Scrivo a te donna

Ogni mattina, dopo il segno della croce,
scriverti
è come recitare una preghiera.
Non si può far di peggio,
ma io so fare di meglio.
Ora che non ti vedo,
di buon mattino,
mentre tutti dormono,
prendo la penna, come un ladro prenderebbe
la chiave di un forziere,
e con la penna
rubo la vita che non mi appartiene
e scavo un camminamento
per raggiungere te che, contro ogni legge,
considero mia.

SALVATORE FIUME

Published in: on novembre 3, 2011 at 06:55  Comments (3)  
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Tempo

Una vecchia lanetta
una tazza ancora calda
un gomitolo come compagno
una croce sul letto
Attraverso le lenti un po’ sporche
guardi e riguardi foto e ricordi
mescoli sorrisi e rimpianti
rivivendo la vita
con una lacrima in più.

Sandro Orlandi

Published in: on settembre 13, 2011 at 06:57  Comments (9)  
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Solo feroce odio

Nel mio viaggio sul mondo,
lungo e periglioso, sempre
pace ho cercato, miei fratelli,
di terre in terre, ma dovunque
negletto e sconsolato, solo
feroce odio vi ho trovato,
accanite guerre, infinito lutto,
dappertutto Cristo è, più
e più volte, riconfitto in croce.

Ed ecco il mondo che si spezza
in due: il vostro mondo e il mio.

Si spezzano orizzonti, albe,
tramonti, ingombrano aria vuota,
simili a raggi di ruota fracassata.
O come specchio rottospezzato
di cui i frammenti son volti
a contrario lato, per non rifletter
tale immane scempio.

Paolo Santangelo

Borgo antico

Ritornerò da te, borgo scordato,
da te ritornerò col treno un giorno
come quando tornavo da soldato
con la gente che mi veniva attorno.

Mi affaccerò di nuovo alla finestra
dalla quale guardavo a sera il mare,
dopo aver consumato la minestra,
e qualche nave vi vedrò passare.

Sognerò nuovamente, come allora,
d’essere a bordo e navigar lontano,
veder la poppa che dall’onda affiora,
dare la dritta come un capitano.

Come allora mi coglierà il tramonto
che infuocava di rosso la montagna
dell’Etna, ed increspava il ponto
che la Sicilia e la Calabria bagna.

Come allora mi sperderò la sera
per i vicoli stretti e senza luce
cercherò la via della mia primavera
che non so più davver dove conduce.

Riascolterò una volta ancor la voce
di un amico davanti alla sua porta,
che si trasporta quieto la sua croce
con dignità, e da persona accorta

trova ancora una parola di conforto
per consolar chi sta subendo un torto.

Salvatore Armando Santoro

Don Raffae’

Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere oinè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggioreale dal ’53

e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c’è un uomo geniale che parla co’ mmè

Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l’ore co’ ‘sta fetenzìa
che sputa minaccia e s’a piglia co’mmè

ma alla fine m’assetto papale
mi sbottono e mi leggo ‘o giornale
mi consiglio con don Raffae’
mi spiega che penso e bevimm’o cafè

A che bell’o cafè
pure in carcere ‘o sanno fa’
co’ a ricetta ch’a Cicirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

Prima pagina venti notizie
ventuno ingiustizie e lo Stato che fa
si costerna, s’indigna, s’impegna
poi getta la spugna con gran dignità
mi scervello e mi asciugo la fronte
per fortuna c’è chi mi risponde
a quell’uomo sceltissimo immenso
io chiedo consenso a don Raffae’

Un galantuomo che tiene sei figli
ha chiesto una casa e ci danno consigli
mentre ‘o assessore che Dio lo perdoni
‘ndrento a ‘e roullotte ci tiene i visoni
voi vi basta una mossa una voce
c’ha ‘sto Cristo ci levano ‘a croce
con rispetto s’è fatto le tre
volite ‘a spremuta o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa’
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
precisa ‘a mammà

Qui ci stà l’inflazione, la svalutazione
e la borsa ce l’ha chi ce l’ha
io non tengo compendio che chillo stipendio
e un ambo se sogno ‘a papà
aggiungete mia figlia Innocenza
vuo’ marito non tiene pazienza
non chiedo la grazia pe’ me
vi faccio la barba o la fate da sé

Voi tenete un cappotto cammello
che al maxiprocesso eravate ‘o chiù bbello
un vestito gessato marrone
così ci è sembrato alla televisione
pe’ ‘ste nozze vi prego Eccellenza
mi prestasse pe’ fare presenza
io già tengo le scarpe e ‘o gillè
gradite ‘o Campari o volite ‘o cafè

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa’
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà

A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Cicirinella
compagno di cella
precisa ‘a mammà

Qui non c’è più decoro le carceri d’oro
ma chi l’ha mi viste chissà
chiste so’ fatiscienti pe’ chisto i fetienti
se tengono l’immunità

don Raffaè voi politicamente
io ve lo giuro sarebbe ‘nu santo
ma ‘ca dinto voi state a pagà
e fora chiss’atre se stanno a spassà

A proposito tengo ‘no frate
che da quindici anni sta disoccupato
chill’ha fatto quaranta concorsi
novanta domande e duecento ricorsi
voi che date conforto e lavoro
eminenza vi bacio v’imploro
chillo duorme co’ mamma e co’ mmè
che crema d’Arabia ch’è chisto cafè

FABRIZIO DE ANDRÉ

Kavaja

Kavaja ha finestre affacciate sull’Adriatico
Davanzali di gerani, con mani in attesa
Vicini di casa con Bari, sono, li senti parlare a volte
O li vedi, a prendere un caffè nella veranda del mare

Avviene quasi sempre nelle belle notti d’estate
In cui le tarde ore ci trovano ancora fuori
A contemplare il cielo, i boschi fitti dei pini
Pilastri illuminati dal chiarore argenteo

Ha un suono mistico il suo silenzio
Le sue piccole case dalle rosse tegole
Le sue strade, spoglie da notturni rumori
Da vani luccichii e vanità giovanili

Due bianche dita al cielo si volgono
L’uno libertà, democrazia l’altro
Inciso di sangue in ogni soglia e pietra
Echeggiano orgogliosi in ogni cuore di Kavaja

Kavaja dalla rughe sul volto
Dalle mille sofferenze che ti squarciano l’anima
Nelle polveri di burocrazie, sepolta
Dalle sorgenti in secca, Kavaja assetata

Kavaja è donna di casa, dal capo coperto
Dalle lunghe vesti o minigonne e tacchi a spillo
Che orma non lasciano sul marciapiede
Ove giovani ragazzi,  fuori dalle botteghe, attendono

Kavaja dalla generosità di bellezza autentica
Tempio d’armonia e rispetto, t’accoglierà in ugual modo
Che tu sia uno che prega Allah, nell’antica moschea
O candele accendi, dinnanzi ad una croce, nella giovane chiesa

Kavaja terra del grano, del granturco e degli
Insonni poeti, che tessono versi per belle fanciulle
Kavaja dalle timide e sognanti palpebre
L’epicentro del mio cuore e dei miei pensieri

Anileda Xeka

Vecchie e nuove realtà

Ci siamo persi in un mondo di cristallo
dai risvolti rosati quando canta il gallo,
turchini quando sale la luna.

E persi fiori dolorosi sulla parete
schizzata di colori di sangue
mista a sabbia del deserto.

Non c’è pace tra gli ulivi,
né respiro giocoso di vento
né voglia di festa sulla strada.

Camminiamo a testa china
scivolando sulla ghiaia del rimorso
senza alibi per reagire.

La via della redenzione
non è più il nostro pane,
appartiene a chi cavalca il mare
portando la croce del proprio vivere.

Lorenzo Poggi

Ignoto milite

Ti chiesero di mettere una firma.
Non sono capace, rispondesti
Ti chiesero allora di porre una croce
che a fatica tracciasti.
Croci uguali a tante
Tu come la tua divisa di fante
A nessuno del tuo nome importava.
Un fucile tra le mani che un aratro
Lasciarono.
Questo a loro premeva
Le mani di una madre che le tue labbra
Baciarono.
A lei sola il tuo nome importava.
Tra centomila t’avrebbe trovato
il tuo nome gridato.
Era maggio, di ciliegie il tempo
che alle orecchie di lei adagiasti
come la promessa d’amore,
alito di vento,
a quella lei sussurrasti.
Al ballo del giorno di festa,
marcia forzata con rombi di morte
a martellar la testa.
Marciare o morire per quella terra
che neanche conoscevi
Ti parlarono di patria e tu non capivi.
Dove era la tua terra ti chiedevi.
Per te qualcuno a tua madre
poche parole scrisse,
per lei qualcuno quell’amore
lesse.
Fiore del sud forte di fertile terra
portato a morir per ignota guerra.
Carne da macello
in tutto pari al nordico fratello
da paura al nemico accomunato
anch’egli dall’aratro strappato.
Sotto una croce a tante uguali
Il tuo corpo, fiore reciso, giace
Come quel Cristo che il sacrificio
firmò su pari croce.

Claudio Pompi

Una lettera per TE

Io non so pregarti più
e se t’ho abbandonato
poi deluso
e là lasciato,
non è stato per scommessa
e nemmeno per ripicca,
ma di là
ho lasciato il pianto,
di dolore
e di rimpianto...
Su quei volti
la freschezza
di una verità rubata,
in quegli occhi
la certezza
di una vita già lasciata..
Io che so parlar d’amore
con il cuore e le parole,
non potrò dimenticare
tanta carne là a morire...
Se ci sei mio Signore
stendi adesso la tua mano,
non lasciar loro una croce
che consuma piano piano...
Io non so pregarti più
ho perduto le tue tracce,
ma il ricordo di un lenzuolo
che avvolgeva il tuo costato,
io l’ho visto sopra un letto
di un ragazzo là adagiato..
E perdona se oso tanto
se ti scrivo e non ti prego,
questa lettera ti mando
come fosse ora il mio credo.
Quando scendi dalla croce
vai da loro e soffia piano,
perché sia consolazione
questa tua resurrezione!!!

Beatrice Zanini

Chiesuola


Sogni lontani carichi
d’amore forte d’indomita
gioventù domata. Sogni
di  muto dolore, cari
sogni andati, ricordano più
e non più nulla, mentre
il fiume mormora il lamento.
Pioppi con ondeggiare lento
la cima altissima d’argento.
Vostra la melodia, alta
infinita: smarrita ed ebbra
d’amoreonda palpitante vita.
In faccia al mio balcone
è una chiesuòla  fatta
tutta di mattoni rossi
s’erge al cielo imponente
e sola. Sul culmine la croce
che dà ricetto ai loro nidi
col tetto: rondini e pettirossi.
Rondini sperse cantano
tintinnano armoniose,
unico inesauribile tesoro
al primo raggio tremulo
del sole ardente sulle
cime immacolate. Col vostro
canto indulgete alla mente
e riecheggiate il pianto.

Paolo Santangelo