Hai mani larghe

hai mani larghe capienti e morbide
nel palmo vi deposito di me
pensieri racchiusi in gusci di noce
mandorle ancora in fiore
nocciole pronte da mettere sotto i denti
piene di sapore da far girare in bocca
e bacche rosse, mirtilli, fragoline di bosco
vi metto tutti gli odori che conosco
di erbe foglie terra e cortecce e muschio
il resto è acqua che scivola fra le dita
sorgente chiara acqua di fonte
che scorre fra le rocce dure esce dalla terra
dal profondo da strati sedimentati che non conosciamo
a cui ci abbeveriamo e non sappiamo

azzurrabianca

Malinconia

Rabbrividisce
il mio Inverno
alla mitezza
di fiati scorsi,
alla coreografia lieve
di suoni danzanti.
E’ un nome
troppo arcadico
ed immenso il tuo,
mi ripeto,
per riscriverlo
sulle cortecce di oggi.
Ma non riuscirò
ad imbrogliare
la tristezza,
con pensieri
ancora colmi
di boschi
da dimenticare. 

Flavio Zago

Published in: on ottobre 16, 2011 at 07:28  Comments (3)  
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25 Aprile


Anima mia respira
e vola libera
in questo giorno
che resiste orgoglioso
nella memoria dei pochi sopravvissuti
mostraci un volto integro e radioso
di sacra e inviolabile unità
eludi quel venticello nefasto
di disgregazione e d’intolleranza
che ammorba ed affligge
le radici del nostro belpaese
cogli rose di pace
deponile sulle lapidi a festa
e non scordare mai che siamo tutti figli
di un’unica madre generosa e pura
lascia che la voce di verità
carezzi cortecce d’alberi
e giochi con le fronde
del pensiero nato libero.
Anima mia sacra e infinita
non permettere che ancora
debbano piangere
dimenticate ed esiliate
le nostre care e antiche  “cetre”.

Roberta Bagnoli

Memorie d(estate)

Come un mantello
di canto di grilli
questa sera
d’estatica Estate.
Copre groppe gelate
e malinconie smarrite
tra cortecce
ed occhi di betulle,
ritrovate tra rami
d’abeti di pensieri.
Sul crepuscolo dorato,
temendo il suo letargo
il ghiro dell’aurora
racimola barlumi, per
l’Inverno a venire;
non conosce pace
la vena del nevaio,
il timore mio accarezza
e borbotta e spuma
e bolle
e canute pietre aguzze,
smussa.
Vestita di lamé
da dietro il colle,
sguscia madre notte.
Espande il firmamento
ed io con lui.
Piccolo mi sento e nudo,
sotto tutto questo
immenso, che smarrisce
il mio domani.
Illibato d’avvenire sfumo,
si dissolvono certezze.
Torno seme antico,
m’inumo,
e in questo letto
di terriccio lascerò
che la mia vita accada.

Flavio Zago