Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

SALVATORE QUASIMODO

Forse in un quadro di Degas

Una danza derviscia
le mille anime mie
prese nel vortice
eri nel suono e t’ascoltavo immenso
contrappunto immortale.
Costeggiamo la vita
ora che giunge notte
e le parole sono fari accesi

ospiti di una storia che ammaestra
abbiamo braccia a cingere fantasmi

da questa parte il tempo s’è già arreso
le ballerine in abiti soffusi
gambe alla sbarra
vivono di riflessi e pennellate

qui si appartiene al tempo
che non è un arabesque
fissato dentro margini di tela

Cristina Bove