Lettera di Capodanno

Dicono che repetita iuvant;
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

GESUALDO BUFALINO

La casa dei doganieri

Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
ed il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

EUGENIO MONTALE

Quando arriverai


Umide piume e sigarette
d’attese sfumate, vedrai.
Io che bevo,
ma non riesco scordare
quanto la sete sa apparire
rimbombo di grotta
Quando arriverai, sulla mia soglia
cuscini sudati
velanti frangenti di fumo
sul mare di Bacco;
labile scia d’un oblio
Ah, la notte, quanto
è difficile vivere il giorno!
Il cuore balbetta
lo sguardo mio al cielo
in dolce, perenne attesa
e sotto
un neonato pezzo di prato
da svezzare correndo.
Quando arriverai, chissà,
scorgerai, errabondo
il mio consueto cuore
ricucire rotte
lacerate in alto mare;
forse un pensiero d’umore salino,
o un coacervo d’idee
in brandelli ancora nebbiosi;
non so. Non so neppure
se mi troverai.
Non so neppure
se mi ritroverò,
dentro i tuoi occhi
fondali melmosi,
avvinto e perso come sono
nella kasbah assassina
di questo mesto gioco
dell’oca giuliva;
che ogni casella che avanzo
è un lancio di dadi
in meno dal via.

Flavio Zago

Tra miti


Confinano i miei giorni
con la voglia di scostare,
il telo nero della notte
per scoprire se le stelle, poi
galleggiano davvero.
Accarezzo i vecchi giorni
come fossero le gote
di sfiniti cuori morsi
e rimorsi da rimorsi.
Affronto ogni risveglio
con lo sguardo della talpa
che intuisce là un lucore
ma non ne coglie appieno il nesso;
e m’ammanto di mistero
per nascondermi nell’ombra
con la voglia immacolata
di una vita tenebrosa.
Così volo,
dietro il telo della notte
a imbrogliare un po’ le stelle.
Volo,
tra le quinte della notte
per appendere altri soli;
per illudermi e pensare
che galleggiano davvero.
Qui punteggio, a piacimento
qualche nuovo firmamento;
stringo in pugno tutti i quanti
poi li getto come dadi
per scommettere sul cosmo,
azzardare aberrazioni.
Infine fuso,
in questo cronotopo
sposo solchi di comete,
intaglio un arco al Sagittario
e m’acquerello mio fondale.

Flavio Zago

Ballata con tressette



dove trionfa l’umana voglia di libertà e, spezzati/bruciati
veleno e vecchiume, si parte per l’etere intinti di vino e mare.

Se tenero è il mattino e spira un po’ di vento
durante la giornata potrò esser contento!
Al color dell’inganno non parlerò da solo
ma giocherò a scopa seduto sopra un molo
spezzando sigarette: poi metterò in paiolo
un rancido fantasma ed un ripensamento!
E sprizzerò di vino capelli sei d’argento
celati sotto il lobo: così le stelle rare
di Acquario che vedremo rollare dentro il mare
riluceranno ghiacce nel magico momento!
Quiritta arriva svelto un vecchio campagnolo
con alluce dolente e in braccio un riccio matto
amante del dolcetto: è un fatuo ammazzasette
il povero fellone ed urla come un gatto
che ai dadi vuol giocarsi oppure anche a tressette
i peli del suo mento. Infine un rosignolo
in viaggio su una radio rivolto ad un lenzuolo
gli narra la speranza di vendere a Milano
risate e zafferano: mi afferro alla sua mano
e son così contento che vo con lui nel vento!

Sandro Sermenghi