PICCOLO SCRITTO SUL TERREMOTO

 
Vorrei dire qualcosa a quelle persone dire di loro
dei cumuli di macerie dell’esser senza niente ora
delle certezze smarrite le più materiali essenziali
del bene di casa e lavoro conquiste di sudore
dell’arte dei palazzi castelli e chiese e affreschi
e piccole piazze che avevan la memoria d’incontri
passaggi calmi sulle biciclette nelle vie di paese
i negozietti di pane i portici d’ombra e riparo
alla pioggia accoglienza di parole scambiate
e i grandi capannoni d’industrie e forme di lavoro
 
vorrei dire di una terra che non se l’aspettava
questo che è come una guerra dove i colpi
esplodono senza nessuno che li mandi e che non puoi
sperare di fermare magari anche solo idealmente
facendo girotondi e inneggiando alla pace
con bandiere multicolori e cori da fare in corteo
d’altra parte dici non è responsabilità umana
 
e le vite perse lasciate là
sotto il crollo
se c’è una responsabilità
o no in questa faccenda
le costruzioni edilizie antisismiche o precarie
che importa a chi non c’è più
ma se ne penserà per il futuro
 
da qua mi dispiace per i paesi che abbiamo conosciuto
poco
visto un po’ di sfuggita
si diceva magari un’altra volta guardo meglio
eran lì da secoli e lì li immaginavi in futuro
sempre pronti e ben disposti ad accoglierti
ora non ci sono più
ma cosa posso dire? se fossi brava lo farei
mi dispiace per il caldo sotto le tende
mi viene da piangere quando vedo qualcuno di loro parlare alla televisione
non riesce a finire la frase la tristezza lo fa fermare in un nodo di
pianto
e in loro, nei loro volti e toni di voce di gente di campagna, di gente come
era mio zio o qualche altro parente, vedo l’umanità dolente impotente
“quello che prendi alla natura la natura se lo riprende”
Questa è la nostra radice, nei detti contadini, nel rispetto
per i confini della natura di quel che si può e quel che no
in una conoscenza di secoli o millenaria della terra

Alessandra Generali

Orgogliosa ripida vertigine

 
Dall’alto, dalla cima della vetta
più alta, scorgo solcate dai trasporti
d’uomini e cose, piccole le vie,
piccola la piazza dai sei fari
a valle. Annidono casine su minori
alti colli a me d’intorno: contemplano
in orgogliosa ripida vertigine
l’orrido del burrone aspro nel basso.
.
Làbile, l’umano è in festa grande
laggiù, oggi timido, mutevole nel tempo,
mentre fervido ammanta le stradine,
per il sacro corteo, di fiori e fede.
.
Filo d’argento fine, questa cima
è come una tribuna per i miei
pensieri più eccelsi: terre là, al Sud
piene di sete e di silenzio tenue,
di grigioperla e di brumàle freddo,
di questa valle senza tempo immersa
nei suoi mille ricordi, ampia e sinuosa.
Valle che accumula leggende, mentre
al tramonto cantando scende il vento
stanco di trascinarsi sulle cime.
.
Ed in fondo … il mare, mare di schiuma
che alacre, umano il brulichìo accarezza
spumeggia e copre, fin quasi a volere
velare la bellezza della vita,
la “felice esistenza” tante volte
anelata dall’uomo e mai avuta
al suo supporre, pieno di tristezza:
.
si spezza e passa precaria dalla notte
la vita. Diventa adesso eterna nella luce.

Paolo Santangelo

Malinconie

La luce consistente della sera
rinvia le dolci mie malinconie
che come prede in vista della fiera
non vedon l’ora di guadagnar la tana.
.
Quando quest’altra lunga notte
ore sottrarrà all’imperfetta vita
e del liso giorno l’ultimo respiro
rimbomberà nei silenzi della terra,
.
io mi ritroverò di nuovo detenuto
dentro un tempio resistente al tempo
il cui sagrato dei venerabili ricordi
mi ostenterà quadranti ‘sì pregiati

da non dover mai esser calpestati
ma sol guardati dal limitar dei bordi,
ispezionati in ogni singolare punto
per essere ammirati ad uno ad uno.

Sarà l’ora di nostalgie inamovibili
che del sonno non si cureranno,
che in sacro corteo avanzeranno
per reclamare un tuffo mio all’indietro.
.
Allora, poeta eccelso dovrò esser io
al solo scopo di sapermi raccontare
l’andata all’oggi ed il ritorno a ieri.
Sì, poeta eccelso dovrò essere io…

Aurelio Zucchi

Dove l’amore vuole


Nel silenzio dell’alba da rubare
si placa ogni residuo della notte.
Di onde che ora si stiracchiano,
carezze lisciano le basse creste.
Ma né sbadigli né propensioni
a far del giorno un giorno uguale agli altri!
Son tutte in fila come le educande
ad aspettar le novità sognate.
Avanzano, gli amori svantaggiati,
corteo festante di sorrisi evasi
nel fresco andirivieni d’aria pura
dove ogni nudità un senso assume.
Si leggono nei volti inebriati
le orme delle reiterate stille
che oggi, volenti  o non volenti,
lo spazio lasciano alla felicità.
Vanno ad amarsi quasi dappertutto,
all’ombra delle più perfette dune,
di fianco ad impazienti aquiloni,
su amache stese dalla fantasia,
sotto lo sguardo di gabbiani al via,
su sabbie calde a questo primo sole
o anche là dove l’amore vuole
dei nostri tempi scrivere le fiabe.

Aurelio Zucchi