Come ho potuto essere così cieco?

HOW COULD I BE SO BLIND?

Cold sands of time
(Winds that blow as cold as ice,
Sounds that come in the night)
Shall hide what is left of me?
(Come from Paradise.)
I’ve been through times when no one cared.
(Words that were mine,)
I’ve seen clouds in empty skies
When one kind word meant more to me.
(Shall last as a memory.)
Than all the love in Paradise.
I believed in my dreams.
Nothing could change my mind.
Till I found what they mean
Nothing can save me now.
“And all my days are trances,
And all my nightly dreams
Are where thy dark eye glances,
And where thy footstep gleams
In what ethereal dances
By what eternal streams”.

§

Fredde sabbie del tempo
(Venti che soffiano tanto freddi quanto il ghiaccio,
suoni che provengono dalla notte)
devono nascondere ciò che è rimasto di me?
(vengono dal Paradiso).
Ho varcato le porte del tempo quando nessuno osava.
(Parole che erano mie)
Ho visto nuvole a ciel sereno,
quando una sola parola significava molto di più per me
(devono durare come la memoria.)
di tutto l’amore nel Paradiso.
Ho creduto ai miei sogni.
Nulla poteva mutare la mia opinione,
finchè ho scoperto che cosa significano.
Nulla può salvarmi adesso.
“E tutti i miei giorni sono estasi,
e tutti i miei sogni notturni
sono dove i tuoi occhi scuri brillano
e dove il rumore dei tuoi passi luccica
in quali eteree danze,
con quali eterne correnti”.

EDGAR ALLAN POE

Gospel

Canti di preghiera
s’innalzano alla speranza
voci immolate
danze tribali
a scacciare gli spiriti
ad accogliere la morte

fuochi e lapilli
voci impetuose
l’anima che parla
palpitante e fremente
al cielo effonde e innalza
il richiamo

Maristella Angeli

Published in: on febbraio 4, 2012 at 07:26  Comments (15)  
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La notte mi prende per mano

Ora che il mare aspro diventa
e d’antracite la luna si veste,
alta e discreta la notte s’accosta
mentre la stasi mi fa prigioniero.

Nella collina non più contornata,
dove presumo ancora c’è il borgo,
con ostinazione cerco una luce
capace di dare la continuità.

Lassù neanche una stella intravedo
che si riveli delle altre più furba
nell’infinito rigato di nero,
avaro nel dare spazio al respiro.

Riporto lo sguardo dov’era prima
e di una nave pretendo la scia,
il tocco mirabile a soppiantare
il bianco disordine di onde folli.

Vorrei che arrivasse l’aurora
del tipo fucsia, netta e impaziente
d’aprire in cielo lo squarcio ribelle,
l’effetto euforia di sistole errante…

In quest’attesa del via alle danze,
conforto mi è nel prendere tempo
l’idea di essere non del tutto solo.
É la notte che mi prende per mano.

Aurelio Zucchi

Il treno

 
 
 
Ferrigno fischia a ghermir l’orizzonte
inghiotte i campi, fende la montagna
ma nel suo ventre solo poche anime
van consumando un boccone di vita
nel rosario di aurore su cui scende
prematuro il tramonto, abbozzolando
larve di desideri .
In queste vite vedo
rispecchiarsi la mia
che spesso inciampa in giorni sbagliati
quando non so afferrar la fantasia
pur se la sento volteggiarmi intorno
in bolle d’ozio….e stento a catturarla
sul foglio vergine….e il pensiero fiaccato
costretto da inferriate di ovvietà
cerca annaspando rapprese emozioni;
sogna atmosfere perpendicolari
smarrite qua e là nei vuoti a perdere.
Mentre ferrigno svetta incontro al tempo
ove il sogno si schiude alla realtà
là fuori petulanti mosche tracciano
macabre danze sugli spot in fuga
titillanti menù che gettan brume
su cervelli all’ammasso.

Viviana Santandrea

Nodi e nodi

C’è una macchia nera che avanza
finge d’essere nube
invece ha zanne
il mio cuore ha paura
se lui mi dice cara
dovrai cavartela da sola
parla
un giovane di mille giri fa
quando le danze
avevano negli occhi
già il destino

a un ragazzo smarrito
grido non puoi non voglio
che ti attanagli il tempo
e la parola rotta
il crollo delle case
la disfatta
le strade le stagioni
i triangoli apposti sulle strade.

Annunciate alle linee di dogana
vengono navi pavesate a notte
i passeggeri
s’appressano all’imbarco
alcuni sottobraccio
per non restare soli.

Io sulla riva aspetto
ti porgerò la mano per l’attracco.

Cristina Bove

Torture

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare e respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c’erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accada, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C’è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto però lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l’anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c’è, e c’è, e c’è
e non trova riparo.

WISŁAWA SZYMBORSKA

Vedi come si erge candido

Vides ut alta stet nive candidum

Soracte, nec iam sustineant onus

silvae laborantes, geluque

flumina constiterint acuto?

Dissolve frigus ligna super foco

large reponens atque benignius

deprome quadrimum Sabina,

o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul

stravere ventos aequore feruido

deproeliantis, nec cupressi

nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras fuge quaerere et

quem Fors dierum cumque dabit lucro

appone, nec dulcis amores

sperne puer neque tu choreas,

donec virenti canities abest

morosa. Nunc et Campus et areae

lenesque sub noctem susurri

composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intimo

gratus puellae risus ab angulo

pignusque dereptum lacertis

aut digito male pertinaci.

§

Vedi come si erge candido
d’ alta neve il Soratte! I boschi al peso
non reggono, fiaccati, e per l’acuto
gelo si sono rappresi i fiumi.

Dìssipa il freddo deponendo legna
sul focolare, in abbondanza, e mesci
da un’anfora sabina a doppia ansa,
o Taliarco, vino di quattr’anni!

Lascia il resto agli dei, che appena placano
i venti in lotta sulla ribollente
distesa, non più ondeggiano i cipressi
né con essi agitati i vetusti orni.

Cosa accadrà domani, tu non chiedere.
Se un altro giorno ti darà la Sorte,
ascrivilo a guadagno e non spregiare,
ora che sei giovane, le danze e i dolci amori,

mentre è lontano dal tuo verde il tedio
della vecchiaia. Adesso il Campo
e le piazze, ora prima che annotti
si ripeta il lieve sussurro dei convegni,

ora il gradito riso che ti svela
da un angolo segreto ove si celi
la tua fanciulla, e il pegno strappato
dal polso o dal dito che resiste appena.

QUINTO ORAZIO FLACCO  (Odi  I,9)

Profumi d’incensi e rose

Un giorno smetterò queste vesti
nuda mi presenterò a mio padre
sul suo letto di terra
e afferrando la sua mano
tornerò come al primo vagito
figlia del creato.
Musica e danze mi accompagneranno
tra profumi d’incensi
petali teneri di rose profumate
tiepide lacrime asciugate
all’angolo degli occhi.
Nessuna preghiera, né litanie
non son figlia di peccato
ma frutto dell’amore
in amore ho vissuto
per amore ho dato
e ho avuto.
Tornerò polvere
in un firmamento d’oro
scriverò sulle stelle la mia poesia
sarò carezza e sorriso
…ancora.

astrofelia franca donà

Kamasutra

Danze di veli
magia d’oriente
oli e profumi
incarnan il piacere.
Di kajal gli occhi neri
perla il sorriso
colombe bianche
le mani in voli d’amore.
Sono lidi accoglienti
i fianchi sinuosi
tra suoni argentei
di ninnoli d ‘oro.
Diamante incastonato
nel ventre prezioso
tra sussulti di seta
e stille di passione.
Oppio ed oblio
magma di lava
tra grovigli di membra
kamasutra d’amore.

astrofelia franca donà

E’ una pioggia di giugno a cadere sui tralicci inesplorati

sui muri d’ipocrisia
tirati malta fine
che snodano flessuosi
in danze caraibiche

stucchevole l’inganno
a tinte forti, scoppietta
il lato migliore
di un insolito carnevale.

Muri di un’epoca lontana
quelli delle scritte incise a chiodo
ci si credeva
e l’amico di pelle
era fratello e giuramento.

L’ipocrisia è un lungo fiume
colorato
vanta di traversate oltre confine
e di respiri, ultimi assoldati.

– Chi trova un amico trova un tesoro –

ce l’hanno tramandato
le mura degli antichi
probi e proverbi
nei testi masticati

e mi crollano promesse
e calcestruzzo
come quelle degli amanti
coi loro cuori trafitti per davvero

restano tra le macerie
e gli occhi rossi
silenzi sordi
che tanto fanno male
che tanto non udite.

Beatrice Zanini