Ti confermo che il mondo non è cambiato

 
Le parole sono cose,
come ogni altra cosa.
La poca intelligenza del racconto
sta nel fatto di non aver modo
di comprimere il racconto
e spedirlo via posta
proprio nel buco del culo del mondo.
Ti allego, comunque, la foto dei miei peli
e l’odore di muschio del sottobosco.
Ah, mi son messo il rossetto
per uscire l’altra sera
ti confermo che il mondo non è cambiato.
Salutami i gatti
anche se credo che siano morti
almeno quanto te
che sei scesa in piazza a scioperare
ma non sapevi se le scarpe rosse
si intonassero
con i fiorellini
sul tuo vestito
equo
e solidale…

Massimo Pastore

Bologna

Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po’ molli
col seno sul piano padano ed il culo sui colli,
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l’ umana già un poco Romagna e in odor di Toscana…

Bologna per me provinciale Parigi minore:
mercati all’ aperto, bistrots, della “rive gauche” l’ odore
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l’ assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.

Però che Bohème confortevole giocata fra casa e osterie
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie…
Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura
e i vecchi “imberiaghi” sembravano la letteratura…
Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna
cullati fra i portici cosce di mamma Bologna…

Bologna è una donna emiliana di zigomo forte,
Bologna capace d’ amore, capace di morte,
che sa quel che conta e che vale, che sa dov’ è il sugo del sale,
che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita…

Bologna è una ricca signora che fu contadina:
benessere, ville, gioielli… e salami in vetrina,
che sa che l’ odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perchè sa la paura.

Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio
dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio
e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?
Oh quante parole ti cantano, cullando i cliché della gente,
cantando canzoni che è come cantare di niente…

Bologna è una strana signora, volgare matrona,
Bologna bambina per bene, Bologna “busona”,
Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto,
rimorso per quel che m’ hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato…

FRANCESCO GUCCINI

Oltre il giardino

…E pensare di poter cambiar mestiere
Sono ancora forte potrei fare il giardiniere
Mentre tu mi stai guardando c’è una lacrima che scende e fa rumore
Ed io non so che cosa fare
Ma, mi devo reinventare.
L’ho già fatto un tempo, e posso farlo ancora
Lavorare all’aria aperta mi rincuora
Farò in modo che i colori e quel profumo, siano la mia vita nuova
Ma tu non dici una parola.
L’hai capito o no, mi hanno mandato a casa.
Senza dirmi una parola, né una scusa
Dimmi adesso cosa faccio a 50 anni,
Potrei dare quel che resta del mio culo.
Per campare!
Dunque vedi che bisogna andare via
Ce lo chiede questa nuova economia
Come questi figli, adesso, che ci chiedono
Perché non si può fare, perché non posso andare.
Perché non so spiegare…
Proverò cosi a cambiare la mia vita
Perché tutto intorno cambia, ed è fatica, riconoscere i bisogni,
Quelli veri, dai fasulli che sono tanti: e sono cosi prepotenti
Ma mi vedi adesso in mezzo a questi fiori
Ho ricominciato a vivere a colori
Ma i più belli, forse, ce li ho dentro al cuore e
Te li posso raccontare e condividerli con te
A me piace più di prima la mia vita,
Perché ridimensionata, si è pulita
Come questa pianta e questi fiori nuovi
Che profumano la sera, e che danno un senso nuovo.
Danno un senso che non c’era …
E pensare di poter cambiare mestiere
Sono ancora forte potrei fare il giardiniere!

FABIO CONCATO

Un matto indimenticabile

UN MÂT INDIMENTICÂBIL

L’andèva in gîr pr i prè
a tèsta bâsa
e cûl al’èlta,
cåntracuränt,
e quî ch’i pasèven,
in frazza cme del sajatt mo,
incunsapevolmänt,
sänza traguèrd,
i al deridèven sughignand:
– L’é mât! l’é mât! l’é un miserâbil!
cun tótta cla verdûra ch’l’an cåssta gnínta
al’iper
scuizères i vintrón
par cojjer trî streccapoggn! –
Mo
la zant, låur,
i sâg’, i récc,
in savèven brisa che ló,
såtta la camîsa,
l’aveva ancåura un côr,
un tesôr ch’al sbattèva furiosamànt
quand,
dåpp avair zarchè/guardè col dîda
int al prè,
ed pónt in bianc stra la móccia
al truvèva, l’ammmmirèva,
una viulatta un quederfòi,
o una furmighénna cun na brisla
in spâla,
o un grapadén d ûc’ dla madòna zilèst,
o rusè!
Par ló,
al sugnadåur,
quasssta l’éra LA VÉTTA!
Par låur,
i prâtic, i concrét,
ló l éra… UN MÂT!
E la vétta l’andèva avanti:
fén a quand?

§

Andava in giro per i prati
a testa bassa
e culo all’alto,
controcorrente,
e quelli che passavano,
in fretta come delle saette ma,
inconsapevolmente,
senza traguardo,
lo deridevano sogghignando:
– È matto! è matto! è un miserabile!
con tutta quella verdura che non costa niente
all’iper
schiacciarsi il ventre
per cogliere tre radicchi matti! –
Ma
la gente, loro,
i saggi, i ricchi,
non sapevano che lui,
sotto la camicia,
aveva ancora un cuore,
un tesoro che sbatteva furiosamente
quando,
dopo aver cercato/guardato con le dita
nel prato,
di punto in bianco fra il mucchio
trovava, ammmmirava,
una violetta un quadrifoglio,
o una formichina con una briciola
in spalla,
o un grappoletto d’occhi della madonna celesti,
o rosati!
Per lui,
il sognatore,
quesssta era LA VITA!
Per loro,
i pratici, i concreti,
lui era… UN MATTO!
E la vita andava avanti:
fino a quando?

Sandro Sermenghi

Basta!

Passeggiando con le nuvole
contavo sassi sparsi nella tasca
rimuginando pensieri sporchi
di odio ed estraneità.

Non ci voglio più stare in mezzo agli uomini!

In mezzo a questi uomini
pronti a specchiarsi
in un piatto di lenticchie avariate
purché di Castelluccio.

Hanno la faccia
di non rompere
lo specchio la mattina,
cadono le braccia senza dignità.

In mezzo a questi uomini
che si rotolano nel fango
contenti di farsi notare
dal burattinaio
che deve scegliere la corte.

In mezzo a questi uomini
(e donne: tutte uguali)
senza onore, senza niente.
Spudorati mentitori
con la velina
da imparare a memoria
la mattina
prima di sedersi nello scranno.

Uomini di merda!
Pronti a vendere moglie
culo e figli
sull’altare del denaro.

In mezzo a questi uomini
che ti sfidano ridendo
mentre recitano corbellerie,
sicuri di farla franca.

Lo sappiamo tutti e due
che stai dicendo sporche bugie.
Non conta se è falso
conta quante volte lo ripeti
e su quanti altoparlanti puoi contare.

Non ci voglio più stare in mezzo a questi uomini!

Non ci voglio più stare in mezzo agli uomini
che si bevono tutto
per pigrizia od ottusità
per ignoranza sufficiente
per egoismo animalesco
che tutto giustificano.
Tanto per salvare l’anima
basta la messa la domenica mattina.

Lorenzo Poggi

Parole

C’è la parola vestita da sposa
e quella che è meglio lasciare per strada.
E hai quella cosa ch’è mille parole:
la pelle più bianca di un uovo
la luce; o forse parola più grande di luce.
Parola di dio, direbbe qualcuno.
Parola che a te ti farei solo bene,
sfregandoti come un cerino bagnato.
Ci sono parole
che fanno l’amore più pieno e più rosso
perché stare zitti è impossibile, a volte
e tutti gli artisti ti appaiono insieme
a contendersi il merito, come bambini.
Su chi t’abbia fatto quel culo a violino,
quel naso che succhia il mio nettare melo.
Ci sono parole che muovono il mondo
che alzano i turni al lavoro
la gente. Parole riscatto
giustizia, decoro.
Parole che è meglio lasciare da parte,
procedere prima a carezze, su in fronte.
Parole d’addio che farebbero a pugni,
parole per ridere senza rancore.
Parole qui, al posto del t’amo
nessuna.

Massimo Botturi

San Silvestro a Bologna


SAN SILVÈSTER A BULÅGGNA

In vatta ai cópp,
snèli slanzè sinuåusi,
e curiåusi!,
ventsètt antànn TV
stra mèz ai camén mistiè,
mo gnanc un fîl ed fómm;
un pôc pió zå,
in un intarzèrs ed chèv
grûs e sutîl,
un spulinèrs ed clómmb
al suladèl.
In bâs una bîci
tête-à-tête col mûr,
e d un’auto al cûl
targhè BO F3 900 23;
un leànder ed frassc tusè
l’ha un fradd da gât, brrr,
e dla sgnåura Bréggida i fîl da stànder
i én piotòst instché.
A pûc pâs da lé,
ed via Regnoli såtta la tèrga,
un cagnàtt al nèsa… al nèsa…
ai pänsa un mumänt
cun la zanpatta pr’âria…
mo pò, dezîs, al và ed lóng
vérs Via Massarenti,
a dspèt dl’indicaziån
säns ónnic dal cartèl,
incurànt dal pulismàn,
che ai fà la cuntravenziån!

§


In cima ai tetti,
snelle slanciate sinuose,
e curiose!,
ventisette antenne TV
fra i camini mischiate,
ma neanche un fil di fumo;
un po’ più giù,
in un intreccio di cavi
grossi e sottili,
si spollinano i colombi
al solicello.
In basso una bici
a colloquio col muro,
e d’un’auto il culo
targato BO F3 900 23;
un oleandro di fresco tosato
ha un freddo da gatti, brrr,
e della signora Brigida i fili da stendere
sono piuttosto intirizziti.
A pochi passi da lì,
di via Regnoli sotto la targa,
un cagnetto annusa… annusa…
ci pensa un momento
con la zampetta per aria…
ma poi, deciso, va svelto
verso Via Massarenti,
a dispetto dell’indicazione
senso unico del cartello,
incurante del vigile urbano,
che lo multa… contromano!

Sandro Sermenghi

Sogna di me


Sogni che fai
mi tremano i capelli
e me ne andrei
per prati e per deserti
leggendoti belle sorprese negli occhi
ancora, dopo tutti questi anni.
Sogni che fai
e come li racconti,
son diventato onesto e calmo
dopo tutti i tuoi discorsi
e non ho più bisogno di fare promesse
di lasciare il certo per l’incerto.
Sogni che fai
vestiti rossi da sposa
o sposarsi a culo nudo, però sogna di me
la parte migliore, quella che ti canto
come sei e non ho attese.

Sogni che fai
dove io riesco a darti un figlio
dal nome bello ed enigmatico
che sia profumato di pane
e mio come il poco che rimane,
sogna di me.

Maria Attanasio

Published in: on settembre 24, 2010 at 07:36  Comments (5)  
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