Non esiste metro di fallimento

se [non] sai da dove nasce.

L’infanzia, qui, non c’entra.

E’ in età matura
che si aprono le porte
delle proprie fusioni insolventi.

L’infanzia, qui, non c’entra.

Nella vita ti foderi
di tasselli mancanti
in continuo (forse), sperato divenire.

Il baratro è un metro di misura
che vive di continua valutazione
ispiratoria, sognante, idealizzante.

Le braccia si arrampicano
scivolose
raccogliendo(si) dagli specchi.
Nonostante tutto.
Son consapevolezze.
Lasci alle spalle l’infanzia
e cresci sui [tuoi] profumi.
Salvando il fiore, il suo stelo.
Compreso le spine che t’illudi
di aromatizzare nei colori.
Nei colori nel tatto.
Nel [suo] vaso di puro germoglio.

L’adolescenza [non] c’entra.

-Son nuove strade, nuovi cementi.
senza fiori/odori-

Le scelte iniziano ad essere soggettive
oggettivamente osservate
da chi si prende cura di te
anche col solo pensiero
di pensare a te.
In concreta assenza.

S’inizia a bollire la [s]bronza
dove l’infanzia c’entra
ma senza fallire la conquista
d’un essere “costruzione”.

Camminando ancora,
seguendo l’invisibile oggettivo
che ti ha reso
colui a cui gli altri non interessa,
colui a cui l’umano non sa entrare.

Glò

I miei piatti blu

 
i miei piatti blu sono pesanti
ma hanno un bel colore
fra l’indaco e il turchese
li uso poco
sono bellissimi
con le carote o i cachi
o la zucca arancio
i colori quasi complementari
che si esaltano a vicenda
sono una cura per l’occhio
dopo il grigio della strada

azzurrabianca

Published in: on marzo 14, 2012 at 07:28  Comments (13)  
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Gelosia

Mansueta, libidinosa
si destreggia tra le follìe
di propria umiliazione.
Possente nel suo gracile
boato esplosivo
asessuato di “Verità”.
Si sradica da ogni dubbio
fiutandone odore di lacerazione
in fiducia non permessa.
Serpeggia come una lama non affilata,
assorda sensualità d’eterna millenaria
esistenza insieme.
Un fiore, una farfalla, una foglia
essicate per la poca cura
tiranneggiante
al solo scopo d’ammazzare
al solo scopo di perdersi
nelle menzogne filmate
di propria immaginazione ferita.

Glò

Pretesti

Quando l’agire si fa più pressante
e neppure l’attesa raffredda il rovente,
sovente l’errore diviene padrone
carpendo l’ambire, facendolo proprio.

il laccio si serra, il fine tramonta
dietro colline di scuse ed appigli,
dove, la falce, è la cura del grano,
dove, la mano, è una fonte di fati.

Fardelli ribelli si cedono al forse,
le ataviche morse divengono incerte,
le aperte ganasce, arretrano il ruolo
lasciando, sul suolo, bisacce afflosciate.

Certo, son cento, mille i pretesti
che restano, resti, in eterno languire;
non serve giurare, al tempo tiranno;
le fosse, si fanno ogni giorno più ingorde.

Così, la tua meta, si scopre deviata,
si ferma, rifiata, contempla d’intorno;
poi scorge l’inverno che avanza spietato:
“Ormai mi ha raggiunto. E’ fiato sprecato.”

Come dighe di fumo, sul fiume vitale,
pretesti.

Flavio Zago

Ho fatto la piega al copriletto

Alle compagne di stanza a Monte Sole

 
Ho fatto la piega al copriletto
dalla stampa a fiori
disegnati con precisione
come in un erbario rinascimentale
ho lisciato steso con la mano il bordo
e rivedo i nostri letti sempre disfatti
più mi prendo cura di questo
più do spazio al nostro ricordo
il nostro vivere essenziale
senza soffermarci in particolari per i quali
non c’era tempo
– a che serve avere un letto in ordine
guardarlo composto prima di entrarvi? –
eppure adesso che con le mani lo tendo
mentre servo questo piacere di fare
e vedere le cose a posto
voi come in un rito rivivete
questa notte ho sognato tanti ragni
entravano dalla finestra nel mio bagno
sembrava vero ed ho avuto paura
mi sono svegliata alle quattro
ed ero sola

azzurrabianca

Quando il pensiero

Quando il pensiero di te mi accompagna

nel buio, dove a volte dagli orrori

mi rifugio del giorno, per dolcezza

immobile mi tiene come statua.

Poi mi levo, riprendo la mia vita.

Tutto è lontano da me, giovanezza,

gloria; altra cura dagli altri mi strana.

Ma quel pensiero di te che vivi,

mi consola di tutto. Oh tenerezza

immensa, quasi disumana!

UMBERTO SABA

Published in: on agosto 25, 2011 at 07:00  Comments (2)  
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L’enemì

<<Carmenella Benvenuto,
‘a sapite ‘a pezzecata,
‘a nepote d’à malata
ca se cura “l’enemì”…

ca pe’ bbia de svenimente
fa na cura rinfurzata
ca se chiamma… ce l’ha data
nu duttore…”Vitamì”!

Fa miracule sta cura:
so sserenghe introvinose
ca nun songo dolorose…
mo’ m’ ‘e faccio fa pur’j’ !

Tengo sempe nu delore,
cumme fosse pesantezza…
na patàna e na stanchezza
c’accumencia “dall’occì”…

Dunque… E mò chi se ricorda
che dicevo… Uh, santa Rita,
me so proprio rimbambita!
‘A vedite, “l’enemì”>>?

EDUARDO DE FILIPPO

Nel chiostro

Fiori ed erbe rare
coltivate con cura
teneri germogli di meditazione
mortificazione del corpo
esaltazione dell’anima
concimata col pentimento
annaffiata con la penitenza.
Intorno ad un pozzo
passi lenti di sandali
consumati dagli anni
passati a levigare ciottoli
antichi come il tempo
Figure scure nel chiostro
bisbigliano sussurri
pronunciando preghiere
nel silenzio assoluto.
Tocchi di campanella
a richiamar le ore
sofferte in umiltà
e mani giunte
a raggiungere un cielo
sempre troppo lontano.

Sandro Orlandi

Abbi cura

Abbi cura di te
amore mio
togli dal volto
nota cupa
e fitta
di dolore
fatti avvolgere
dal vento
e sentine mistero.

Abbi cura di te
mostra
bellezza
quella al plenilunio
candida di luce
come fanciulla
al primo bacio.

Abbi cura di te
chè il sole negli occhi
ti desti
e terra nuda ti vesta
e sfiori
e la pioggia sia
dono d’amore.

Abbi cura di te
amore mio
così le mie tempeste
mi sembreranno
un vezzo.

Tinti Baldini

Published in: on aprile 28, 2011 at 07:02  Comments (12)  
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San Valentino…e un fiore

Arrivano, gli amori, e se ne vanno…
Dei fuochi artificiali poi rimane
cenere fredda e carta bruciacchiata.
Dietro il sole del giorno ormai passato
s’accende silenzioso e tanto triste
il buio della notte.

Inutilmente festosi cantano
i passeri volando in allegria,
che tu non ne rimani contagiato;
ti guardano e se ne vanno via
lasciandoti cupo e ammutolito.

L’amore quando è amore e non c’è più
è come se tagliassi accanto al cuore
cipolle che fan piangere a dirotto:
ed è peggio di quel che fanno agli occhi
che colan giù lacrime senz’anima,
ché non puoi stropicciarlo.

San Valentino, tienimi lontano
le cipolle, col loro umore acre,
e un fiore profumato nel suo cuore
e nel mio pianta e annaffialo con cura,
così che cresca, e non si secchi mai.

Armando Bettozzi