Dialogo trapassato

da dove nasce l’indifferenza
o l’apatia delle persone?
nei circuiti viziosi di spazi
gelosi di non condivisione.
sospensione di tristezze e affanni
in uno stand/by
circonciso da ombre
irrisolvibili eppur miti
e cronicizzate.
crescite irrisolte nel tempo
in cui giovane diventi
(per testardaggine) martire di te stessa:
ti affidi al vuoto d’un angolo ancora caldo
da prosciugare di fioriture meste ;
venando risoluzioni oblique
[scomode]
ti stiri in abiti geniali di penosa illusione
eppur torchiata di appartenere
ad un genere che di “contatti” vuole
ancora imparare molto.
“Come stai?”
“Bene.”
“Rientrata, si?”
“Si. Ti disturbo?”
“No. Sto preparando il pasto.”
“Ok.”
E’ sbucciare in queste parole
il delirio del rapporto
perché l’indifferenza
è nel tono d’una voce
che non vuole ascoltare
(ha le risposte pronte).

No.
E’ nella deflagrazione
dello scoprire
sempre
con stupore
che l’egoismo è figlia
d’una educazione venale
[quando racconti quel posto
che non esiste più
___perché la morte l’ha portata via___].
non per questo da giustificare
se il primo passo
appartiene ormai
ad un indelebile trapasso.

Glò

La pace nella solitudine

 
Avara è la felicità.
Subdola ti invade inaspettata
luce di saetta ti impaurisce
ti stordisce che quasi non la gusti
e quando la stai per assaggiare
scompare, gioca a nascondino.
Se la ignori si manifesta, furtiva.
Ingenua inutilmente accorri:
è sempre dalla parte opposta
o sul viso della gente ignara
di possedere ciò che tu vorresti avere.  
Felicità è condivisione di un attimo
rapida emozione  riscontrata
in chi con la tua anima è in sintonia.
Picchi di gioia che accentuano la solitudine.

Elide Colombo

  “…e i nostri cuori rispondono a stelle che non vogliono saperne di noi.”     Edgar Lee Masters

L’ingegno

“Un uomo d’ingegno sa di possedere sempre molto, e non si rammarica di doverlo dividere con altri”

ALEKSANDR ISAEVIČ SOLŽENICYN

Published in: on Maggio 5, 2011 at 07:11  Comments (3)  
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Passaggi

Nella noia del sospetto
l’occhio si trucca da stratega
Alberga tra cancelli di costole strette
ammiccandosi nei volti d’attesa.
Agghiacciante e febbrile
la condivisione superba
vestendo di lenzuola coprenti
complotti estranei intercettati
in amoreggiare di fangose esplorazioni.
Il loto fiorisce così
ma si distrugge
essicandosi nel suo letto
di melmoso movimento.
Il passato si suicida
tra i confini del loro stesso corso d’acqua
che
attraccando al mare
con àncora di burro
distrugge di memoria
il percorso da neve ad acqua
(dimenticandosi del sole).
E’ solo l’insignificante
e dimenticato gocciolìo in divenire
ostruito
dalla sua stessa oceanica forza.

Glò

Viola d’inverno

Arriverà che fumo
o che do l’acqua ai fiori,
o che ti ho appena detto
“Scendo, porto il cane fuori”,
che avrò una mezza fetta
di torta in bocca,
o la saliva di un bacio
appena dato,
arriverà, lo farà così in fretta
che non sarò neanche emozionato…

Arriverà che dormo o sogno, o piscio
o mentre sto guidando,
la sentirò benissimo
suonare mentre sbando,
e non potrò confonderla con niente,
perché ha un suono maledettamente eterno:
e poi si sente quella volta sola
la viola d’inverno.

Bello è che non sei mai preparato,
che tanto capita sempre agli altri,
vivere in fondo è così scontato
che non t’immagini mai che basti
e resta indietro sempre un discorso
e resta indietro sempre un rimorso…

E non potrò parlarti, strizzarti l’occhio,
non potrò farti segni,
tutto questo è vietato
da inscrutabili disegni,
e tu ti chiederai
che cosa vuole dire
tutto quell’improvviso starti intorno
perchè tu non potrai, non la potrai sentire
la mia viola d’inverno.

E allora penserò
che niente ha avuto senso
a parte questo averti amata,
amata in così poco tempo;
e che il mondo non vale
un tuo sorriso,
e nessuna canzone
è più grande di un tuo giorno
e che si tenga il resto,
me compreso, la viola d’inverno.

E dopo aver diviso tutto:
la rabbia, i figli, lo schifo e il volo,
questa è davvero l’unica cosa
che devo proprio fare da solo
e dopo aver diviso tutto
neanche ti avverto che vado via,
ma non mi dire pure stavolta
che faccio di testa mia:
tienila stretta la testa mia.

ROBERTO VECCHIONI


Ama il prossimo tuo


Conosci te stesso
e poi amati e tanto
abbracciando
spilli e selci aguzze
scova papaveri
mentre cammini
lasciando squilli
ad altri indifferenti
sfiora
spalle senza timore
e sentine il sudore
chè diventa seme
non guardar fuori ma
dentro
cerca
tra volti che sono il tuo
la tua essenza
e tu non lo sai
non a-ppartarti
dentro a-ppartamenti
che non t’ appartengono
non sei a-parte ma
parte del tutto
sciogli paure
sull’azzurro d’occhi
toccarsi e toccare è
tutt’ uno
ospita te e l’altro nella casa
quella grande cattedrale
alta al cielo
di guglie e cormorani
altrimenti ti sembra
di non essere.

Tinti Baldini

Published in: on novembre 29, 2009 at 07:05  Comments (3)  
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