ancora oggi
io non so se dante
era un uomo libero
un fallito
o un servo di partito
o un servo di partito
ma Paolo e rancesca
quelli io
me li ricordo bene
perché ditemi
chi non si e’ mai
innamorato
di quella del primo banco
la più carina
la più cretina
cretino tu
che rideva sempre
proprio quando
il tuo amore
aveva le stesse parole
gli stessi respiri
del libro che leggevi
di nascosto sotto il banco
mezzogiorno
tutto scompare
avanti tutti al bar
dove Nietzsche e Marx
si davano la mano
e parlavano insieme
dell’ultima festa
e del vestito nuovo
buono fatto apposta
e sempre di quella ragazza
che filava tutti
meno che te
meno che te
e le assemblee
i cineforum
i dibattiti
mai concessi allora
e le fughe vigliacche
davanti al cancello
e le botte
nel cortile
e nel corridoio
primi vagiti
di un sessantotto
ancora lungo
da venire
e troppo breve
da dimenticare
il tuo impegno
che cresceva
sempre più forte in te
compagno di scuola
compagno di niente
ti sei salvato
dal fumo delle barricate
compagno di scuola
compagno per niente
ti sei salvato
o sei entrato in banca
pure tu
pure tu

ANTONELLO VENDITTI


Dammi un piedino, Fernanda

DÂM UN PIDÉN, FERNÂNDA

Fernânda,
parché it bèla
cme un fiåur fiuränt,
parché am pièset
cme un usèl cantarén,
parché it frassca
cme l’âcua ed surzànt,
parché it chèlda
cme la ciòza coi pipién?
Fernânda,
dâm un pidén
d’in dóvv partîr
pr un inprorogâbil viâz
int l’amåur,
pr arivèr in dóvv al piasair,
al fradd al frèmit,
al dulåur d’òmen e dòna,
insàmm,
i én paradîs,
îsla isolè scgnusó
disabitè abandunè
dai fìat lancia honda
e da tótt al sfasâm
ch’avän datåuren!
Fernânda,
dât una priladéina
e sänper da tótt i lè,
a drétta o a manca
opûr de drî,
soché et truvarè
inpurtànt, interesànt;
mo såul l’òmen at srà
amîg, cunpâgn,
sfusgnån!

§

Fernanda,
perché sei bella
come un fiore che sboccia,
perché mi piaci
come un uccello canterino,
perché sei fresca
come l’acqua di sorgente,
perché sei calda
come la chioccia coi pulcini?
Fernanda,
dammi un piedino
da dove partire
per un improrogabile viaggio
nell’amore,
per arrivare dove il piacere,
il freddo il fremito,
il dolore d’uomo e donna,
insieme,
sono paradiso,
isola isolata sconosciuta
disabitata abbandonata
dai fiat lancia honda
e da tutto lo sfasciume
che abbiamo dintorno.
Fernanda,
gìrati e rigìrati
e sempre da tutti i lati,
a dritta o a manca
oppure dietro,
qualchecosa troverai
importante, interessante;
ma solo l’uomo ti sarà
amico, compagno,
amante!

Sandro Sermenghi

Treblinka

Mi chiedi, differente dagli altri, come sto.
Qual è il responso dello scrivano,
occhiali blu.
Perché fui come un morto pulcino
e ancora tu, senti la pancia dura
di pietra, giù in corsia.
Ed i settanta e passa son niente, madre mia:
è l’albero dei frutti d’inverno il figlio tuo
un porta a porta mille giornali
un paletot, che presa l’aria è ancora bel nuovo.
Sono qua, che asciugo le posate sul piano
sono qua, la mela in tasca e andare
dopo la ferrovia. E guardo al tempo e al chiaro
che nevichi più in là;
che il treno metta tutte le ossa in fanteria
che impari a stare al mondo anche lui
ci scaldi un po’. E asciughi i vetri
a tregua di campi
abbia pietà, di scarpe e calze acquisto da poco.
Si, anche lui, si faccia come piuma nel viaggio
perché lei, ha un buco nella bocca per aria
ed ora è qua, sulla mia spalla terra straniera.
È qua e va via, addolorata dorme nel ventre
e nel suo dio. Ed è caduto il sangue, l’anello
il petto suo.
Come un compagno morto in trincea
senz’acqua poi
per benedirlo almeno per finta.
Madre, sì

Massimo Botturi